Giuseppe CONDORELLI- Un Giardino…di sottrazioni (note su un recente allestimento di Giuseppe Dipasquale)

 

 

Il mestiere del critico

 

 


UN GIARDINO ….DI SOTTRAZIONI

Il giardino dei ciliegi. Prova

Note su “Il giardino dei ciliegi” di Cechov, di scena allo Stabile di Catania, per la regia di Giuseppe Dipasquale

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A Giuseppe Di Pasquale piace l’azzardo, specie quando si confronta con i mostri sacri della drammaturgia novecentesca. Con “Il giardino dei ciliegi” – capolavoro ultimo di Anton Cechov – il regista catanese ha imbastito, sul palcoscenico del Verga di Catania, uno spettacolo che convince più nelle intenzioni che nella resa.

Se all’inizio, almeno nelle folgoranti scene iniziali – di una compostezza rarefatta (bergmaniana quasi), neoclassica per l’equilibrio tra musica e gesto, tra azione e atmosfera – si dipanava una regia avvertita e pensata per sottrazione, che lasciava dunque pensare ad una lettura quasi metafisica dietro la cui levità incalzavano però i demoni di un mondo alla fine – il testo cechoviano è in fondo costruito più di atmosfere che di intrecci – nel corso dei due atti quel contegno drammaturgico si sfilacciava: ora nel tentativo di inseguire un discutibile sperimentalismo espressivo – le ammiccanti magie di Sarlotta-Guia Jelo; il tonfo delle inspiegabili colonne di plastica trasparente che piombano dal soffitto sulla scena – ora nel tentativo di ancorarsi alla tradizione: eppure i personaggi giocano il teatro, si disordinano sulla scena, i loro dialoghi collidono,  girano a vuoto. Rimane l’impressione che essi, insieme allo spettacolo, gravitino attorno ad un punto irraggiungibile.

L’accelerazione incontrollata verso una trasposizione surreale, sperimentale andava forse smussata: alle scelte registiche e a quelle scenografiche di Antonio Fiorentino – la trasparenza anche del mobilio è allusiva del fantasma che sta per diventare la  Russia alla fine del secolo – calligrafia di una sconfitta rovinosa di là da venire, mancano l’anima e l’equilibrio di tragico e di grottesco di cui il dramma è intriso.

Nel giardino tutti i protagonisti hanno lasciato una parte di se stessi, forse la migliore; nel giardino ritornano tutti per riannodarsi una identità, appartenersi solo per un attimo, nel tentativo di evitarne la vendita, catastrofe finale ineluttabile.

E’ proprio quel giardino, mai visibile, ad innescare tutte le angosce e nello stesso tempo anche tutti i ricordi: questa tensione, quella che lo stesso Di Pasquale definisce “l’elemento condizionante dell’intreccio”, è però parsa lontana, sfocata. Nell’ultimo dei due tempi – più lieve il primo, assai più lugubre e luttuoso l’ultimo – la spirale si chiude: il tempo è scandito da un’assenza non più rimediabile, da una perdita definitiva. Se i protagonisti hanno accumulato e sperperato i loro beni e il loro denaro, la loro vita e i loro sogni, bruciato le loro speranze e tradito la loro felicità, il tonfo della scure che si abbatte sui ciliegi è anche quello che recide ogni memoria. Applausi disorientati

Autore: admin

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