Mario SAMMARONE- Cronaca apparente di un campionato mondiale (“Il pallone smarrito”, un libro di G.Malgeri)

 

Scaffale



CRONACA APPARENTE DI UN CAMPIONATO MONDIALE

“Il pallone smarrito” di Gennaro Malgeri Ed. Solfanelli

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La crisi del calcio sembra diventata così drammatica che Gennaro Malgieri, importante firma del giornalismo italiano e intellettuale orgogliosamente spengleriano, si chiede dove sia finito il vecchio gioco che lo appassionò da ragazzo. Il calcio si è tristemente perduto, ma se è stato perduto bisogna chiedersi cosa abbia portato a questa trasfigurazione e, soprattutto, se sia ancora possibile riportarlo a nuova vita, come faceva la mitica Fenice che ogni volta risorgeva dalle ceneri.
“Il pallone smarrito” (ed. Solfanelli, 2014) è apparentemente la cronaca di un mondiale brasiliano, svoltosi solo nove mesi e troppo presto dimenticato. Sembra un diario appuntato da un grande appassionato di calcio, non solo tifato ma anche, più o meno per diletto, giocato, in cui si rievocano e, a poco a poco, si disvelano le calde giornate che hanno portato l’Italia e le nazionali più gloriose a fallire nel loro sogno iridato, e la Germania – sempre la Germania – ad appuntarsi, meritatamente, la quarta stella sul petto.

In realtà, il libro di Malgieri è il racconto di un modello di calcio, globale, che si è imposto negli ultimi lustri, affrescando una visione del mondo in cui il calcio è inteso soprattutto come metafora di vita, certamente qualcosa di più della “semplice” partita che avviene tra i ventidue giocatori messi in campo – arbitri, guardalinee e allenatori compresi (senza dimenticare tifosi e guardalinee, ovviamente). Del resto, anche gli antichi Romani sapevano che le tumultuose corse di bighe nel Circo erano una rappresentazione simbolica di ciò che avveniva nel mondo reale, e in fondo il tifo per una squadra è una passione assai radicata nell’animo umano, che mostra un sentimento di appartenenza, di fedeltà ad un gruppo senza il quale il singolo si sentirebbe alienato.

Ma se oggi il pallone si è smarrito, con partite che filano tutte uguali a se stesse e, soprattutto, con le vecchie e gloriose nazionali che hanno perduto l’antica potenza, è a monte, nella società della vita vissuta, che occorre cercare le ragioni di questa trasfigurazione al ribasso. La denuncia di Malgieri è semplice: forti dei contratti televisivi e degli sponsor, gli oligarchi del calcio hanno sostituito i vecchi déi del pallone e hanno appiattito tutto, creando nazionali tutte uguali a un modello globale. Non solo, i campioni più forti vengono sottratti dalle nazioni di origine, fenomeno che ormai riguarda perfino l’Italia nel cui campionato, fino all’altro ieri, militavano tutti i più forti giocatori italiani.

La Germania si è accorta di questa deriva globalista e vi ha posto rimedio: da alcuni anni, ormai, nella Bundesliga militano calciatori soprattutto tedeschi – o perlomeno naturalizzati tedeschi – e i pochi stranieri sono tutti giocatori di livello, basti pensare a Robben e Ribery. Questo modello, che si potrebbe definire quasi autarchico e che nel complesso è lo stesso che fino a dieci anni fa spingeva le squadre italiane a dominare nelle competizioni europee, si è rivelato vincente, riportando prima il Bayern sul tetto del mondo, e poi la vecchia nazionale tedesca a raggiungere l’Italia nel palmarés dei mondiali vinti.
E non si tratta di una questione di quattrini, almeno non solo, è un fenomeno assai più complesso, di mentalità. Se Slatan Ibrahimovic preferisce, al Milan e alla Serie A, il Psg e il fino a poco tempo fa mediocre campionato francese, vuol dire che le nostre squadre hanno perso appeal e forza persuasiva.

I grandi campioni vengono ormai nel Bel Paese solo a fine carriera, in una sorta di felice villeggiatura, considerato anche che, dopo la Premier, la Serie A è ancora il campionato con gli stipendi più alti. Ma questi stipendi – molti dei quali equivalgono tranquillamente a ciò che un lavoratore percepisce nell’arco di una vita – in fondo dove vanno a finire? Ad alimentare il perverso meccanismo del calcio globale, strappando giocatori stranieri dalle loro nazioni d’origine e, soprattutto, facendo ignorare il potenziale dei nostri giovani talenti. Il nuovo ordine calcistico mondiale ha travolto l’Italia.

