Francesco NICOLOSI FAZIO- Servitori di tanti padroni (“Le serve” di Genet,Teatro del Canovaccio, Catania)

Teatro    Lo spettatore accorto



SERVITORI DI TANTI PADRONI.

“Le serve” di Jean Genet

Adattamento, ideazione e regia: Saro Minardi. Con: Egle Doria, Luana Toscano, Sergio Valastro.    Scenografie: Federica Buscemi. Assistente alla regia: Alessandra Barbagallo.     Produzione: XXI in Scena, al Teatro del Canovaccio. Catania

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“Santo Genet”, così, con sprezzante intento iconoclasta, Jean Paul Sartre chiamava l’autore di questa tragedia. Autore estremo, guidato nello scrivere dalle sue incredibili esperienze, dalla legione straniera, dove esercitava le sue passioni omoerotiche, al furto reiterato, per colpa della sua sindrome di cleptomania; una vita ai margini, destinata ad una sconfitta senza riscatto. Come i suoi personaggi, di cui Fassbinder portò sugli schermi “Querelle de Brest”.

Due sorelle, le serve del titolo, vivono una sudditanza totale e conflittuale con la “signora” padrona, al punto di denunciare calunniosamente il  “signore” (l’amante, arrestato, mai in scena); prima di essere scoperte tentano di avvelenare la padrona. Il costante conflitto si tramuta nel loro gioco sado-maso di serva/padrona, una sorta di teatro claustrofobico, gioco di ruoli. La liberazione del “signore” porta al finale tragico della morte di una delle due, volontariamente con lo stesso veleno messo nella tisana per la signora..

La trama è un crescendo verso l’abisso, una “macchina infernale/teatrale” (sottotitolo) che viviseziona e maciulla realtà e/o luoghi comuni: le caste, il mestiere dell’attore, l’amore come sudditanza, la violenza del potere, l’impotenza delle vittime. Un senso di disagio portato da una tensione costante, che non è mai sottotraccia, ma, attraverso la pelle,  affonda dentro il ventre dello spettatore, raggelandone il cuore.

Saro Minardi, che ormai seguiamo piacevolmente da tempo, affila, con l’adattamento e con la sua accorta regia, il bisturi con cui la tragedia lacera le nostre coscienze, grazie anche ad un ritmo incalzante, vibrante, sostanzialmente da cinema “noir”; tanti “colpi” nella scena, unica, come prigione sociale. I movimenti attoriali, come  le musiche, diventano emblematici del contrasto lacerante delle esistenze dolenti, anime di dantesca memoria. Non vite. Inferni in terra.

Poderosi gli attori, che riflettono la capacità fisica del regista: Luana Toscano, forte e compatta, incarna lo spietato medium tra la padrona vera e la padrona finta, ruolo che una splendida Egle Doria interpreta nei loro giochi saffici (scena nella scena) con sensualità virginale , traslazione che la condanna, al posto della padrona, al sacrificio finale, come una socratica eroina greca, forse Dea, ma degli inferi. Strabiliante Sergio Valastro, nei panni della “signora”(Genet avrebbe voluto tutti attori giovinetti), diviene fulcro e crocevia di ogni violenza, dove la maggiore di tali violenze è quella della menzogna, che è il trucco del mestiere e del mistero dell’attore.

Uno spettacolo raro e vero, che fa accapponare la pelle per il piacere della perfetta messa in scena, non lasciando un istante di tregua allo spettatore, che alla fine applaude (anche a scena aperta) per esaltanti lunghi minuti, nei due spettacoli giornalieri, con qualche spettatore in piedi. Una sensazione di gradevole disagio, come un bere forte, come la tisana avvelenata nel finale della vicenda, che dovrebbe placare, ma invece dilania e scortica le coscienze.

Teatro intenso, ricco di riferimenti e rimandi. Coraggiosamente ribelle, contro l’omologazione globale che ci schiaccia ed ottunde, rendendoci tutti, più che servi, quasi schiavi. Una scommessa vinta, per un testo da tanti anni non rappresentato in Italia, paese dove, anche nel teatro, trionfa spesso il banale.

Autore: admin

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