Cristina PICCINO*- L’intervista. Antonio Latella e “l’illusione del Presepe”

 

L’intervista*

 

LATELLA E “L’ILLUSIONE DEL PRESEPE”

Il regista di Castellammare realizza una spiazzante edizione di “Natale in Casa Cupiello” al Teatro Argentina di Roma

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l suo Natale in casa Cupiello ha pro­vo­cato un pic­colo ter­re­moto — pro­dotto dal Tea­tro di Roma lo si può vedere all’Argentina ancora sta­sera e domani, un bel modo per finire/iniziare l’anno. C’è chi lo adora e chi si è scan­da­liz­zato, ma è quasi una cifra del tea­tro di Anto­nio Latella che per luci­dità, inven­tiva, dis­sa­cra­zione non può lasciare indif­fe­renti . Certo la com­me­dia, scritta da Eduardo a più riprese negli anni Trenta, è uno dei cosid­detti «testi sacri» della cul­tura ita­liana intorno al quale nel tempo si è creata una ico­no­gra­fia, e anche una certa abi­tu­dine della visione. Il Natale di Latella lascia invece alle spalle, e radi­cal­mente, l’immagine delle due camere&cucina in cui è stata chiusa la fami­glia napo­le­tana, per dare vita al testo, alle parole, agli accenti per­sino per cer­carne lì gli ele­menti di rot­tura, la cru­deltà. E libe­rando l’opera di Eduardo dai canoni devi­ta­liz­zati della «tra­di­zione» ne resti­tui­sce il sen­ti­mento contemporaneo.

Anto­nio Latella ci risponde dalla sua casa di Ber­lino dove ormai vive da diversi anni. Tra poco ini­zierà le prove di un nuovo spet­ta­colo ispi­rato Vero­nika Voss il film di Fas­sbin­der — debutto a Modena in pri­ma­vera, titolo Ti regalo la mia morte, Vero­nika. «Ma il film è tal­mente per­fetto che sarà dif­fi­cile met­terlo da parte».

«Natale in casa Cupiello» è un’opera che al di là della scena tea­trale ha creato nel tempo un pae­sag­gio umano dive­nuto parte dell’immaginario ita­liano. Ed è anche una delle più legate a Eduardo. Da cosa sei par­tito per avvicinarlo?

Una delle que­stioni fon­da­men­tali riguar­dava pro­prio il rispetto dei mae­stri. Che per me si è tra­dotto subito in una domanda: se loro hanno fatto tanto bene delle cose per­ché rifarle peg­gio? Preso atto di ciò ho comin­ciato a eli­mi­nare il rea­li­smo, non mi inte­res­sava met­tere in scena una tra­ge­dia bor­ghese ma arri­vare all’essenza della tra­ge­dia stessa, a quel suo snodo che inte­ressa tutti. E que­sto sem­pre con grande rispetto per il suo autore.
Lo spet­ta­colo mette al cen­tro il testo, le parole, e per­sino gli accenti diven­gono gesti men­tre gli attori sem­brano guar­dare dall’esterno il pro­prio per­so­nag­gio, e al tempo stesso esserne inti­ma­mente parte…
Penso che un testo sia più grande di noi. Alcune volte la psi­co­lo­gia è tal­mente sog­get­tiva, o legata a un certo attore da essere meno inte­res­sante. Il testo invece soprav­vi­verà sem­pre, l’interpretazione no. Certo, si ricor­dano delle grandi inter­pre­ta­zioni di Amleto ma è anche vero che spesso la psi­co­lo­gia riduce lo spes­sore del testo. Per que­sto mi inte­res­sava avvi­ci­narmi più alla let­te­ra­tura spe­cie poi rispetto a un testo come Natale in casa Cupiello così legato a Eduardo inter­prete e autore.

In que­sto lavoro di sot­tra­zione viene fuori con forza la vio­lenza della storia.

Per­ché la cat­ti­ve­ria è libe­rata dai fron­zoli, da quel «voglia­moci bene» che troppe volte l’ha sof­fo­cata. Natale in casa Cupiello è stato scritto da Eduardo in tre momenti diversi della sua vita, e que­sto offre la pos­si­bi­lità di uti­liz­zare anche lin­guaggi diversi. Il grot­te­sco, il melo­dram­ma­tico, e il tea­tro musi­cale che nell’ultima parte ddello spet­ta­colo iviene un grande requiem, una messa funebre

Ecco, l’ultimo atto nel tuo «Natale» arriva spiaz­zante. Un nero cupo, come un Vela­squez, in cui gli stessi Cupiello sono diven­tati il presepe.

Il primo atto nasce dall’unione di due atti unici, il primo e il secondo, il cui ini­zio è rap­pre­sen­tato dalla stella cometa che si alza. Il terzo è stato scritto da Eduardo qual­che anno dopo, e se quello cen­trale si avvi­cina per moda­lità alla sce­neg­giata dei tempi, que­sto sem­bra volere allon­ta­nar­sene. Il rap­porto tra la rap­pre­sen­ta­zione della fami­glia e il pre­sepe è uno dei punti cen­trali del lavoro. La fami­glia diventa pre­sepe ma senza i colori pastello del pre­sepe, e appare nella sua fal­sità, nell’allusione di un’armonia, di una per­fe­zione che sono fit­ti­zie. Per quanto riguarda invece il secondo atto, quello del car­retto, met­tendo in scena i pastori e gli ani­male volevo riman­dare al tea­tro del Nove­cento, e non solo ita­liano; penso a Bre­cht, alla sua Madre corag­gio,anche per­chè nel Natale di De Filippo ci si con­cen­tra sem­pre sul per­so­nag­gio maschile, men­tre io ho cer­cato di met­tere in rilievo quello della moglie, Con­cetta — in scena è la molto brava Monica Piseddu– che è la figura forte. Lei porta il peso di tutto, affronta i con­flitti e anche quando sem­bra vacil­lare resi­ste, men­tre lui muore per il dolore.

Tor­niamo al rap­porto con la tra­di­zione. Nella tua let­tura il figlio durante la veglia fune­bre uccide il padre. Un gesto forte.

Sapevo che mi avrebbe espo­sto a molte cri­ti­che, come poi è stato ma era una meta­fora di cui sen­tivo pro­fon­da­mente la neces­sità. Dal punto di vista dram­ma­tur­gico non si tratta dell’uccisione del padre ma della sua libe­ra­zione. É un modo di dir­gli: vai adesso, il far­dello me lo assumo io. Par­lare di meta­fora è non è casuale. Quel gesto per me rap­pre­senta un modo per inter­ro­gare il senso del tea­tro oggi, se vale la pena tenerlo vivo come un cada­vere o se non è meglio farlo morire per poi per­met­ter­gli di rinascere.  (*ilmanifesto)

Autore: admin

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