Francesco TOZZA- Fare i conti, oggi, con Eduardo (un omaggio all’artista, a Salerno)




Il mestiere del critico

 


FARE  I  CONTI, OGGI, CON EDUARDO

Eduardo De Filippo

 

 

Difficile ma necessario-    Al Ghirelli di Salerno, il duplice omaggio eduardiano di Francesco Saponaro apre la stagione 2014-015

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“L’importante non è che siano gli intellettuali ad apprezzarti, ma lo stesso popolo che descrivi. Ecco, questo ho voluto per tutta la vita, facendo il tipo di teatro che faccio” – così scriveva Eduardo ad una giovane ammiratrice (lettera a Elvira B, Roma 13 giugno 1976), dicendo – in tempi non sospetti – qualche parola di sinistra… , ma firmando, per così dire, la sua condanna, almeno in certi ambienti dove, nonostante il livello culturale ostentato (o proprio per questo?), si è messo più tempo ad abbandonare vecchi pregiudizi classificatori, a base superficialmente contenutistica e a matrice banalmente sociologica, negandosi così al riconoscimento tempestivo di uno dei più grandi talenti del teatro novecentesco. Sembrerà strano, ma è stata proprio Napoli (e l’area napoletana in genere, nonostante l’indubitabile successo arriso alla sua drammaturgia, nell’interpretazione del suo stesso autore, ma soprattutto, direi, in quella, spesso deviante e deviata, offerta dalle innumerevoli filodrammatiche che per decenni ne hanno vampirizzato l’energia vitale), insomma è stata la sua città natale quella che più ha frainteso Eduardo (credendo le porgesse con i suoi testi il narcisistico specchio).

L’ha amato in modo parziale (chi ricorda la splendida sua regia della Cenerentola di Rossini, al San Carlo, nel dicembre 1966?), certamente in modo discontinuo (per la verità ripagata di egual moneta, con il celebre fuitevenne!), soprattutto si è rifiutata di studiarlo nelle sedi opportune (studiare Eduardo è sembrata quasi una contraddizione in termini!), guardando sempre con sospetto all’ipotesi di un approccio scientifico al suo teatro (e, in un passato non proprio remoto, al teatro tout court, come forma del sapere). Celebrazioni e convegni, organizzati e ancora in corso, per il trentennale della morte, non possono far dimenticare precedenti fraintendimenti e disattenzioni da parte della classe dirigente locale, quella politica ovviamente (ma non solo): le difficoltà che gli si frapposero quando si lanciarono le basi dello Stabile napoletano (rifiutandogli comunque la presidenza) o il miserevole fallimento, a metà degli anni sessanta, dell’importante collaborazione con Paolo Grassi e il Piccolo di Milano, che aveva assicurato nel suo San Ferdinando, fra mille sforzi e sacrifici, il passaggio di alcune delle migliori Compagnie, nazionali (la Morelli-Stoppa, Strehler, i principali stabili della penisola) e internazionali (la Comédie Française, Marcel Marceau, il Living), a riprova – se ce ne fosse stato bisogno – che il padrone di casa non coltivava solo le piante del suo orticello!

Alcuni anni più tardi, quando anche a Napoli ci fu l’esplosione del Nuovo Teatro (con modalità e venature sicuramente originali), si pensò – più o meno esplicitamente – che tutto fosse potuto avvenire nel segno del totale rifiuto di Eduardo; il quale continuava a ottenere successi e riconoscimenti, ma lontano dalla sua Napoli (ai cui problemi, da senatore per esempio, continuò tuttavia a pensare), elargendo lacerti della sua inconfondibile saggezza teatrale nell’Ateneo romano (che gli avrebbe conferito anche la laurea in lettere honoris causa), non in quello napoletano, che forse continuava a vedere in lui il semplice comédien, magari l’ultimo erede dei guitti, comunque non il Maestro.

Finalmente le Erinni dell’oblio si sono trasformate in Eumenidi: si vede che bisogna uccidere i padri per effettivamente capirli e quindi amarli! Ci ha fatto piacere, da questo punto di vista, sentire la coraggiosa autocritica fatta l’altra sera al Ghirelli di Salerno (che inaugurava la sua nuova stagione nel segno di Eduardo) da parte di Igina di Napoli, la nota artefice – per più di un trentennio – della svolta teatrale napoletana nel suo glorioso Teatro Nuovo, ormai a suo modo anche lei esiliata dalla sua città e approdata, fra mille aspettative e non poche contraddizioni, nella più provinciale Salerno. Ci ha fatto piacere, dicevo, capire dalle parole di Igina quanto ingiusto, anche se comprensibile all’origine, sia stato il parricidio di quelli che però, non a caso, sono stati chiamati i posteduardiani (cioè con Eduardo pur sempre come punto di riferimento), ormai a loro volta in piena crisi manierista e piuttosto marginalizzati nella geografia teatrale a più ampo raggio.

