Agata MOTTA- L’ultima cena (“Tempo di uccidere” di Norén. Teatro Libero, Palermo)

 

 

 

Il mestiere del critico



UN’ULTIMA CENA

Al Teatro Libero di Palermo, “Tempo di uccidere” di Lars Norén. Regia di Luca Mazzone

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Come spesso accade nelle relazioni familiari, dietro quelle che appaiono come evidenti apparenze si celano conflittualità nascoste pronte ad esplodere. Su questi territori dell’inespresso e del non detto agisce lo svedese Lars Norén che, sin dalla sua produzione giovanile, esplora questi territori ambigui, scardinando le convenzioni ed aprendo squarci crudi di realtà con l’arma tagliente del silenzio e con un linguaggio scarno che lascia intravedere grumi di dolore. Luca Mazzone, nel proporre Tempo di uccidere, (stesso titolo di un expoit  letterario del Flaiano ‘giovane’ e reduce di guerra, n.d.r.) segue una peculiarità del Teatro Libero, che è anche la propria, cioè quella di presentare al pubblico italiano la drammaturgia contemporanea europea alla ricerca di probabili territori comuni o di possibili divergenze, pertanto la produzione dello stesso Libero risulta perfettamente coerente a questa progettualità di fondo.

In un asfittico interno, in cui il caos esteriore riflette quello psicologico, si svolge il rituale stanco di una cena, un’ultima cena per la precisione, che porterà ad un epilogo già intuibile e preannunciato dal titolo stesso della piecès. Gli stilemi riportano a certo teatro strindberghiano: lo spazio-contenitore della stanza trattiene il dramma e non consente alcuna via di fuga. Non ci si può esimere ad un certo punto della vita dal pagare per le proprie responsabilità, ed esse, per quanto negate o camuffate da buoni sentimenti, prima o poi si presenteranno per riscuotere un triste tributo. E, sul tema della responsabilità, ecco riemergere archetipi da tragedia greca, di certo ben presenti all’autore stesso.

Massimiliano Lotti è un padre che si mostra fragile, malato, bisognoso di affetto e di attenzioni, mentre Rosario Sparno è un figlio votato al fallimento, al vuoto affettivo, al disordine morale. Lo spettatore capisce subito che, dietro questa asimmetria di rapporti, si cela qualcosa di diverso, che la matura vittima non raccoglie perché non ha ben seminato e che il giovane strafottente e provocatorio sanguina per ferite antiche e recenti, riaperte dopo la morte della madre che ha lasciato una deriva di sentimenti non più ricomponibili.

Durante la cena, dunque, cena effettivamente non consumata, in cui il vino offre facile sponda all’esplosione del conflitto, l’ospite femminile – una Viviano Lombardo della quale si valorizza più la bellezza che la recitazione – dapprima taciturna poi appena disponibile ad una civile e formale conversazione e infine fisicamente disponibile, riaccende istinti e provoca duelli verbali. La figura femminile è puramente funzionale agli altri personaggi – scelta consapevole dell’autore o debolezza di un testo giovanile? – e, sebbene Norén ci lasci intuire altre sofferenze e altri difficili vissuti, attraversa la scena come un temporale passeggero, una fiammeggiante apparizione che lascerà dietro di sé relitti umani e detriti emotivi.

Opportunamente asciutta la regia, sebbene in certi snodi un lavoro più incisivo sui gesti e sui toni recitativi avrebbe accresciuto l’intensità, così come non avrebbe guastato un’adesione più rapida degli attori ai loro ruoli.

Autore: admin

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