Francesco TOZZA- Latella versus Eduardo (note su “Natale in Casa Cupiello”, Teatro di Roma)

 

Il mestiere del critico

 

LATELLA VS EDUARDO

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Ovvero: Ci piace ancora il presepe?

Note su “Natale in casa Cupiello” nell’edizione di Antonio Latella. Roma, Teatro Argtentina

 

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Lo stanco, spesso non molto convinto – e poco convincente – trentennale dalla morte di Eduardo, fra sterili celebrazioni e non sempre originali riproposte dei suoi testi, ha trovato forse il suo punto nodale, quasi il suo momento della verità, nello stupendo, complesso spettacolo di Antonio Latella. Il quale, avvicinandosi per la prima volta al grande drammaturgo con la sua personalissima (per molti versi stravagante) regia di Natale in casa Cupiello, e continuando d’altra parte nel suo benefico lavoro di decostruzione dei sacri testi di tanto nostro (e non solo nostro) teatro, ha messo in luce l’estrema importanza di una linea analitica della messinscena contemporanea, soprattutto di matrice brechtiana, purtroppo in buona parte andata perduta, quando invece era foriera di sempre apprezzabili risultati, anche per la conoscenza e l’effettivo approfondimento degli autori trattati.

Nel caso specifico, pur fra molti ed espliciti mugugni dei sedicenti eduardiani doc (soprattutto fra quegli spettatori, vittime di una vulgata nell’interpretazione del testo, sostanzialmente comica, dura a morire), si è avuta una lettura lucidamente amara, con venature estremamente attuali e incredibilmente profetiche, se si tiene presente la data di composizione, risalente ai primi anni trenta: il sogno di una festività già avvertita come perduta, di fronte ad uno sfascio familiare, che è anche caduta di valori in una comunità solo virtualmente coesa. E, sul piano più squisitamente teatrale, non è mancata l’ennesima conferma dell’estrema complessità di una macchina scenica cui non a caso lo stesso autore tornò a più riprese, refrattario com’era ad una definitività della scrittura drammaturgica, cui da avveduto uomo di teatro cedeva solo dinanzi alle ragioni dell’editing.

Complessità, si diceva, della macchina scenica che, se nel caso di Eduardo toccò – e non certo per motivi banalmente contenutistici – lo stesso processo creativo della commedia (all’attuale secondo atto, giudicato autosufficiente, fu dopo un anno aggiunto l’attuale primo, mentre successivamente fu aggiunto il terzo, senza peraltro che la cosa soddisfacesse in pieno l’autore che, da vero erede dell’Arte, non si stancò di apportare ulteriori varianti al suo lavoro di cui, ovviamente, era anche interprete), nel caso di Latella è divenuta messa in crisi della rappresentazione, e non di quella eduardiana soltanto, come vedremo.

Ad apertura di sipario – e per l’intero primo atto – gli attori si presentano sul boccascena, tutti in fila, di faccia al pubblico, vestiti di nero e con una mascherina sugli occhi, che ciascuno si toglie solo al momento di entrare nel ruolo. Mentre una immensa e poco probabile stella cometa scende alle loro spalle, occupando gran parte del buio palcoscenico, essi dicono – puntualmente e addirittura puntigliosamente – il testo eduardiano, comprendendovi insieme didascalie e battute, soggettivando queste ultime con una leggera variazione di tono; in modo più esplicito, l’attore Francesco Manetti, perfetto nel ruolo di Luca Cupiello, sottraendo la sua parte al temibile confronto con l’interpretazione dell’autore, ne porge – o sembra porgerne (miracoli della finzione!) – soltanto la lettera, immaginando semplicemente di riscriverla in una fantomatica pagina o di suonarla, quasi fosse il lacerto di una partitura, sui tasti di un ipotetico pianoforte. La parola eduardiana, così ostentatamente rispettata, esce da questa fascinosa evocazione priva di ogni sospetta o residuale retorica, lucida e sempre efficace nel suo impianto narrativo, frutto di una singolare commistione fra generi teatrali che vanno dalla farsa alla tragedia, dal dramma passionale al grottesco; ancora una volta (recente e riuscitissimo il caso di Fausto Russo Alesi), dissociata dall’interpretazione autentica … , offre uno dei segni più certi della sua permanente vitalità.

E’ facile obbiettare, a questo punto (e le obbiezioni non sono mancate, magari da parte di quegli spettatori che hanno abbandonato, più o meno furtivamente, la sala dell’Argentina, già nel corso del primo atto, perdendo peraltro il rovesciamento di prospettiva registica avvenuto appena dopo, in quello che costituiva il lungo primo tempo della rappresentazione): Latella così uccide il copione, anche se lo fa rinascere. Il bello è che, proprio con queste espressioni, un critico di tutto rispetto come Cesare Garboli esprimeva il suo entusiasmo per le ultime interpretazioni (maggio 1976) che della commedia diede lo stesso Eduardo (ne fummo anche noi spettatori), quando ormai lui stesso giocava con le battute, variandole all’infinito, creandone addirittura di nuove ogni volta, con una tecnica così sottile da risultare invisibile, al punto da far dire che Eduardo ormai non recitasse più. Con buona pace di chi, tuttora, sostiene l’intoccabilità dei sacri testi, non immaginando di ferire così i loro stessi autori!

