Francesco NICOLOSI FAZIO- Irriducibile (“Il Bell’Antonio”, regia di G. Sepe, al Teatro Stabile di Catania)

 




Teatro   Il mestiere del critico



IRRIDUCIBILE

Il BellAntonio

“Il Bell’Antonio” Di Vitaliano Brancati (Adattamento di Antonia Brancati e Simona Celi).

Regia: Giancarlo Sepe Scene e costumi: Carlo De Marino Con: Andrea Giordana, Giancarlo Zanetti, Elena Callegari, Luchino Giordana, Giorgia Visani, Michele  De Marchi, Simona Celi, Natale Russo, Alessandro Romano.

Allo Stabile di Catania – Teatro Verga

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Grande assenza. Dopo sessant’anni dalla scomparsa, nulla di paragonabile a Brancati, nella cultura italiana. La sua totale e lucida analisi, di laico liberale nemico di tutte le chiese clerico-fasciste/comuniste, forse solo in Pasolini (co-sceneggiatore del cinematografico Bell’Antonio) trovò una continuità, recisa. Ma spesso la sua corposa produzione letteraria non viene correttamente inquadrata. Purtroppo, per armata mano delle chiese culturali, viene sempre limitata allo stereotipo e “ridotta”. La riduzione dello spettacolo teatrale è ad opera della figlia Antonia e di Simona Celi, questa tra gli interpreti. Anche la locandina (una “plancia”) ripercorre il riduttivo motivo del gallismo, mediante la raffigurazione di un policromo bipede, re del pollaio. Nella dimensione teatrale non trovano spazio le mille sfaccettature dell’opera Brancatiana, che culmina in una dolente poetica, che si illumina anche con la toponomastica della città, svelata come vera petrarchesca amante, mai sedotta. Un romanzo elegante, forse per questo dedicato alla adorata moglie “Annetta”. Ci rifiutiamo di accennare alla trama. La rappresentazione riutilizza i “lacerti” già prelevati da Mauro Bolognini nel bel film con Mastroianni e la Cardinale, conservando però la collocazione storica del romanzo, che ha nel fascismo (e nei fascismi) uno dei protagonisti, mentre il film si posizionava nei più comodi anni ’50. Alla TV ricordiamo soltanto un bravissimo Leo Gullotta nei panni dello zio Fasanaro (letteralmente: cacciatore di fagiani).

Lo spettacolo ci coinvolge con la monolitica scena, ove incombe centralmente un tetro totemico obelisco, su cui si impernia la vicenda, ma anche e soprattutto il meccanismo rotante, che trascina con sé una greve tenda e gli eventi. Carlo De Marino sommerge con questo marchingegno l’intera rappresentazione, tracimando in ogni sezione dello spettacolo. Una scelta forte, anche virile, simbolicamente e sarcasticamente; da apprezzare soprattutto come rara novità da segnalare nel piatto panorama delle scene italiane. Una sorta di sipario ciclico che svela le umane miserie nel  “ruotare” della vicenda, un vortice che coinvolge gli affetti, le morali e perfino tutte le istituzioni.

Bravissimi gli attori, con i Giordana in testa. Luchino interpreta esattamente il ruolo, però con una cadenza catanese che, limitata al solo suo personaggio, risulta forse inutile. Andrea, padre doloroso, calibra ogni registro, senza mai sconfinare nel grottesco. Giancarlo Zanetti (lo zio)ed Elena Callegari (la madre) offrono un recitato che esalta la visione morale della vicenda, vero obbiettivo dell’autore. Non possiamo fare a meno di ricordare il perfetto Giordana “Conte di Montecristo”, TV anni ’60. Vera nobiltà teatrale (bella dinastia alla terza generazione), al cui confronto il più recente Montecristo/Depardieu potrebbe soltanto fungere da famiglio.

Riuscire nell’impossibile è sempre un grande successo, ed in questo lo spettacolo coglie nel segno. Perchè la complessità del romanzo brancatiano difficilmente può essere rappresentata all’interno dei sempre più brevi tempi teatrali. Sarebbe come rappresentare in teatro “Guerra e Pace”, opera a cui il romanzo fa anche un po’ pensare, oltre a Gogol, modello brancatiano. Prima di questo spettacolo lo Stabile ha rappresentato proprio Gogol. Russia e Sicilia. Belle coincidenze.

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Appendice storica (?) brancatiana.

Dal palco Catanese il duce pose il dilemma programmatico: “Burro o cannoni?” Colpa la difettosa amplificazione il popolo rispose all’unisono: “Cannoli! Cannoli!Cannoli” Il “Popolo d’Italia”, tralasciando il ritrovamento della bombetta di Benito, scatologicamente colma, titolò: “Catania

Autore: admin

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