Enzo NATTA- Scenari dell’esistenza (in un libro-intervista di Mario Sammarone)

 

Scaffale



SCENARI DELL’ ESISTENZA


In “Il mito della sociologia” di Mario Sammarone (intervista a Franco Ferrarotti). Solfanelli Ed.

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A differenza di altre scienze sociali che, come l’economia, si occupano di aspetti particolari della società, la sociologia studia in senso globale i fenomeni dell’evoluzione nelle strutture comunitarie indagandoli nelle loro cause. Per lungo tempo la sociologia (scienza “positiva”, e dunque naturale, secondo Auguste Comte) si era distinta dal marxismo (scienza “critica”, e dunque morale, della società), ma, soprattutto nella seconda metà del ‘900, la contrapposizione si è attenuata, anche in seguito al risveglio dei nazionalismi, e si è indirizzata verso la componente di un’unica scienza. Una scienza che, comunque, non trascura le sue radici. Ecco infatti che Il mito della sociologia di Mario Sammarone (Solfanelli, Chieti) parte dal concetto di mito per raccontare vite, esperienze, storie di uomini assurti a esempio e modello della società in cui viviamo. Mito, dal greco “mythos”, significa storia, storie di uomini e di comunità, e queste innumerevoli storie tracciano precisi scenari che fanno da sfondo alla commedia umana. Di conseguenza, la sociologia altro non è che lo studio di questi scenari.

Sottotitolo del volume è Intervista a Franco Ferrarotti, un inteprete della nostra epoca, che degli anni a cavallo del terzo millennio ha studiato a fondo la conformazione e l’influenza che questi sono riusciti a esercitare sulla condizione umana partendo dal “mito della sociologia”, ovvero dal racconto dell’antefatto, da come le scienze sociali siano entrate nella vita comune, nel quotidiano del corpo sociale fino a plasmarlo, a modificarlo, a cambiarne radicalmente i connotati e le abitudini.

Mario Sammarone ha puntato sul modello dell’intervista per superare la tipologia accademica del saggio e per rendere al contempo più familiare l’esposizione dell’intervistato, ma nello stesso tempo non si è limitato a far da “spalla” con telegrafiche domande, ma ha pilotato il colloquio con l’intervistato introducendo di volta in volta il discorso e avviandolo su precisi binardi di indagine, nel quadro di un’analisi che, a partire dal pensiero stesso di Ferrarotti, si è rivolta ad alcuni modelli di sviluppo, indicati come esempio. Fra questi, quello a cui diede vita Adriano Olivetti con la Olivetti e attraverso Comunità, felici esperienze capaci di armonizzare le attese e le aspirazioni individuali con l’organizzazione politica e sociale.

Si comincia con “la singolare vicenda di Franco Ferrarotti”, i suoi incontri fondamentali, come quelli con Cesare Pavese e il filosofo Nicola Abbagnano, ma soprattutto con Adriano Olivetti, che tramite l’esperienza di Comunità lo coinvolge direttamente nel “field work”, in quel lavoro sul campo che vede interagire in un unico progetto industria, politica e cultura. E’ attraverso questo “viaggio nel mondo” (per usare un’espressione di Abbagnano) che matura la ricerca diretta di Ferrarotti (un metodo che gli aprirà le porte della diplomazia per conto dell’Onu) attraverso un’attività in cui l’indagine diretta sul corpo sociale gli consente di verificare e nettere a fuoco il profondo cambiamento verificatosi nell’Italia degli anni ’50 e ’60.

Divisa in sette capitoli che consentono di compiere un viaggio nel pensiero di Ferrarotti, l’intervista si snoda nell’esame della condizione umana e nel suo perenne confronto fra il pensiero da una parte, la scienza e la tecnica dall’atra. Un lungo e travagliato processo che passa dall’iconoclastia, che ripudia ogni forma di rappresentazione visiva, alla società degli iconoduli, gli schiavi dell’immagine che hanno dimenticato il potere della parola. Se già oltre mezzo secolo fa Heidegger teorizzava il trionfo del pensiero calcolante che tutto misura e assimila alle logiche dell’utile, Julien Benda nel famoso Il tradimento dei chierici denunciava la crisi della civiltà e il decadimento della cultuta occidentale per il tradimento da parte degli intellettuali creatori di falsi miti e dottrine.

In un perfetto ciclo di tesi-antitesi-sintesi, ecco che nella seconda parte del volume   (“Un’altra società e possibile?”) si profila il superamento di questa conflittualità. Quasi provocatoriamente al capitolo sull’ “Italia migliore” di Adriano Olivetti segue “Sarà la parte maledetta a salvarci?”. Dove per “parte maldetta” si intende quella porzione in sovrappiù di ricchezza che in ogni tempo ha condizionato e guidato in maniera oscura ma determinante le dinamiche economiche e sociali, dalla riforma protestante e da Calvino fino al capitalismo e al marxismo. Quella “parte maledetta” che ha dato titolo a un famoso saggio di Georges Bataille (noto ai più come autore scandalosamente erotico) e che apre la strada al capitolo finale di questo libro non solo interessante e avvincente, ma in grado di tradurre la materia trattata in un linguaggio semplice e chiaro. E lo stesso capitolo finale ha la sorpresa del “giallo”, di un thriller intrigante dove per risolvere il caso la sociologia veste i panni di un investigatore alla Sherlock Holmes che si muove nel clima febbrile di un sentimento poetico e fantastico.

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Mario Sammarone: “Il mito della sociologia – Intervista a Franco Ferrarotti” (Solfanelli. Chieti, 2014. Pagg. 135. € 11,00)

Autore: admin

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