Teresio SPALLA- Ci parla ancora la gente de “La piccola città” (non solo quella di T. Wilder)


Io racconto

 


CI PARLA ANCORA LA GENTE DE “LA PICCOLA CITTA”


Non solo quella di Thorton Wilder

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Capita raramente che i quotidiani a tiratura nazionale si occupino della mia piccola città. Il mondo va avanti (o indietro) e lei se ne sta lì, apparentemente tranquilla e riservata, tra le colline di olivi e ginestre e il mare che lambisce la battigia con discrezione, quasi con timidezza. Anche quando sono molto arrabbiate, le onde arrivano all’arenile ritraendosi con sensibile pudore. Se le nuvole plumbee sparano tuoni e fulmini, dietro ad esse ci si aspetta sempre il cielo terso e azzurro impresso nel ricordo di chi ha lasciato la casa materna ben prima di questi tempi confusi. E questa una licenza poetica della memoria. Dietro l’aspetto quieto e inoffensivo c’è sempre qualcosa che brucia; qualche fatto riprovevole; le smorfie per chi si ostina a ricordare ancora le idee e il senso umano della comunità che contribuirono alla ricostruzione morale del dopoguerra; il disagio di fronte al galoppare della realtà globale la quale, non si sa mai con quale peggiore atteggiamento, prima o poi viene a bussare a tutte le porte, anche a quelle di una ridente e serena cittadina della Liguria occidentale.

Ma capita, per puro caso, su un giornale tutt’altro che locale, di trovare un’intera pagina dedicata al suicidio di un ventitreenne il quale, proprio nella tua piccola città, si è sparato un colpo di pistola in una notte d’estate senza un vero motivo, senza una logica comprensibile. Non ti stupisci del fatto. I suicidi immotivati tra gli adolescenti sono ormai uno dei tanti mali endemici della società in cui ci tocca vivere. Del resto sono stato il primo ad occuparmene in un film mentre i produttori volevano una “ragione precisa” e il “fatto scioccante”.

Ed io rispondevo che leggessero le notizie, di informarsi bene, e comprendere che i “fattori scatenanti” sono spesso quasi ridicoli rispetto alla tragica irreversibilità del gesto le cui ragioni non vanno cercate tanto nella psicologia delle menti quanto nel vuoto morale e sociale prodotto da un mondo in cui i più giovani non distinguono ormai il valore della vita rispetto al richiamo oscuro della morte. Però poi ti accorgi che questo ragazzo non solo era nato e cresciuto nella tua piccola città ma anche nel quartiere dove anche tu sei nato e vissuto per tanti anni. E il nome del padre ti riporta ad un coetaneo che tu hai sempre conosciuto di vista, ai genitori di questo, persone molto note e rispettate in quella zona che, per la sua struttura urbanistica, era in fondo un’altra cittadina a se stante.

Si snodava attorno a uno stradone – largo sette metri e lungo circa mezzo chilometro – che arrivava ai piedi delle colline, concludendosi in una minuscola piazzetta, con una chiesetta altrettanto scarna ed esigua, circondata da terrapieni zeppi di alberi da frutta tra cui partivano tre viottoli inerpicati chi per poco, chi a mezza costa, chi fino al fianco della torretta che, ancora oggi – con le feritoie buie come gli occhi di un cieco e attraversate dai venti – se la osservi con attenzione, in certi momenti, puoi vederla ringalluzzirsi ed ergersi sulla porta del colle ad avvistare le navi che arrivano oltre l’orizzonte. Tanto tempo fa, nel tardo pomeriggio della bella stagione, le comari portavano le sedie sul marciapiede e, di fronte alla latteria e al negozio del barbiere, si formavano capannelli di gente umile e per bene. Coloro che vi passavano per tornare a casa, molti rigorosamente a piedi, non potevano fare a meno di trattenersi anch’essi a confrontare la grandezza dei frutti dei loro pezzi di terra, dei funghi raccolti all’alba della domenica; a discutere di Nenni e Fanfani, di Nino Benvenuti, Mazzola e Rivera.

