Francesco NICOLOSI FAZIO- Il giardino degli aranci (Cecov in un’edizione dello Stabile di Catania. Regia di G. Dipasquale)



Il mestiere del critico

 


IL GIARDINO DEGLI ARANCI.

Il giardino dei ciliegi. Prova

“Il giardino dei ciliegi”  di Anton Cechov

Traduzione, adattamento e regia: Giuseppe Di Pasquale   Con: Magda  Mercatali, Pippo Pattavina, Guia Jelo, Gian Paolo Poddighe.  Teatro Stabile di Catania – Teatro Verga

****

Si narra che Brecht, assistendo ad un suo testo rappresentato al Piccolo di Milano, esclamasse: “L’ho sempre immaginato così”. Dovunque si trovi,Cechov direbbe qualcosa di analogo, nel vedere oggi l’opera con cui lo stabile ha aperto la stagione: innovazione (scenica e del testo) e rispetto del messaggio della commedia. “Il teatro che fa testo”, titolo di questa nuova stagione catanese, è un modello che qui viene coerentemente applicato nell’intero spettro dei significati e del significante. Un grande impegno brillantemente superato, riaprendo nuove prospettive al teatro moderno.

Un po’ di trama non guasta: Una madre ed una figlia ritornano nella loro vecchia casa in una cittadina della Russia zarista. Luogo di gioia e di dolore, sembra che non sia cambiato niente, tutto come nei ricordi racchiusi in quelle mura. Invece un convitato di pietra si presenta: la vendita  all’asta della casa e, soprattutto, del giardino del titolo. Irrimediabilmente la vendita avverrà, sul finire dell’estate: il giardino sarà oggetto di una speculazione edilizia, per mano di un “amico” vicino.Ultima e più profonda opera di Cechov, che di lì a poco sarebbe scomparso per tisi, probabilmente contratta nella sua attività umanitaria di medico. Sospensione e rimpianto, senso dell’abbandono e della disfatta, ma con una remota speranza di rinascita. Forse anche una visione profetica delle prossime disfatte dell’impero zarista, nelle guerra col Giappone e nella tragedia della grande guerra europea, giusto un secolo fa. Potrebbe ravvisarsi una qualche similitudine con l’odierno. Ma oggi la guerra è già da anni in corso e le aste vanno sistematicamente “deserte”. Termine tecnico-giuridico che sintetizza il nulla che ci aspetta. Caduta senza rivalsa.

Il forte lavoro di Dipasquale si innalza nel futuro, ancorandosi al messaggio profondo della drammaturgia Checoviana: “Voglio raccontare il senso dell’abbandono delle proprie cose. Lasciare la casa è come lasciare l’anima depositata nel proprio passato”. Così, con chiarezza, il lavoro di traduzione, adattamento e regia viene inequivocabilmente indicato nel pregevole “foglio di sala”, che può assurgere quasi ad un piccolo trattato di teatro. Nel complesso un’operazione culturale che supera lo stallo in cui Pasolini poneva il teatro di ricerca, nella volontà/impossibilità del nuovo.

Sul registro dell’innovazione scenica (anche con la novità dell’introduzione della scena della morte del figlio) la regia ha l’accortezza di ancorare il recitativo ad un criterio intimo e familiare, con tratti ed espressioni contemporanei, nel “candore” dei loro abiti. Così i quattro attori principali (Mercatali, Pattavina , Jelo e Poddighe) si sfidano psicologicamente senza alcuno sforzo apparente, con un gesto attoriale “scevro da ogni finzione”, cara espressione dei nonni. Una recitazione naturalmente mimetica, che unisce metamorficamente l’attore al personaggio. In particolare ci permettiamo  di ricordare e ri-godere della meravigliosa, fresca interpretazione di Matilde Piana (nella scena, splendida diciassettenne) che applaudimmo qualche anno fa, in un felice monologo al Teatro Ghione di Roma, donna sofferta, spigliata, vissuta.

Una scena essenziale, volutamente sospesa, in un candore limbico, scena che viene letteralmente scossa dalla caduta di enormi tronchi, verticali e trasparenti, poliedrico e contestuale messaggio della caduta, dell’inevitabile e dell’assenza. Rendendo presente e percepibile quel “protagonista invisibile… condizionante l’intreccio…. il giardino dei ciliegi” (nota di regia).Un’opera notevole, anche per il “materiale umano” generosamente offerto. Un’opera anche certosina, che giunge al dettaglio di coinvolgere il mago Raptus per i trucchi in scena di Guia Jelo.

Una considerazione geografica: Russia tanto lontana quanto vicina. Si disquisiva con registi che giravano in Sicilia (I Taviani, Straub) di quante similitudini possono riscontrarsi tra Russia e Sicilia, terre marginali. Qualche anno fa un critico lanciò una sorta di equazione: la letteratura russa sta a quella europea come quella siciliana sta a quella italiana. Forse la comune radice cristiano-bizantina ci unisce. Possiamo sperare che qualche magnate russo ci sommerga di rubli, comprando un nostro “giardino degli aranci”. O magari portando “A Mosca! A Mosca!” questo splendido spettacolo.

Autore: admin

Condividi