Sauro BORELLI- L’eroismo made in Usa (“American Sniper”, un film di Clint Eastwood)

 

 

Il mestiere del critico

 


L’ EROISMO MADE IN USA

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“American Sniper” il nuovo film di Clint Eastwood

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E’ difficile dirimere in una vicenda, una storia, un racconto e – massimamente – in un rendiconto di uno scorcio autentico della realtà gli elementi costitutivi orientati verso il bene o verso il male. Clint Eastwood, che impavido veleggia attorno agli 85 anni, non si è posto il problema e, puntando resoluto verso l’esperienza tragica di Chris Kyle, un texano roccioso intriso di convinzioni estreme (violenza, conformismo, intolleranza), ha imbastito un film, appunto American Sniper, ove episodi ricorrenti della guerra in Iraq si proporzionano sullo schermo come l’”esemplare” rappresentazione, da una parte, di un ritratto al vivo del protagonista e, dall’altra, dall’apologia scoperta di una perorazione (quasi) appassionata della violenza bellica, dell’orgoglio militarista. Certo, tutto ciò temperato, mischiato ai moti di ripensamento, di sconcerto dei momenti più gravi, più desolanti della guerra senza esclusione di colpi, ma sostanzialmente solidale con un’idea del mondo, delle umane vicende tutte e sempre irreparabili.

Ripensando, a confronto, a precedenti prove  maggiori di Clint Eastwood – in ispecie, Gran Torino e Gli spietati – si resta quantomeno perplessi di fronte a questa sua nuova realizzazione, interamente permeata di grintosi accenti e, anche più, virata su reboanti, fragorosi echi guerreschi. Si dirà, dunque, che Eastwood, ancora una volta, vorrà sorprenderci con un cambio di tono, di temi più energici, brutali delle storie evocate in passato, persino con le scatenate “canzoni di gesta” metropolitane fatte di sparatorie, regolamenti di conti, confronti e scontri all’ultimo sangue.

Forse è un’ipotesi, questa, inadeguata, dal momento che l’ascesa e la caduta del presunto eroe Chris Kyle (definito addirittura “leggenda” per la sua superlativa maestria nel letale mestiere di uccisore a comando per difendere i suoi commilitoni, ovvero di inesorabile cecchino) risultano narrativamente dipanate secondo alterni schemi ora dettati dalle privatissime situazioni del proprio matrimonio (la moglie apprensiva, l’affetto per i figlioletti ma anche il disadattamento dalla vita quotidiana, dai rapporti contingenti) ora dalle cruentissime fasi vissute nel colmo di un massacro scatenato in rovinosi fatti d’arme.

Tutto è lecito, dunque, in questo film, classicamente strutturato in immagini, scontri e dialoghi sempre e comunque esasperati. Chris Kyle, in effetti, si staglia qui come un individuo spinto e insieme diviso da contrastanti pulsioni psicologiche, esistenziali – l’educazione “virile” subita nell’adolescenza e nella prima maturità, la scelta radicale di puntare sempre sulle opzioni più smaccatamente retoriche –, fino ad incarnare ben altrimenti un individuo senza margini di dubbio di problematiche inquietudini, se non proprio quando è destinato a subire l’oppressione di soluzioni sbagliate.

Arruolatosi ripetutamente ( per circa mille giorni) per combattere nel carnaio irakeno il nostro persegue ostinato un’esistenza fatta di agguati, tiri al bersaglio umano, violenze dissennate per giungere – al termine della “missione” di eliminare un efferato cecchino nemico – all’acquietato (in apparenza) buen retiro del ritorno in famiglia, a casa. Ma, nemesi più che mai spietata, un commilitone disastrato dai traumi di guerra, lo ucciderà in un campo di tiro.

Assistere, dunque, ad un film del genere induce presto a considerazioni piuttosto perplesse sull’approdo cui è giunto, appunto con American Sniper il pur talentoso e volitivo Clint Eastwood. Anche perché a suo tempo ebbe ad affermare recisamente: “Sono felice della mia carriera di attore. Al tempo stesso, quando nel Settanta ho cominciato a dirigere il mio primo film Brivido nella notte, pensavo già che avrei potuto star dietro la macchina da presa… Ma nel complesso è andata come volevo. Solo che a un certo punto ho deciso che volevo chiudere la carriera d’attore con un ruolo bello, in un film di successo. Quando ho girato Million Dollar Baby, ho pensato che era un bel finale poi è arrivata la chance di Gran Torino ed era un finale ancora migliore…”.

E’ sicuramente, questo, un compiacimento tutto lecito. Peraltro, la sortita di American Sniper non testimonia un’uguale pienezza espressiva per quel che pertiene l’impianto registico e tematico usato da Clint Eastwood. Si sa, anche il sommo Socrate schiacciava talvolta un sonnellino. Figurarsi il pur bravo Eastwood…

 

 

 

Autore: admin

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