Gennaro Malgieri si domanda: “Dovremmo strapparci i capelli se non riusciamo a mettere insieme una formazione competitiva per il semplice fatto che mancano i giocatori di valore, grazie alla voracità di club tanto stupidi quanto indebitati che vanno in giro per il mondo a raccattare qualche presunto top player, illudendosi di vincere immediatamente qualcosa per corbellare i tifosi e chiudendo, in tal modo, la strada a giovani italiani che potrebbero crescere e sviluppare le loro potenzialità non solo a beneficio delle società di appartenenza, ma soprattutto della nazionale?”

Senza vivai non si possono costruire i campioni del futuro, e senza dubbio le recenti disfatte dell’Italia calcistica sono state, tra l’altro, dovute alla mancanza di quei campioni, come Baggio, Totti o Del Piero, che in passato hanno permesso alle nostre nazionali di trionfare o anche perdere gloriosamente, mai ignominiosamente come accaduto negli ultimi due Mondiali. Probabilmente certi terzini di Prandelli non valevano un Franco Baresi o Gaetano Scirea, e forse nemmeno Alessio Tacchinardi, ma in fondo c’è qualcos’altro, come rileva giustamente l’autore.

Gennaro Malgieri scrive che il Mondiale brasiliano ha sancito il tramonto degli déi del pallone, quelli che appartengono alla memoria collettiva e che, con le loro giocate, hanno infiammato giornate intere della nostra infanzia. I Maradona, i Van Basten, i Falcao, i Rud Gullit e i Michel Platini, per intendersi. Il calcio ha subito una trasformazione genetica, visto che nemmeno nelle altre nazionali le cose sembrano andare meglio, “con Neymar, Oscar e Fred che saranno pure “campioni” considerando gli standard – molto bassi – contemporanei, ma certamente non potrebbero fare neppure le controfigure dei loro antichi colleghi che attraversavano il campo di gioco con falcate e invenzioni frastornanti”.

In fondo, come direbbero i filosofi, tutte le opere umane sono destinate a cambiare, e il calcio, come tutto il resto, è destinato a trasformarsi continuamente. Sarebbe però il caso che diventasse migliore di prima e che continuasse a infiammare i nostri immaginari come quando ammiravamo Vialli o Schevecnko alzare la Champion’s, o Roberto Baggio, ultimo cavaliere solitario, a prendere per mano la sua nazionale e portarla in finale.
Eppure il calcio è un gioco di squadra. I campionati del mondo e le Champion’s, ormai proibitive Champion’s, non si vincono solo con le prodezze dei singoli. Ci vuole qualcos’altro, lo spirito di gruppo, il gioco di squadra, quello che l’autore definisce aspetto comunitario del gioco, spesso tralasciato, ma sempre considerato dai migliori allenatori che hanno basato le loro vittorie sulla forza del gruppo. E allora non c’è bisogno di scomodare Ferdinand Tònnies con le sue teorie comunitarie, basti ricordare Marcello Lippi il quale, prima nella sua Juve, poi nel 2006, creò, prima degli schemi, prima delle tattiche, prima di tutto, un gruppo forte e coeso. Marcello Lippi vinse tutto.

E invece, guardando al movimento calcistico attuale, certe figure spesso predominano e distruggono quel collante che può tenere insieme i diversi elementi del gruppo – si potrebbe parlare ancora di Balotelli a riguardo, ma non è il caso di riempire ancora una mezza colonna su un ragazzo diventato già abbastanza caprio espiatorio, il quale ha canalizzato su di sé colpe e problemi strutturali di un calcio che vanno, certamente, al di là del solo fallimento personale.
Il libro di Gennraro Malgieri è un’occasione per rivivere le vicende che ci hanno appassionato, e deluso, durante la scorsa estate. È inoltre l’occasione per scattare una fotografia sull’intero panorama calcistico mondiale, e di rimando anche su quello politico, mettendo in evidenza i problemi che hanno determinato il fallimento di importanti nazionale europee, ed anche sudamericane. Aporie del presente che tuttavia, se analizzate “spenglerianamente”, possono dar conto della decadenza non solo di un gioco, ma anche delle nostre nazioni occidentali purtroppo agli occhi della cronaca.

Autore: admin

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