A quell’ora dagli orti circostanti arrivava l’odore della terra innaffiata, delle zucche e dei pomodori avvinghiati alle ringhiere, dei gelsomini che circondavano le siepi. Nel nostro spazio c’erano arbusti di rosmarino e salvia alti mezzo metro, delle rose rampicanti che salivano fino al piano di sopra. Tra la lattuga e l’indivia dominava un cespo di rosa baccarat dal rosso sanguigno e intenso. Un cespuglio di timo si mescolava alle campanule celesti. Al di là della rete laterale crescevano un ciliegio, un albicocco, un alberello di limoni. Era un piccolo mondo davvero idilliaco ? Non esistevano la malizia e l’invidia, il rancore personale e l’odio di classe, l’incomprensione e l’intolleranza ? Ma certo che esistevano. Però, almeno in parte, erano sentimenti mediati da un senso reciproco di appartenenza al luogo che finiva col coinvolgere anche gli emigrati meridionali che avevano trovato posto nell’industria olearia, nella pesca, in polizia.

Questo concetto, inconsapevole ma sentito da tutti, era sviluppato con altrettanto inconsapevole ma forte orgoglio. Perché il proletariato e la piccola borghesia di lì consideravano poco a che spartire con il popolino che ciondolavaa sul porto o nelle osterie del vecchio centro. C’era l’inconscia e comune sicurezza di essere persone che, spintesi ai margini della città, vi avevano scelto una vita migliore e più seria dove, dopo il lavoro obbligatorio, si continuava a non battere la fiacca. Ognuno o quasi aveva acquisito un pò di terreno dove coltivare le proprie verdure, la frutta, i fiori. E c’era anche chi si concedeva le galline, i conigli, e altre bestie da cortile che, nei giorni di festa, finivano in pentola e venivano gustati con la soddisfazione di chi, anche se non del tutto, riesce a vivere del suo. Tuttalpiù gli abitanti si concedevano quelle soste preserali dove vedevo spesso la nonna del ragazzo morto. Suo marito – il nonno – era un ex partigiano molto stimato per il coraggio dimostrato in azione e il non avere utilizzato, come tanti altri, le imprese di guerra per una florida carriera politico-amministrativa. Questo nonno era un uomo dal fisico robusto, i capelli folti, i baffi spioventi.

Aveva proprio la faccia pulita e arsa dal sole di chi, a vent’anni, era salito in montagna per combattere i nazifascisti. Con uno stile di osservazione tipicamente cinematografico, sebbene portassi ancora i pantaloni corti, guardavo la moglie – la nonna – che doveva essere stata una donna piuttosto bella. E me la immaginavo correre incontro a lui che, tornato dalla lotta, sfilava – il 25 aprile 1945 – nella via principale della città, con la fascia tricolore, la stella rossa cucita sul petto, il fucile a tracolla. Me li riprendevo tutti e due con i capelli al vento della nuova primavera italiana; giovinezza speranzosa e innamorata, pronta a tirarsi su le maniche per rimettere in piedi un Paese in dissesto e conquistarsi un posto nella vita, una casa, un mestiere. E questo ricordo immaginario si associo ora al nipote che ha vissuto in un’epoca che sfugge gli ideali ormai logorati di una nazione in piena deflagrazione morale. Egli non ha potuto aggrapparsi a nulla di cui i suoi familiari – insieme ai loro amici, la gente del quartiere, la lattaia come il barbiere, gli operai e gli impiegati che salivano dalle fabbriche per raggiungere i loro giardini – si nutrivano tutti insieme della speranza in un mondo equanime, un avvenire migliore per se stessi e i loro eredi.

E giunge quindi il momento in cui pensi a quelle persone radunate tutte insieme, in un passato-presente mai esistito nei fatti, volte con lo sguardo malinconico all’oggi. Come gli abitanti di LA PICCOLA CITTA’ (Ourtown) di THORNTON WILDER per raccontarci a tutti, al di là dei mari e dei confini, la “nostra città” (come dice appunto il titolo originale) dove i vivi e i morti si scambiano le parti e si ritrovano, sulla loro collina, a giudicare le asprezze della vita, a ricordare il male e il bene, vissuti nella loro “mainstreet” con ai lati le case fatte con le proprie mani – il prato davanti e l’orticello alle spalle – impegnati nei consueti lavori manuali di sempre e, nel contempo, a spiegare serenamente ai giovani e a loro stessi come l’esistenza non sia uno scherzo, un tempo da sprecare in una vita superficiale o da annullare con una morte illogica e prematura. L’apprendimento di diverse culture, l’indagare nel lavoro creativo degli uomini di paesi lontani, in fondo deve servire proprio a questo.

