Vincenzo SANFILIPPO- Teatro a percezione spaziale (“Go down, Moses”, regia di R. Castellucci.Teatro di Roma)


Il mestiere del critico



TEATRO A PERCEZIONE SPAZIALE

Go Down, Moses. Ragionando su libertà e schiavitù

 

Go down, Moses
regia, scene, luci, costumi di Romeo Castellucci
testi di
Claudia Castellucci e Romeo Castellucci

Musica Scott Gibbons con Rascia Darwish, Gloria Dorliguzzo, Luca Nava
Stefano Questorio, Sergio Scarlatella     Produzione Teatro di Roma e Socìetas Raffaello Sanzio.

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“In quest’allestimento nessun accenno lascia trasparire il tema teatrale di Go down, Moses, titolo preso in prestito da un spiritual americano di Louis Armstrong; dove “Mosè, non c’è”, nemmeno vi sono  gli episodi e le emozioni della sua vita, dal roveto ardente dell’incontro con Dio ai 40 giorni sul monte Sinai, al culto del vitello d’oro. La storia  di Mosè vuol essere un’eco dietro i quadri scenici, alcuni astratti, altri naturalistici di una storia diversa”. E il Libro dell’Esodo è cruciale – afferma Castellucci –  vi si inserisce la sostanza della nostra epoca. Pertanto  non può essere rappresentato a teatro come una sceneggiata.

Ci sono dentro parole chiave  –  il camminare senza meta, la solitudine, il divieto delle immagini, il deserto…  –  che hanno nutrito la nostra cultura e ancora ci parlano, a cominciare dal concetto di esodo, come attraversamento di un deserto mentale che è ciò che ci caratterizza nonostante viviamo in grandi città affollate, tanto sommersi di informazioni per cui non c’è più niente da vedere, da sapere.

L’ampiezza della percezione iniziale del candido spazio scenografico, luogo eidetico della drammaturgia visiva di questo spettacolo, misura l’indeterminazione delle azioni conseguenti, perché dispone di una tangibile quarta parete trasparente tra il proscenio e la platea, quale filtro costituito da un grande tulle bianco finalizzato a distanziare l’accadimento dei quadri scenici metastorici simili a tableau vivant.

Questo filtro confeziona l’intero allestimento che può essere inteso anche nella concettualità della separazione del legame perduto con i testi Biblici, secondo logiche – se si vuole biunivoche – suddivise a loro volta in dottrine dell‘essere contrapposte a dottrine dell‘essenza: tra laicità contemporanea e antica religiosità pre-razionale.

Il primo quadro scenico introduce riflessioni sull’impaginazione grafico-scenica dello ormai storicizzato teatro immagine in cui fu possibile trascrivere le trasformazioni estetiche dello spazio bianco perimetrato per comprendere l’idea di “distanza”, poiché al suo interno si potevano compiere trasferimenti e visive trasmutazioni concettuali. E nel caso di quest’allestimento Go down Moses, lo spazio monocromo suggerisce la dimensione mentale dello spazio dell’esodo biblico che Castellucci aggrega per quadri scenici in sequenza.

Sul grande  tendaggio, come fondale, ecco l’immagine simbolica del “coniglio” – riproduzione  rinascimentale di Albrecht  Durer – ammirata da attori-visitatori come riflessione critica sulla poetica dell’artista tedesco. Citazione pertinente della storicizzata mostra concettuale realizzata a Roma da Vettor Pisani alla galleria Sperone a Roma nel 1975, con un’azione performativa dal titolo  il coniglio non ama Joseph Beuys, e replicata a Bologna nel 1977 ( Città di formazione  di Romeo Castellucci) .

A una cesura di buio totale appare improvviso sul proscenio un grande rullo industriale, che con il suo vorticoso moto rotazionale rimanda al simbolismo futurista della macchina strizza cervelli – intonarumori. Dall’alto scendono grovigli di capelli sul rullo rotante che sibila. Questi sono avviluppati, stirati, ingoiati e deformati nella trappola radiale della macchina, quale atroce idea di strappo ancestrale che assilla il pensiero relativistico di noi contemporanei.

A questo punto dello spettacolo la scena visualizza una giovane donna che si contorce e spasima per le doglie mentre sta per partorire dentro un bagno pubblico. La persistenza di questa performance piena di sospiri attorno al water è lancinante. La paradossale traslazione di un neonato da abbandonare al suo destino diventa un’eco di una diversa storia contemporanea: quella interiore di una donna di oggi che abbandona “tra gli organici” il proprio figlio neonato, alienata da una nevrosi traumatica postparto e in preda a un’isterica religiosità irrazionale.

A questo punto vediamo campeggiare nell’oscurità  un ingombrante cassonetto della monnezza, cui segue un assillante interrogatorio di un funzionario di polizia affinché riveli dove ha nascosto il bambino. La derelitta donna, farneticante e fissata a identificarsi con l’israelita Lochebed, dichiara in versetti biblici di aver abbandonato il figlio identificandolo come il piccolo Mosè. Successiva cesura buia, e nell’oscurità appare il tubo-cunicolare di un’apparecchiatura diagnostica di risonanza magnetica, dove la donna vi è introdotta al suono ossessivo di una partitura elettronica.