Con il secondo atto, dunque, volutamente giustapposto al primo senza soluzione di continuità, lo spettacolo di Latella muta registro: alla linea analitica, manifestantesi in una quasi non rappresentazione, offerta da una lettura sostanzialmente solo descrittiva del testo, è subentrata la cifra, a valenza espressionista, di una messa in scena dura e feroce, intesa a farne esplodere, in un’atmosfera spesso da incubo, l’originaria struttura. Che, comunque, già prevedeva, nella metaforica volontà di costruire il presepe, con ostinazione portata avanti, pur essendo continuamente frustrata, l’impossibilità di sottrarsi alla complessita della vita, illudendosi di ingabbiarla nella serena immobilità della rappresentazione. Non a caso, lo sguardo del regista si sposta su donna Concetta, la moglie di Luca Cupiello, la quale pur sopportando, e in ultima analisi garantendo, la magica illusorietà del mondo in cui si è chiuso il marito, prende su di sé l’effettivo carico della famiglia, con i suoi contrasti e le immancabili contraddizioni: è lei la nuova, moderna Madre Courage, di brechtiana memoria (ne veste i panni l’intensissima Monica Piseddu), che porta innanzi la celebre carretta. Ma il suo pur indispensabile realismo non paga: il carro della famiglia, il doloroso peso della vita sopportato senza dare spazio alle altrettanto necessarie illusioni, si rivela ben presto un sinistro carro funebre, che progressivamente fagogiterà tutto e tutti: al momento, i fantocci animaleschi che i vari personaggi portano in giro, nella loro danza macabra, sulle tavole del nudo palcoscenico, improbabili pietanze di un pranzo natalizio che ha ormai solo la freddezza di uno stanco rituale.

Nel terzo atto, forse il più intenso e delirante nella sua brevità, Luca Cupiello (prostrato da un ictus che l’ha colpito, dopo aver preso atto di essere stato l’involontaria causa della rottura fra la figlia e il genero) giace, nudo e farfugliante, nella culla-mangiatoia di un presepe che non può essere più l’utopica miniaturizzazione di un mondo perfetto, i cui protagonisti sono artigiani, contadini, pescatori (magari ancora con l’omino che fa il pane e la donna che lava i panni….). L’immobilità presepiale non riesce più a nascondere “tutto quello che non vogliamo vedere o non vogliamo accettare, mentre arrivano le feste”; non può più coprire “vuoti di senso sempre più difficili da colmare, che diventano risacche di risentimento, odio, perbenismo formale” (sono, queste, parole lucidissime dello stesso Latella, in un’intervista rilasciata prima della prima). In simile contesto, che il grande Eduardo (altro che il piccolo borghese di cui qualcuno ancora va blaterando!) già intuiva quasi un secolo fa, sembra non ci sia più spazio per una credibile natività, ma soltanto per “un rituale funebre di interessi e apparenze”.

E Latella lo mette in scena – questo rituale così acutamente individuato – con quanto di più tragico e barocco la sua ben nota, esuberante vena creativa poteva offrirgli. Concetta veglia al capezzale del suo Luca, con gesti e un abbigliamento che l’avvicinano alla più nota delle Pietà michelangiolesche (ma già Eduardo, in una didascalia presente solo nel manoscritto Vieusseux, l’avvicinava all’Addolorata); le fanno corona le sue vicine, quasi personaggi, nella loro fissità, di una pala d’altare, nonostante i ricchi abiti ottocenteschi. Raffaele, il portiere, portatore del sempre bene accetto caffè, diventa un angelo che scende dal cielo, mentre il dottore (ne veste i panni il contraltista Maurizio Rippa), forse perché artefice delle sempre pietose bugie cui si sentono costretti i medici, dà la sua irresistibile versione della Calunnia è un venticello, dal Barbiere rossiniano (ma il pretesto, ancora una volta, l’ha offerto il testo eduardiano, allorché Concetta giustifica la svista del marito delirante, che l’aveva scambiata per Don Basilio, memore dell’opera vista al San Carlo, loro due insieme, grazie a dei biglietti ricevuti in regalo).

Tutto, quindi, sembra concludersi in melodramma giocoso, proprio come nei celebri concertati del Pesarese: Luca, peraltro, riesce a strappare finalmente al figlio il fatidico sì (il presepe gli piace!). Ma con il parricidio finale (il soffocamento tramite un cuscino pieno di foglie, con le quali si compie forse, più che un gesto di rottura generazionale, la messa a morte di una cultura – quella presepiale – se non addirittura quella della rappresentazione in genere), con l’arrivo in proscenio di un vero asinello e di una vera mucca (anche questo con un riscontro nella didascalia conclusiva del testo), torna a turbarsi la coscienza dello spettatore. Finzione, realtà? Rappresentazione come ripresentazione sterile del reale o sua ricreazione? Ancora il corno di un annoso dilemma. Non a caso Latella, più volte, nel suo spettacolo fa ripetere dalla voce (registrata), indimenticabile, del saggio Eduardo la più bella e inquietante battuta del testo: “Mo miettete a fa’ ‘o Presebbio n’ata vota…”. Espressione di un ironico disincanto? Di un invito alla speranza? Chissà: forse la consapevolezza della faticosa ma imprescindibile necessità di continuare a fare teatro, ancora, nonostante tutto.

Autore: admin

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