A comprendere come il mondo possa essere inteso quale uno spazio unico. Un luogo dove ci si possa ritrovare insieme, stimolati, come in questo caso, da una commedia di prezioso valore che descrive gli abitanti di un borgo statunitense come se fossero la gente della tua piccola città. Lo stradone che porta alla chiesetta e la loro strada maestra diventano le medesime. Le case, i giardini, gli orti; la signora alla finestra e quella stravaccata sulla seggiola davanti alla latteria; il partigiano e il maresciallo di Pubblica Sicurezza, diventano figure che si rispecchiano in se stesse e nell’animo di chi sa o può capire come sono esistiti. In quartiere periferico di una cittadina della Liguria occidentale come in Grover’s Corners, la simbolica entità urbana di LA PICCOLA CITTA’ di THORNTON WILDER.  LA PICCOLA CITTA’ di THORNTON WILDER (insieme all’antologia poetica – una volta amatissima dai giovani – “Antologia dello Spoon River” di Edgar Lee Masters) è il meno severo romanzo “La commedia umana” di William Saroyan) ha rappresentato, per decenni, l’anima dell’America più cara, più comprensibile, più vicina a noi, le cui comunanze con il resto del mondo sono, ancora oggi, palesi e indelebilii. Questa trana e poetica commedia ha spinto a capire che in ognuno di noi – il quale sia disponibile a esaminare se stesso all’interno della società, di un consesso civile più o meno dilatata – c’è una “piccola città”. Per alcuni è un paesetto, un borgo; per altri una cittadina di media entità; la borgata o il quartiere per chi vive in una metropoli più o meno estesa.

Scritta nel 1935 – e rappresentata, per la prima volta negli Usa, nel 1938 – racconta della gente apparentemente semplice e comune, quasi insipida, di Gover’s Corners, un immaginario piccolo centro dell’America rurale.   Ma, quasi subito, comprendiamo che gli abitanti della piccola città sono personaggi pregnanti e rappresentativi di un luogo in cui si rispecchia il percorso umano – tutt’altro che banale – delle persone umiliche, con la loro tacitaesistenza, fanno la Storia di un popolo e del mondo intero.

I cittadini di Gover’s Corners non sono solo i vivi ma anche i morti. I destini degli uni e degli altri si avvicendano e s’incontrano con sensibile tolleranza reciproca. Alcuni che conosciamo viventi poi diverranno defunti. I trapassati tornano per un poco alla vita per spiegare meglio alcune vicende.  Alcuni, non importa se tra gli uni o gli altri, sono i principali testimoni delle gioie e delle tragedie della comunità. Essi ci raccontano, oltre i confini del tempo, delle età della vita di ciascun abitante. Dalla nascita allo sviluppo della personalità; nell’epoca dei primi desideri e delle tempeste ormonali; nella crescita fino alla vecchiaia, in cui qualcuno si evolve e altri dimenticano la primordiale innocenza per sciuparsi e peggiorare fino alla morte.   Ricca di momenti di rara liricità e esaltante gioia di vivere, l’opera gode di attimi più commoventi e salienti. Come quello in cui la giovane Emily – ormai morta di parto – non ancora consapevole degli usi dei defunti, chiede di rivivere ancora per un giorno, un giorno solo, accanto al suo amato George. Ma viene sconsigliata perché forse non troverà quello che s’aspetta nel ricordo. Ella assiste, per un attimo, al progredire del marito, prima affranto e poi ritornato ad un’invincibile voglia di vivere e conoscere un’altra ragazza, e poi s’incammina, malinconica, verso la collina da dove è venuta.

