Sauro BORELLI- Una passione proletaria (“Due giorni, una notte”, un film dei fratelli Dardenne)



Il mestiere del critico


UNA PASSIONE PROLETARIA

Due giorni, una notte: una storia di solidarietà

“Due giorni, una notte”, il nuovo film dei fratelli Dardenne

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Se nell’iconografia cristiana la passione e la morte del Messia si srotola attraverso le “stazioni” di un dramma esemplare, qui – in questo nuovo film dei fratelli belgi Dardenne, Due giorni, una notte – si staglia come vicenda di un’epica proletaria raccordata ai casi contingenti di un’operaia licenziata in lotta per riconquistare il proprio posto di lavoro e dei suoi compagni di fabbrica posti di fronte ad una scelta abietta del cinico padrone.

E’ da tempo che il cinema dei fratelli Dardenne si inoltra nel folto di quella che viene detta la condizione popolare. Tanto che nell’ambito di prestigiose manifestazioni non sono state rare le occasioni di premi (due volte la Palma d’oro a Cannes, oltre a pressoché unanimi favori della stampa internazionale) e valutazioni critiche superlative. Fulcro e sviluppi tipici dello stesso cinema puntano ad una rappresentazione del reale insieme resolutamente scarnificata e in fondo essenziale, ove l’emozione principale si condensa in vicende, personaggi rinvenibili nella più cruda quotidianità.

Non a caso, Jean Pierre e Luc Dardenne sono così accreditati: “Rispettosi dell’umanità che raccontano, non si abbandonano alla demagogia ma cercano di spingere il pubblico a comprendere le ragioni dei protagonisti impegnati in faticosi viaggi di crescita, formazione e affrancamento da situazioni sordide e brutali”. Significativi al proposito due film opportunamente premiati: Rosetta (1999) e Il figlio (2002). Ora questo nuovo Due giorni, una notte prosegue coerente in tale medesimo solco narrativo e stilistico, mettendo al centro di una storia tutta contemporanea la figura di Sandra, una duttile, sensibilissima Marion Cotillard (già lanciata dal ruolo di Edit Piaf nella Vie en rose e di tant’altre prove interpretative). Questa, nei panni di un’operaia già tribolata da una insidiosa depressione, è chiamata ad affrontare la rude esperienza del licenziamento. Confortata dal solidale marito, il bravo Manu, Sandra è forzata a rimontare la china di una desolante situazione: il padrone offre al piccolo gruppo dei suoi dipendenti la carità pelosa di un bonus di mille euro a condizione che costoro avallino il licenziamento della loro collega risultata, come si dice oggi, “in esubero”.

Di qui si innesca il dramma personale dell’indifesa Sandra – priva di qualsiasi salvaguardia sindacale – e altresì la sconfortante abulia dei compagni di lavoro, per una ragione o per l’altra succubi della prevaricazione padronale. Nonostante ciò, la giovane donna, per di più madre di due figlioletti, spronata dal marito, si risolve a interpellare, per due giorni e una notte, appunto, uno ad uno i colleghi cercando di ribaltare il loro voto favorevole al bonus anziché al suo rientro, non tanto per implorarne la solidarietà ma proprio per ripristinare il diritto alla sua identità, alla sua integra dignità.

E’ questo un percorso penoso, umiliante, ma Sandra – superando anche momenti di grave sconforto, fino a tentare il suicidio – alla distanza, contro tutto e tutti riesce a venire a capo dell’intrico mortificante e in un estremo soprassalto di coraggio rivendica, insieme, la liceità della propria lotta e la bellezza di una ritrovata solidarietà operaia.

Detta così, la pur prosciugata, essenzialissima odissea di Sandra sembrerebbe un film prodigo di buoni sentimenti e di fervide emozioni e poco altro. Niente di meno vero invece. Il film dei Dardenne seguendo il filo rosso della loro generosa prolungata perorazione dalla parte di una pur tormentosa realtà, toccano con questo nuovo Due giorni, una notte il traguardo più alto, più intenso di un’ideale passione proletaria. I reiterati appelli di Papa Francesco sono, a tale riguardo, più che eloquenti, ci sembra.

Autore: admin

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