Cristiana MARCHETTI- La nuda terra di Cechov (“Il gabbiano”, regia di Fabiana Iacozzili, Teatro Vascello di Roma)

 

Lo spettatore accorto



LA NUDA TERRA  DI CECHOV

foto Emanuela Bongiovanni

“Il gabbiano” diretto da Fabiana Iacozzili, di scena al Teatro Vascello di Roma

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Cechov delle speranze tradite,dei sogni irrealizzati,dell’amaro rimpianto.

Cechov che indaga nelle pieghe della quotidiana infelicita’ ,della frustrazione giornaliera,dell’amore non corrisposto,del matrimonio di facciata o peggio di comodo.

Personaggi delicatamente decadenti e amareggiati,sensibili e conflittuali.

Fabiana Iacozzili decide -nei canoni della sua sua recente regia esemplata al Vascello  di Roma- di sostituire ad  una visione intimista e classicheggiante del famosissimo testo teatrale l’esasperazione dei  toni,il sottolineare i colori dell’anima,la confusione che vi regna con una scenografia ammassata come la vita  stessa di oggetti disparati e disordinati.

Le quinte entrando sono a terra,il teatro e’ nudo ,il mistero e’ svelato,sotto gli occhi di tutti,la grande magia ostenta gia’ i  suoi trucchi preannunciando allo spettatore il racconto di una verita’ cruda senza sipario.

Arkadina  , Francesca Farcomeni ,scattosa e sanguigna ,troneggia sulla grande sedia da giardino,diva impaziente ed annoiata  affiancata  da una corte sottomessa al suo capriccioso carisma,sottolineato dalle sfavillanti borsette che pendono dal  corpo magro e consumato dalla nevrosi di attrice dal futuro sempre in bilico.

Si rappresenta nel piccolo teatro estivo della villa la prima e dunque attesissima opera di suo figlio Kostia, Benjamin Stender, emaciato e dalla lieve inflessione nordica,con i pantaloni sopra la caviglia quasi a rappresentare un’adolescenza ancora non superata,intimidito,ansioso,un uomo bimbo che cerca l’approvazione e il riconoscimento di una madre distaccata ed emotivamente assente e giudicante.

Il dramma si snoda da subito,la commedia viene aspramente criticata da Arkadina ed in poche ore Kostia rinnova il doloroso rifiuto emotivo della propria madre e quello palese di Nina,in pantaloncini corti e scarpe da tennis che fugge con il da lui aspramente odiato Trigorin ,Paolo Zuccari ,compagno della mamma,rivale in amore come nell’aspirazione artistica.

Ma il senso di fallimento non pervade solo lo sfortunato ed  amareggiato Kostia,perche’ intorno  gravitano insoddisfazioni,  amori non corrisposti come quello di Masha ,Elisa Bongioanni  che,  gia’ a lutto con una mise rock dark ,accettera’ un matrimonio di convenienza con il maestro Medvedenko ,soffocando  per tutta la  sua misera esistenza i fortissimi sentimenti per l’infelice neodrammaturgo.

Nina tornera’ infine sconfitta e delusa dalla convivenza con Trigorin  ed il confronto con Kostia sara’ per entrambi il bilancio sconsolato di una vita tormentata e costellata da dolorosi insuccessi,da speranze e sogni disattesi,da infelicita’ insopportabili che porteranno al suicidio il rifutato scrittore.

Nessuno dunque avra’ quella parte di felicita’ o successo che pensava di meritare,nessuno assistera’ alla realizzazione delle proprie ambizioni e a nessuno sara’ risparmiato di vedere palesata la propria inettitudine .

Questi i temi universali e ricorrenti dell’opera cecoviana,che la regia ha sottolineato attraverso,dialoghi concitati e spesso  aggressivi ,anche nel delicato dialogo tra Arkadina e suo figlio,che purtroppo pero’ impediscono di apprezzare, nonostante l’indubbia qualita’ artistica e recitativa degli attori,una molteciplita’ di sfumature emotive  proprie di questi personaggi ,il loro tormento sottile e strisciante ,l’ambigua e disperata ricerca della felicita’ altalenante con la disperazione..

La regista si misura in maniera coraggiosa con un testo complesso,sfaccettato e ancora modernissimo,che  sicuramente cattura l’attenzione ma che in questo gioco di estroversione estrema rischia di snaturare il testo  e la delicata trama drammatica senza spingere fino alla fine, di dare spunti dunque in altre direzioni ,ma senza ostentare una chiave di lettura estrema, diretta,palesemente sopra le righe,inconfutabilmente distaccato dai modelli classici,lasciando  un senso di incompletezza e di non sufficiente scandalo .Un progetto sospeso dove la recitazione,i costumi,la scenografia stessa rischiano di essere disomogenei,senza una connotazione comune,con disparita’ visive e interpretative.

Dopo aver assistito alla trilogia di” Aspettando Nil”,uno spettacolo ironico,tenero,vibrante  ci sarebbe  piaciuto enormemente una provocazione ,uno stravolgimento totale,il rimbalzare delle emozioni del testo attraverso nuovi percorsi,perche’ e’ questo che si chiede ad una talentuosa emergente regista.

La sensazione invece e’ un po’ quella di chi,non fidandosi forse troppo delle sue intuizioni,lascia una sospensione creativa ,una non chiara ed uniforme visione che renda davvero originale il prodotto finale.

Si esce pensando a un’occasione persa per lo spettacolo e per lo spettatore,alla voglia di assistere al tema dell’ infelicita’ umana ,del rimpianto,della delicata  e struggente incapacita’ di vivere forse anche con meno parole e piu’ fisicita’ che la compagnia “La Fabbrica”conosce e sperimenta egregiamente da anni.

Perche’ quando si varca quella soglia,  la magia del palcoscenico puo’ manifestarsi attraverso tante forme ,classiche,provocatorie,innovative e puo’  far scaturire   meste malinconie  pensierose o groppi alla gola di scandalizzata attenzione.

Tutto, purche’ tocchi e permei  le corde estreme della nostra memoria  emotiva….

– La foto in alto è di E.Bongiovanni

Autore: admin

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