Un altro è quando un personaggio avulso dalla comunità – il Direttore di scena – ci porta all’estasi drammatica dicendoci – mentre i vivi e i morti continuano ad agire e confrontarsi – che “i trapassati appena arrivati all’eterno riposo bruciano il loro passato, si distaccano dalla terra, diventano estranei a tutto, acquistano il senso dell’eternità” e nel contempo lo spettatore vede che non è vero, è solo un desiderio insito nell’essere umano. Infatti la piccola città continua a pulsare di passioni e reticenze mentre i corpi fisici e quelli fantasmatici si osservano a vicenda con tenerezza e angoscia.   THORNTON WILDER, già affermato come scrittore di letteratura e teatro, tentò, con LA PICCOLA CITTA’, di distaccarsi dal tipico palcoscenico naturalista americano (con cui non volle mai però rompere definitivamente poiché vi era legato per vocazione ed esperienze) facendo in modo che non fossero visibili gli oggetti, gli utensili, i mezzi e gli animali da locomozione. Alla mimica degli attori era affidato il compito di evidenziare il divario tra le loro occupazioni quotidiane e il proprio aspetto, la propria autentica fisicità, i loro appassionati discorsi.  A introdurci in questa singolare realtà c’è appunto il Direttore di scena che, sui bordi del palcoscenico come in mezzo a tutti gli altri, ci spiega e ci conduce nei pezzi mancanti che contribuiscono a comporre il puzzle di anime e di sensazioni che rende LA PICCOLA CITTA’ una commedia sempre modernissima.

Non sappiamo quanto THORNTON WILDER lo conoscesse, ma in questi espedienti c’è qualcosa di Pirandello. Però, al contrario del commediografo siciliano, l’autore americano non tende a porci dubbi e astrazioni a freddo, ma a farci completamente partecipi, e a caldo, di quello che racconta fino a portarci al coinvolgimento totale.  Negli Usa fu subito un successo tanto che Hollywood ne fe, nel ’39, una trascrizione cinematografica molto sentita. Il regista Sam Wood era fuori luogo, ma la sceneggiatura dello stesso THORNTON WILDER porta al cinema il medesimo spessore esistenziale della rappresentazione teatrale a cui contribuiscono gli attori della prima versione sul palcoscenico tranne un giovanissimo William Holden nel ruolo di George.   Emily è interpretata – anzi, vissuta – dalla tenerissima Martha Scott, destinata a divenire una delle più importanti attrici di Broadway. Frank Craven – interprete sensibilissimo, da noi conosciuto una volta come bravo caratterista e poi dimenticato – fu il primo e forse ineguagliato Direttore di scena.

In Italia, nonostante la guerra, il testo arrivò piuttosto presto e fu rappresentato, con la regia di Enrico Fulchignoni, dal 18 aprile 1939, al Teatro delle Arti di Roma. Lasciò sconcertati alcuni e convinti sostenitori altri tra cui Corrado Alvaro e Renato Simoni – l’imprescindibile critico drammatico del “Corriere della Sera” – il quale, convintosi della potente originalità dello spettacolo, spinse l’impresario Remigio Paone a riprendere la commedia a Milano, al Teatro Nuovo, dove, il 28 marzo 1940, produsse una delle più travagliate anteprime che sono state tramandate.   Gli interpreti erano Renato Cialente (il Direttore di scena) – il bravo ed elegante attore destinato a morire prematuramente, nel ’43, per un banale incidente, mentre ancora portava in scena il suo personaggio – e Elsa Merlini – l’effervescente e simpaticissima signora del teatro brillante ma anche profonda attrice drammatica, che allora era pure una diva del cinema e fu poi destinata a rimanere popolarissima grazie alla televisione dove combatté le sue ultime battaglie fino a tarda età – fu un’Emily in cui seppe compensare in bravura una certa discrepanza anagrafica.

