Sauro BORELLI- Il genio oltraggiato (“The imitation game”, un film di Morten Tyldmun)


Il mestiere del critico



IL GENIO OLTRAGGIATO

“The imitation game” , un film di Morten Tyldum

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La regina Elisabetta, nel 2003, con una decisione tutta autonoma decretò che Alan Turing, matematico geniale a suo tempo perseguitato e oltraggiato – negli anni Cinquanta – per la sola “colpa” di essere omosessuale, era ben altrimenti meritevole d’ogni plauso per la sua determinante scoperta, nel corso dell’ultima guerra, del codice capace di decrittare l’”inviolabile” sitema comunicativo dei nazisti, denominato “Enigma”.

Su questo evento, per sé solo, apparentemente casuale e genericamente scontato, si basa in effetti la vicenda evocata dallo sceneggiatore Graham Moore e portata sullo schermo dal regista norvegese Morten Tyldum in cui la caratterizzazione sensibile, magistrale dell’eclettico Benedict Cumberbact (appunto nel ruolo di Alan Turing) dà corpo e senso convincenti alla storia desunta dalla realtà verificatasi variamente tra gli anni Quaranta e Cinquanta in un’Inghilterra, prima straziata dalla guerra e in seguito deturpata da un conformismo feroce e autodistruttivo.

In termini più dispiegati, The imitation game, dove il programmatico intento del “gioco imitativo” si riferisce tanto alla traccia narrativa legata all’altalenante rispecchiamento di fatti, situazioni autentiche, quanto a infingimenti, travisazioni consapevoli di sviluppi inconfessabili (sia per quel che pertiene la sfera pubblica, sia la più privata condizione esistenziale), si prospetta in definitiva come una strategia a incastro, ove appunto paradossalmente l’apparenza ha i margini del reale e la verità quelli dell’improbabile suggestione.

Insomma, in altre parole, un marchingegno impervio – come davvero fu l’intrico che governava la dinamica dell’”Enigma” nazista – destinato prima ad essere faticosamente violato e quindi inesorabilmente soppiantato da più ardui strumenti scientifici e, addirittura, umani. Ovvero, la fatica più improba di Alan Turing e dei suoi indocili collaboratori che con le loro ardite innovazioni produssero, dopo lunga e geniale dedizione, la sconfitta sul piano effettuale della guerra ed abbreviare di due anni il conflitto evitando la morte di milioni di combattenti sui fronti di tutta Europa.

C’è al centro di questo pur denso racconto il testo – cioè l’elemento portante della vicenda personale di Alan Turing, segnato all’origine da oggettive debilitazioni caratteriali e dalle successive difficoltà dell’ottusa persecuzione poliziesca – e il contesto – l’ambito ossessivo dell’autoritarismo militare come dello spietato ingranaggio proprio del mondo spionistico –: scorci che, in una serie di flash-back incrociati, determinano poi un acme drammatico culminante nel suicidio di Turing che, angosciato per le sue inenarrabili sofferenze, darà suggello doloroso all’avventura esistenziale di un genio oltraggiato proprio per la sua irriducibile genialità.

In una storia corale come quella di The imitation game risalta certo il personaggio-limite di Alan Turing, ma grazie a un team di interpreti del tutto magistrali come Keira Knightley, Charles Dance e Matthew Goode  e ad un linguaggio iconico improntato da un ben temperato tono arieggiante i lontani anni della guerra e degli anni cinquanta, l’esito organico del film tocca il traguardo di uno spettacolo al contempo denso di ammonimenti e di una morale accoratamente progressista.

Significativo, al proposito, il commento alla figura del suo problematico eroe avanzato dall’interprete Benedict Umberbacht: “Durante una certa sequenza mi sono reso conto che non lo stavo interpretando, ma che stavo soffrendo per lui, come fosse possibile che quell’uomo straordinario, il padre dell’era informatica, un eroe di guerra… fosse stato distrutto dalla stessa società che aveva protetto”. Si capirà altresì quanto e come sia stato tutto dovuto il pur tardivo risarcimento morale, civile tributato dalla Regina ad Alan Turing.

Autore: admin

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