Chiude lo spettacolo, l’interno di una apotropaica caverna con uomini e donne primitivi nudi che si cibano  di crudità dilaniando un capretto citazione di “sia data la fame e il sesso” in “Incesto e cannibalismo in Marcel Duchamp”.  Una donna dà sepoltura al suo bimbo coprendolo di terra e pietre, dopo un giovane si accoppia con la donna per assicurare la continuazione della specie umana attraverso un casto atto sessuale che sa di fecondazione/semina nella zolla arata .

Terminato il coito, l’uomo comincia a scrivere la sequenza di tre lettere sul grande tulle: uno S.O.S. come a descrivere il segnale universale di richiesta di soccorso.  L’uomo continua sbattendo le mani insanguinate dipingendo ad impronta un motivo rupestre africano su quella diafana parete di tulle procurando assordanti boati, registrati in sincrono con la gestualità, come per bussare forsennatamente alle porte dell’aldilà della “soglia”, intuendo nell’essere uomo sapiens una qualche trascendenza divina.

Una drammaturgia d’immagini  e di qualificata scenotecnica, rivelatrice di un’evoluzione che in Castellucci  può compromettersi con le istanze metafisiche dell’Esodo biblico, in quanto l’argomento trattato può confliggere sui complessi rapporti esistenti tra “l’azione” pluriennale della ricerca artistica sociale ed esistenziale contemporanea e l’applicabilità di questa ai differenti linguaggi della drammaturgia. Essa richiede, nella valutazione di un evento, il fondamento di determinate norme, e quindi il pronunciamento di ciò che è corretto comunicare << dal latino dicere >> raccontare, riferire per mezzo di parole espressive, oltre che corredare con attraverso la semantica visiva di segni e atti esteriori.

Alla fine dello spettacolo abbiamo assistito  agli applausi di coloro che per formazione sono avvezzi ai linguaggi non verbali; altrettanto motivati gli astenuti perché  nella valutazione dell’evento  sono rimasti disorientati da un caleidoscopio d’immagini citazionistiche considerate dal sentire comune residuali quanto “criptiche”, in quanto passibili di creatività autoreferenziale.

Senza una condivisione collettiva della platea a volte le fantasie personali  dei registi risultano  prive di realtà perché incomunicabili o, se sono comunicabili, non sono accettate come compiute. Sappiamo, da esperienza documentata, che lo spettacolo dal vivo basa  la sua efficacia e la  forza persuasiva nella capacità di soddisfare in forma immaginaria le aspettative condivise della platea. E la platea dell’Argentina è costituita da un pubblico ormai avvezzo ai linguaggi della drammaturgia contemporanea di ricerca.

Questo ci fa capire come la creatività di Castellucci sia “chosa mentale”, intuitiva, inventiva e immaginaria, molto basata su un creativo ritmo interiore che a tratti  “annaspa” tra l’imprendibilità dell’idea estraniata per definizione e la sperimentazione di una drammaturgia semanticamente concettuale.

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Brani musicali presenti nello spettacolo
“O Heavenly King” composto da Alexander Knaifel, eseguito da Oleg Malov e Tatiana Melentiev album: “Alexander Knaifel: Shramy Marsha, Passacaglia, Postludia – Megadisc, 1996
“Wade In the Water” composto da John Wesley Work II e Frederick J. Work, eseguito da Empire Jubilee   Quartet. Album: “Take Me To The Water”  – Dust-to-Digital, 2009

Maestranze:

assistente alla scenografia Massimiliano Scuto
assistente alla creazione luci Fabiana Piccioli
direzione della costruzione scenica
Massimiliano Peyrone
sculture di scena, automazioni, prosthesis Giovanna Amoroso, Istvan Zimmermann
realizzazione dei costumi Laura Dondoli
assistenza alla composizione sonora Asa Horvitz
tecnica di palco Claudio Bellagamba, Michele Loguercio, Filippo Mancini
tecnica del suono Matteo Braglia
tecnica delle luci Danilo Quattrociocchi
produzione Benedetta Briglia, Cosetta Nicolini
Foto Guido Mencari

Produzione
Teatro di Roma e Socìetas Raffaello Sanzio
in co-produzione con
Théâtre de la Ville with Festival d’Automne à Paris; Théâtre de Vidy-Lausanne;
deSingel International Arts Campus /Antwerp; La Comédie de Reims Maillon, Théâtre de Strasbourg / Scène Européenne; La Filature, Scène nationale-Mulhouse, Festival Printemps des Comédiens; Athens Festival 2015, Le Volcan, Scène nationale du Havre; Adelaide Festival 2016 Australia; Peak Performances 2016, Montclair State-USA;
Con la partecipazione del Festival TransAmérique-MontrealSi ringrazia per la collaborazione il Comune di Senigallia- Assessorato alla Promozione dei Turismi, Manifestazioni / AMAT

Promozione e comunicazione
Gilda Biasini, Valentina Bertolino

Ufficio Stampa del Teatro di Roma a cura di Amelia Realino

Autore: admin

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