Gli schiamazzi cominciarono fin dal primo atto. Solo un’esigua minoranza (composta però, tra gli altri, da Alberto Lattuada, Luigi Comencini, Giorgio Strehler e Paolo Grassi) si ostinò immediatamente ad invocare il silenzio. Si venne presto allo scontro a cui partecipò attivamente, dandone e prendendone, lo stesso Paone, gettatosi sulla platea gridando “Ipocriti ! Se non son storie di cornuti non siete contenti !”. Cialente, più volte interrotto, invocava un pò di attenzione ma i tafferugli si facevano sempre più intensi tanto che gli attori cominciarono a temere d’essere coinvolti.  E allora la Merlini pronunciò la frase – un tempo oggetto di celeberrimo aneddoto – ” I morti stiano seduti!”.   Ma, sotto il palco, la battaglia continuava. Lanci di uova e pomodori, pugni e calci, sputi in faccia e sberle sonore.   Però, quasi alla fine dell’atto, dopo un fatidico istante di silenzio, tutti si alzarono in piedi applaudendo fino a scorticarsi le mani. Molti gridarono : “Viva Thornton Wilder ! Viva Fulchignoni ! Viva il teatro americano ” . Altri, tra gli stessi che prima s’erano tanto sgolati, urlavano : “Viva “La piccola città”!” “Viva la Merlini”.   Gli attori risposero a più di venti chiamate e Fulchignoni, tentando di raggiungerli, fu portato in trionfo in giro per il teatro fino a che, con la camicia fuori dai pantaloni e la cravatta strappata da uno spettatore entusiasta e feticista – depositato come un re in mezzo alle sue creature di scena.

Che tempi straordinari per il teatro !

Era così cominciato il lungo connubio tra la drammaturgia americana e il pubblico italiano. In pieno conflitto gli impresari proseguirono a rappresentare testi statunitensi facendo passare gli autori come irlandesi (cioè cittadini di un paese neutrale, cattolico, tradizionalmente antibrittanico) tanto che non sfuggirono a questo trattamento nemmeno LillianHellman – la scrittrice radicale nativa di New Orleans ma già una delle regine di Broadway – e George Kelly – nato a Filadelfia – che aveva vinto il premio Pulitzer con “La moglie di Craig”, un’opera in cui – in netto contrasto con la politica familista del fascismo – raccontava della crisi di un matrimonio dove i rapporti sessuali tra i coniugi hanno il loro bel peso. La la compagnia Tofano-Maltagliati la mise in scena lo stesso, e con grandissimo successo, a partire da Torino, nel 1942.  Nel dopoguerra seguirono i leggendari spettacoli di Luchino Visconti di cui purtroppo non sono rimaste che alcune ricostruzioni televisive, con i reduci degli allestimenti originari ma diretti da altri registi.   Negli anni Sessanta un nostro eccelso commediografo – Federico Zardi – curò per la Rai un lungo ciclo di opere statunitensi – “Vent’anni di teatro americano da O’Neil a Miller” – in cui LA PICCOLA CITTA’ fu inclusa, l’8 ottobre 1968, con una nuova traduzione di Fruttero e Lucentini, la regia di Silverio Blasi, e un cast di tutto rispetto in cui brillavano Giulia Lazzarini (Emily), Raoul Grassilli (Il Direttore di scena), Mario Carotenuto e Edda Albertini.  Fu questo ciclo, ispirato agli adattamenti susseguiti dal vero e più volte replicato negli anni Settanta e Ottanta, a costituire lo sprone – se non di tutta la mia generazione se non altro di me stesso e un gruppo di americanisti in calzoni corti – verso la conoscenza approfondita del mondo culturale americano, rinforzato dalla pubblicazione economica di gran parte della letteratura d’oltreoceano, e dalla passione per importantissimi saggi e testimonianze significative di Gerardo Guerrieri, Luciano Lucignani. E soprattutto Furio Colombo che allora viveva negli Usa e scriveva su “La Stampa” articoli molto coinvolgenti sia sulla trasformazione dell’ambiente di Broadway sia sugli aspetti meno conosciuti e spesso impressionanti della società metropolitana e provinciale.

