Francesco NICOLOSI FAZIO- E’ tutta colpa nostra (“Good people” di Lindsay-Abaire. Stabile di Catania)

 

 

 

 

Il mestiere del critico

 

 

E’ TUTTA COLPA NOSTRA

Luca Lazzareschi, Esther Elisha e Michela Cescon in GOOD PEOPLEPh Salvatore Pastore Ag Cubo

 

“Good people” di David  Lindsay-Abaire   Traduzione di Marco Perisse e Roberto Andò

Un progetto di Michela Cescon   Regia: Roberto Andò   Con: Michela Cescon, Luca Lazzareschi, Loredana Solfizi, Roberta Sferzi, Nicola Nocella, Esther Elisha.    Prod.   Teatro Stabile di Catania, Napoli Teatro Festival, Zachar produzioni.     Di scena al Teatro Verga di Catania

 

****

 

Raramente una scena di un film irrompe nella memoria dell’immaginario collettivo. Spesso citiamo di Andò le gocce di sangue di Lampedusa che cadono sul e ne “Il manoscritto del Principe”. Metafora della letteratura, come vita, memoria, dna. Per sottolineare l’ideazione della Cescon il regista confessa: “Di Lindsay-Abaire so ben poco”. Ma poi dichiara la condivisione per la scelta anti-retorica dell’autore che “riesce a schivare ogni espediente convenzionalmente conflittuale, da quello del razzismo, allo scontro  di classe” fondando la storia su “un dettaglio cruciale della vita” della protagonista, una sorta di “Punctum”.

Necessita la vicenda. Margaret, ragazza madre cinquantenne di South Boston, in conseguenza dei problemi della figlia con grave ritardo, perde il lavoro, per ritrovarlo assedia Mike, suo ex ragazzo, diventato un ricco medico che vive nell’upper Boston, felicemente sposato con una giovanissima afro-americana. Con la scusa di una festa, peraltro disdetta, irrompe nella splendida casa di Mike. Lo scontro diventa inevitabile, anche se giocato sul filo della decenza, tutto incentrato sul “punctum” della storia: i due mesi di relazione tra Margaret e Mike, culminati da due scelte: quella di Margaret di lasciare volutamente libero il ragazzo e quella di Mike di andare all’università. Come in “Sliding doors” (GB-USA 1997) le scelte ed il caso condizionano la vita.

Come in gran parte del cinema USA, nella commedia si adopera il meccanismo dell’individuo solo, eroe della storia, anche se in questo caso diventa “ostaggio della propria inconsistenza” (Andò).. Straordinaria è nell’autore la capacità di sorvolare sulla realtà sociale rappresentata da una donna bianca, che vive in una città che è tra le più progredite dell’intero occidente, culla della cultura americana, dall’indipendenza alle migliori istituzioni universitarie  mondiali. Però questa donna bianca in questa città emblema dell’occidente, deve fare i conti con una figlia maggiorenne gravemente disabile, la disoccupazione e lo sfratto, mentre si fa quasi colpa di avere preso la porta sbagliata, restando nel “ghetto” del South Boston. Questa impostazione non sembra una  capacità artistica, ma è una raffinata volontà politica di spostare il tema, volontà che raggiunge il culmine nel confronto tra la moglie nera e la “mancata moglie” bianca, come dire: “è solo colpa tua se non ce l’hai fatta, persino una donna nera ha realizzato il suo (tuo) sogno e tu no”. Viene da pensare a Kennedy che da presidente dello stato più potente del mondo, se ne uscì con l’esilarante battuta: “Non chiedere cosa può fare l’America per te, ma cosa puoi fare tu per l’America”. E giù risate. Soltanto che Lindsay-Abaire fa finta che sia una cosa seria.

Tolta questa premessa politica, che oggi risulta almeno doverosa, lo spettacolo soffre di sostanziali schematismi, che vengono emblematicamente sintetizzati nella scenografia “a cassetti” mobili che, dividendo in due la scena del noioso primo atto, involontariamente indica la sempiterna segregazione, ormai interrazziale. La banale scena del secondo atto viene un poco aiutata dall’accendersi della vicenda, che  è del tutto  ovvia e prevedibile. Pirandello è vissuto  forse invano. Schematici i personaggi, luoghi comuni viventi, che non lasciano spazio a nessuna sfumatura,  in un giuoco di ruoli ingessato come la società occidentale che ha come motto: “Uno su mille ce la fa” e per tutti gli altri (Good people) è colpa loro

Miracolosa la regia di Andò che resuscita un cadavere teatrale, che con lenti deformate fotografa la realtà occidentale, che depone ogni speranza nel Bingo, istituzione che apre e chiude la vicenda.

Autore: admin

Condividi