Francesco NICOLOSI FAZIO- Casa eo Chiesa (“Tartufo” di Molière. Regia di Nicola A.Orofino. Prodotto da XXI Inscena)

 

 

Lo spettatore accorto

 

 

“CASA E/O CHIESA

Tartufo”    Di Molière

Regia Nicola Alberto Orofino    Scene e costumi Vincenzo La Mendola – Foto di Gianluigi Primaverile- Luci e fonica Simone Raimondo – Assistenti alla regia: Alessandra Barbagallo e Francesco Bernava.  Con: Barbara Gallo, Francesco Bernava, Alice Ferlito, Carmelo Motta, Alessandra Barbagallo, Giovanni Santangelo, Emanuele Puglia, Rita Salonia, Egle Doria.

Produzione: Etna ‘ngeniusa – XXI In Scena. Al Piccolo Teatro di Catania

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Ri-prendere. Ri-vedere. Ri-produrre. Il prefisso verbale, precedentemente staccato nelle tre  parole, potrebbe fuorviare il lettore, stante che Ri è sillaba associata alla ri-petizione. Forse per il lavoro di Nicola Alberto Orofino (nel seguito solo Alberto) conviene fare a meno del prefisso. Ecco che il suo lavoro, per la eccezionale novità, diventa Prendere, Vedere, Produrre. Nel Caso in specie su Molière, sintetizziamo: lavorare su un classico e  farne una cosa nuova.

Per chi non ricorda la trama. Il ricco Orgone, complice la madre Pernella, accoglie in casa come un santo il pretesco Tartufo, che si insedia come un padrone, corteggiando la moglie Elmira e vivendo da pascià. Il potere di Tartufo travalica l’inaudito, prima prestandosi al matrimonio con la figlia di Orgone e poi ottenendo da lui la donazione di ogni suo bene. Il  protagonista si àncora alle ricchezze di Orgone eliminandone il cognato Cleante che, con la serva Dorina, cercava di portare alla ragione il padrone. Alla fine Tartufo caccia il prodigo dalla casa passata di proprietà.

Già nel fermare la storia al finale, censurato e poi modificato, dove in origine la vicenda sanciva la vittoria del male, diventa una perfetta attualizzazione dello spettacolo. Difatti l’ultimo atto fu inserito da Molière per salvarsi dal clero, che aborriva veder trionfare il male, rappresentato con abiti talari. Del resto le regole USA ancor oggi impongono che nei film “il delitto non paga”. Oggi sappiamo che, nella realtà, è proprio vero esattamente il contrario.

Ma dove si respira aria di un nuovo teatro di questi anni ’10 è nello splendido complesso della messa in scena. Partendo proprio dalla scena, di Vincenzo La Mendola e dai suoi coerenti costumi, si deve apprezzare la caotica sovrapposizione di elementi (banchi di chiesa) che fanno diventare la famiglia insidiata da Tartufo una sorta di sagrestia in disarmo, emblema della perduta sacralità della famiglia, che vorrebbe ancorarsi ai ruoli, anche mediante simboliche sedie/inginocchiatoi, con ben evidenziati cubitali cartelli di gradi di parentela. Sedie trascinate stancamente in scena dai protagonisti. Ma l’idea più sconvolgente è lo strumento bellico di Tartufo, che si insinua abilmente nella traballante famiglia con un ambiguo e rotante altare/confessionale, vero invincibile cavallo di Troia, strumento che fa pensare a quello che domina in ogni casa, sotto forma di TV, triste “verbo” malato, nuovo focolare infernale. Tecnologia e teofania.

In questa semplice e poderosa macchina scenica Alberto fa muovere i bravissimi attori con simmetrie e movimenti perfetti, mostrando l’inconsistenza dei personaggi che,  come gli elementi di scena, hanno sempre  una doppia versione, tranne per gli illuminati  Cleante e Dorina. Una recitazione con dizione e ritmi contemporanei, che annullano i quattrocento anni trascorsi dall’epoca, mettendoci ancor oggi in guardia dai sempre terribili fondamentalismi religiosi.

Attori stupendi: Gallo, la bigotta furente, suocera “perfetta”; Bernava, disarmante Orgone pronto ad ogni efferatezza in nome della santità; Ferlito, sensuale e cosciente moglie tradita nel  ruolo; Motta, figlio ribelle diseredato dal destino; Barbagallo, la figlia imbelle che nessuno vorrebbe; Santangelo, uomo dal poco amore; Puglia, la sconfitta della ragione; Rita Salonia. Tartufo spietato, come solo le donne sanno. Doria già nel cognome, la meravigliosa identificazione con la serva Dorina. Egle è in ultimo anche in scena, giunge trafelata con il trolley, da altri palcoscenici, altre avventure.

Uscendo dal teatro venivamo presi dalla voglia di rientrare e, subito, rivedere lo spettacolo, come nei cinema negli anni ’70, se ne valeva la pena. Perché l’effetto più sconvolgente dello spettacolo è che ci siamo profondamente divertiti, con lucide risate che ci hanno aperto il cuore ed il cervello.

Questo articolo rappresenta un grande grazie

Autore: admin

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