In America LA PICCOLA CITTA’ non ha mai conosciuto dimenticanza. Dal ’40 ad oggi si contano qualcosa come almeno venti rappresentazioni di gran classe e una decina di altri adattamenti tra cinema e tv. Anche negli anni della “deregulation” culturale non mancarono rappresentazioni dissacranti della commedia che è in effetti l’antitesi del pensiero reaganiano o “neocon”.   Nel nostro paese il teatro d’avanguardia revisionò molti testi ma il fascino originario di LA PICCOLA CITTA’ rimase inalterato così come svariate opere di THORNTON WILDER furono portate in scena nel tempo della Contestazione a testimonianza dell’estrema attualità dell’Autore e del suo teatro.  Però, solo nell’ottobre 1988, fu possibile per me assistere – proprio al Teatro delle Arti, a cinquant’anni dalla prima italiana – ad un allestimento grandioso di LA PICCOLA CITTA’. Tra l’altro fu l’ultima occasione per vede un classico del teatro americano rappresentato in una veste prestigiosa.   Il regista era Ermanno Olmi, da una decina d’anni passato al cinema di lusso dopo una prima carriera fatta di film importantissimi e poveri, bellissimi e quasi tutti interpretati da attori non professionisti. E nella scelta di dirigere LA PICCOLA CITTA’ io vidi il suo desiderio di tornare agli umili personaggi delle opere della giovinezza. Tanto che, se si potesse rivedere da qualche parte, rivedremmo nella sua versione qualcosa de “I fidanzati” e “La circostanza”. E viceversa.

Anche in quel caso l’accoglienza non fu subito entusiasta. Il pubblico sembrava non capire perché insistere nell’espediente degli oggetti mimati che, trovata rivoluzionaria nel ’38, aveva fatto il suo tempo. Io stesso pensai che la commedia ne avrebbe tranquillamente potuto fare a meno per essere meglio compresa dagli spettatori che sembravano per niente disposti a concedere qualcosa a Olmi e alla compagnia di giovani attori, sconosciuti o quasi, scelti per l’occasione.  Ma anche quella sera, dopo i primi brontolii, avvenne il miracolo. A metà della prima parte mi capitò di vedere, per l’ultima volta in vita mia, signore impellicciate piangere come vitelle, cinematografari dal cuore di pietra che nascondevano col fazzoletto ben più d’una sola furtiva lacrima.

Perché LA PICCOLA CITTA’ esercitava ancora una grandissima emozione. La regia era perfetta. Gli attori tutti freschi e motivatissimi. Scenografie, costumi, luci, contribuivano a riempire di colore e illuminazioni affascinanti il piccolo mondo di vivi e di morti che si aggirava sul palcoscenico.   In quell’occasione vidi la bravura di Giulio Scarpati (George) che stava iniziando a costruire una carriera che le recenti perfomance televisive non hanno ridotto di naturalezza e convinzione. Emily era una dolcissima e frizzante Teresa Pascarelli, poi una cara amica che, di provenienza cosmopolita, tentò in seguito – giustamente – di continuare la carriera all’estero. Il Direttore di scena era Fabio Bussotti la cui vivace prestazione confermava un talento che solo la natura infida del mondo dello spettacolo italiano poteva, più tardi, relegare ad un ingiusto silenzio.   Nonostante la traduzione fosse di un loro emerito collega (e autore di teatro anch’esso) come Tullio Kezich, i critici – caso più unico che raro – lo emarginarono nella difesa dello spettacolo. Personaggi che, già all’epoca, si inginocchiavano di fronte alle peggiore insensatezze usando le più vorticose elissi per non esprimere troppo chiaramente il loro prono parere, dichiararono immediatamente guerra alla fatica di Olmi che fu accusato di essere un regista troppo cinematografico per poter ambire al palcoscenico; ritenuto incapace di selezionare gli attori che invece erano i migliori giovani sulla piazza.

Ci fu chi apostrofò THORNTON WILDER di aver copiata da Pirandello e Marinetti. Il critico de “L’Unità”, il purista supponente Aggeo Savioli, sanzionò che il povero Ermanno aveva osato portare lo stantio testo di LA PICCOLA CITTA’ nell’ambito del suo presunto integralismo cattolico. Infine Guido Almansi, allora dotto recensore su “Panorama”, asserì che tanto s’era fatto incantare da giovane da un’opera “così vuota e stupida” che allora, da vecchio o quasi, ne riconosceva “tutta l’inutilità”.   Forse Almansi era davvero troppo mal invecchiato e intellettualmente rinsecchito per comprendere la capacità di Olmi di aver saputo cospargere di ardore e prosperosità giovanile una commedia che aveva pur cinquant’anni di vita.   Comunque, da quei severi giudizi si può ricavare una morale : se il regista fosse stato un componente di certo ambiente mafiosetto del teatro nostrano – qualcuno con cui quei critici avrebbero potuto imbastire progetti festivalieri irrorati di denaro pubblico e andare abitualmente a cena – non sarebbero mai stati così cattivi. Ma da troppo tempo non stroncavano niente e nessuno quindi trovarono il modo di sfogare gli istinti peggiori degli esaminatori professionali su un regista estraneo al loro settore e contrastante l’aria di riflusso di quei miserandi anni ottanta dove, effettivamente, LA PICCOLA CITTA’ era fuori posto.

