Furio COLOMBO*- Giù dal Colle. Come si elegge un presidente

 

Giù dal Colle*



COME SI ELEGGE UN PRESIDENTE

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Ovvero, come non farsi abbindolare  dalla ritualità riverente di tanti ‘media’ 

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A cose fatte si può dire. Tutto è avvenuto in stanze chiuse. Schede bianche, centinaia, per due giorni. Sono state come grandi tendoni calati di fronte a una scena che non è pronta. Dicono con chiarezza una cosa: nessuno deve sapere. O meglio pochi. Ma chi? Nessun estraneo comunque deve metter bocca, o avere o proporre opinioni su un delicato lavoro in corso, che è la costruzione del nuovo presidente della Repubblica.
Se siete estranei ai lavori, guardatevi i vostri programmi tv, ricchi di ipotesi e di pareri di chi non sa, o state lontani dall’argomento. Il dovere civico non è più “partecipare”.

Il dovere civico è di non ingombrare. A certe cose pensano alcuni. Mentre scrivo non posso fare a meno di pensare a un celebre libro americano (1962) a cui ho rubato il titolo di questo articolo. Era la storia di come era diventato presidente John Fitzgerald Kennedy, e la fama, prima giornalistica e poi accademica di quel libro era dovuta (lo è ancora, nell’insegnamento di Scienze politiche o di “scuole di governo”, nelle Università americane) alla quantità ed esattezza di dettagli e notizie precise, e alla valutazione critica di tutti i passaggi e sviluppi, da quando Kennedy è un giovanotto gradevole e ignoto, fino all’insediamento alla Casa Bianca.

Da noi non è così. Noi non sappiamo e non dobbiamo sapere nulla. In due sensi, che vale la pena di esaminare. Il primo è che la vita politica è chiusa in una camera stagna in cui si entra con uno strano meccanismo elettorale (una sorta di cooptazione attraverso liste che erano e che restano bloccate, anche dopo una presunta riforma) che interrompe, una volta eletti, ogni rapporto e ogni responsabilità con e verso gli elettori.
Il secondo è che, nel chiuso della camera stagna non credere di sapere e non credere di contare.

Teoricamente vieni eletto a far parte di un organo sovrano, che è il Parlamento, uno delle tre colonne portanti della democrazia. Nei fatti sei una frazione selezionata (più che altro secondo criteri di probabile obbedienza) che ascolta, tace ed esegue, senza alcuna autonomia o possibilità di azione indipendente. Ogni accenno a fare di testa tua viene redarguito come indisciplina non tollerabile. La pena, nell’immediato, è l’isolamento. E, appena possibile, l’esclusione da ogni altra elezione.
Ma anche se resti e fai il bravo, salvo cooptazione nel cerchio interno (che cosa è il cerchio interno e come ci arrivi?) non sai e non fai nulla, tranne approvare cose che non sai, oppure essere la folla giusta che applaude al momento giusto.

Guardando l’Italia mentre elegge il suo prossimo presidente della Repubblica, non puoi non vedere che tu, cittadino, non sai e non conti. Ma anche le persone che hai eletto perché siano il tuo Parlamento non sanno e non contano. E possono solo mettere, in proprio, un volenteroso entusiasmo. Oppure vendicarsi con il voto segreto. Come abbiamo visto prevale l’obbedienza. Essa non ha niente a che fare con il condividere una scelta. Per esempio, in questa situazione italiana non è mai stata in discussione la scelta di Sergio Mattarella for President. La discussione è stata (o meglio: sarebbe stata, se qualcuno l’avesse permessa) solo una domanda: la scelta di chi? Questo è il punto su cui si concentra il grande indovinello della vita pubblica italiana: chi comanda, chi decide? In una bella giornata di gennaio, alle due di un pomeriggio, il primo ministro del Paese Italia, in cui c’è il vuoto della più alta carica dello Stato, che spetta al Parlamento eleggere, si presenta ai deputati e senatori che rappresentano il Partito democratico in Parlamento, per annunciare loro che, compatti e disciplinati, voteranno una persona che non hanno mai incontrato o sentito parlare e che adesso è giudice della Corte Costituzionale: Sergio Mattarella.

L’annuncio non è fatto per aprire il dibattito. È una comunicazione di servizio. Infatti il Primo ministro è anche segretario del Partito democratico, e sta parlando alla rappresentanza parlamentare del suo partito. E qui, come vedete, ci sarebbero due seri problemi. Renzi, come primo ministro, può proporre ma non imporre un candidato a una delegazione parlamentare, per giunta del partito numericamente più grande alle Camere. Renzi, come Segretario dei parlamentari del suo partito, può dire la sua convinzione (vi assicuro, Mattarella è la scelta giusta).
MA POI si suppone che apra la discussione. Non la apre. Come ho detto, si tratta di una comunicazione di servizio. È stabilito e deciso che questa persona, di ottima reputazione e di integerrimo passato, sarà il nuovo presidente della Repubblica. Tocca a voi fare in modo che neppure uno dei vostri voti vada disperso. È un ordine, non una proposta. Come si vede, i problemi (o le domande senza risposta) si depositano a strati l’uno sull’altro. Il potere esecutivo non può far cantare e ballare il potere legislativo.

Può solo proporre. Il segretario di un partito ha autorità ma non dominio. Per quanto forte sia il suo carisma e la sua credibilità, riunisce i suoi per dibattere e persino per ascoltare, non per diramare istruzioni.
Ma tutto avviene al di là di una barriera impenetrabile che separa politica e popolo. Da questa parte della barriera non potete neppure chiedere chi ha deciso o perché. Manca l’interlocutore. E da tempo i media, invece di schierarsi con l’opinione pubblica che non sa e vorrebbe sapere, si addossa alle istituzioni per fare da volenteroso portavoce. Un portavoce ti ripete doti e pregi ed esemplare passato di Mattarella, che del resto potevi trovare in rete. Ma non ti dice perché Mattarella, e a confronto con chi. Attenzione alla camera stagna della politica che decide in isolamento, non si sa perché e non si sa per rispondere a chi. Ci darà altre sorprese.
(*iniziativalaica.it)

Autore: admin

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