Sta di fatto che di queste polemichette non è rimasto che qualche ritaglio di carta. Del successo in sala un grande ricordo sia negli amici che erano con me quella sera, in Kezich e la prima moglie Lalla, negli attori, in altri del pubblico con i quali ho avuto modo di ricordare quella serata memorabile alla cui affermazione non furono estranei coloro che avevano assistito alla premiere romana e milanese di cinquant’anni prima come il mio caro Ferruccio Ferrara, agente di mezza compagnia, seduto commosso al mio fianco e al mio fianco in piedi ad applaudire.    Però, da allora, LA PICCOLA CITTA’ – se si eccettua un ottimo e generoso tentativo di Gastone Moschin con la moglie Marzia Ubaldi e la figlia Emanuela per il Teatro Stabile dell’Umbria ma rimasto, purtroppo e ingiustamente, relegato alle principali piazze della regione nel 2006-07 nonostante si trattasse di un adattamento di grande prestigio dove si elaborava con maestria e bravura il testo sulla scorta di un’interpretazione acuta e moderna della sua tradizione – non si è vista più.    Il Teatro delle Arti ha chiuso bottega insieme al suo impresario storico, il colto ed esperto Sandro Tolomei, uno delle migliori figure di produttore teatrale che mi sia stato dato di conoscere e frequentare.   E così, settecento chilometri più in sù, anche la mia piccola città non è più la stessa che ho rievocato.

Lo stradone principale – la “mainstreet” della mia infanzia e adolescenza – è ancora lì. Ma inzeppata di automobili. Non finisce più nella piazzetta ma prosegue in uno snodo che aprendosi ha trasformato in terreni di pregio – ovviamente riempiti subiti di ville e villette – i terrapieni e le fasce di terreno dove una volta prosperavano i rovi e i cespugli di more.    Tutto è stato fatto con grande sobrietà e rispetto. Le pietre millenarie dei muri a secco sono state riciclate per foderare le gettate di cemento. Il rispetto per gli arbusti e i fiori è rimasto seppur ridotto di spazio e sacrificato a nuovi viottoli e scalinatelle là dove c’erano solo alberi d’olivo. Non troverete nessuna bruttura architettonica ma case edificate con senso della misura e una certa finezza.   E’ ancora un posto dove non sarebbe male tornare. Certo, nessuno, ad una data ora, mette più le sedie sul marciapiede nei tardi pomeriggi di primavera.

Ma si sente ancora l’odore della terra bagnata dalle manichette, magari un pò più fievole. E il profumo del gelsomino sulle siepi è rimasto, proprio come una volta. Non c’è più l’animazione dei capannelli, delle comari affacciate alla finestra o impoltronate davanti alla latteria. Tutta quella gente è morta o se n’è andata. O forse è chiusa in casa e guarda la tv.   Pochi tra i bambini di allora sono ancora nel quartiere. E uno che era rimasto ha perso un figlio di ventitre anni, suicida in una notte d’estate in cui, se avesse prestato orecchio, forse avrebbe potuto sentire, in una lontananza senza tempo, l’animazione della gente di una volta, il fragore delle loro convinzioni, la voce delle loro idee. Chissà se lo avrebbero fermato quando ha messo mano alla pistola.

Dice il Direttore di scena all’inizio di LA PICCOLA CITTA’ : “Allora, Signori, vediamo di ricomporre la vita di una piccola città. Proprio la vita di tutti i giorni, dall’alba al tramonto, ed ascoltiamo parole e gesti quotidiani che in apparenza non hanno alcuna importanza ma l’avranno se saprete prestare attenzione a quello che vi mostrerò…”

Autore: admin

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