Un ritorno di Napoli ad Eduardo, dunque? Non direi (e non l’avrebbe voluto lui stesso): la tradizione va comunque strappata alla sua mitica autorità, anche se va in ogni caso protetta, come ricordava il buon Adorno, riuscendo ad riemergere proprio in ciò che ad essa spietatamente si nega. Piuttosto, complice il trentennale (gli anniversari, evidentemente, servono a qualche cosa!), sembra si stia assistendo, anche in area campana (la terra delle origini) alla presa d’atto, postuma ma necessaria, degli effettivi meriti di una drammaturgia, nel senso più lato del termine, rivelatrice di una eccezionale padronanza delle arti sceniche, che rischiava di volatilizzarsi con la fine del suo stesso Autore, mentre – enucleata dai suoi testi teatrali e approfondita nelle non poche sue riflessioni teoriche – va inverata in nuove, originali messe in scena (Servillo e Fausto Russo Alesi si sono già messi, egregiamente, su questa strada), oltre che in una filosofia del fare teatro che nei suoi risvolti, non solo estetici ma anche (perché no!) etico-politici, è tutta da reinventare. Sulla scorta – piace sottolinearlo – di quelle felici intuizioni e di quei lacerti di saggezza, non semplicemente teatrali, di cui sono piene le interviste rilasciate in vita da Eduardo e che tanta parte occupano del bel documentario di Francesco Saponaro (“La vita che continua”) offerto in anteprima agli happy few (quasi tutti napoletani, manco a dirlo, e in un mesto clima di analisi di gruppo, anche se con brindisi finale) nel primo dei due appuntamenti eduardiani di cui si diceva.

Certo le resistenze non mancano, i pregiudizi pure, perché stentano a morire: spiace, per esempio, sentir parlare, ancora in questi giorni, ricorrendo a categorie desuete e antistoriche, di un Eduardo “piccolo borghese”, da parte di chi si fece vindice di una cultura più genuinamente popolare, per poi gettarla in pasto ad un sempre più onnivoro mercato discografico (le cui finalità conoscitive non erano e non sono certo prioritarie), o avvalersene per forme di contaminazione a volte (non sempre) intriganti e artisticamente riuscite, ma sul piano politico spesso piuttosto discutibili.

Della eccezionale padronanza delle arti sceniche in Eduardo (o, se si preferisce, della sua immensa sapienza teatrale, legata ad una precoce, lunga e attentissima vita di palcoscenico, anche se non solo a quella), si è avuta l’ennesima testimonianza nel secondo dei due appuntamenti eduardiani al Ghirelli. Dove, di ritorno dal Piccolo di Milano e prima di presentarsi alle Vie dei Festival di Roma, lo stesso Saponaro ha dato Dolore sotto chiave: per  l’occasione, data la sua brevità, accompagnato da un altro atto unico, Pericolosamente (passato in televisione nel 1956 col titolo San Carlino 1900…e tanti), e fatto precedere, a mo’ di preludio – come già al NapoliTeatroFestival di quest’anno, dove già lo abbiamo visto – da un adattamento in versi napoletani di una novella di Pirandello, I pensionati della memoria.

I salernitani, di memoria (e di età!) non troppo corta, ricorderanno l’edizione del Dolore offerta al Verdi, il 18 gennaio 1965, dopo le repliche napoletane al San Ferdinando, proprio dal Teatro di Eduardo, il quale – riservandosi solo la parte del regista (ma nel secondo tempo dello spettacolo fu un magnifico Ciampa nel pirandelliano Berretto a sonagli) – lasciò la parte di Rocco, il protagonista, a Franco Parenti (uno degli ottimi attori, di fama nazionale – come De Ceresa, Rina Morelli e Paolo Stoppa – di cui Eduardo amò circondarsi, confermando, anche da questo punto di vista, l’extraterritorialità… del suo fare teatro).

Ebbene, aldilà delle ovviamente diverse, ma altrettanto intriganti interpretazioni (Saponaro fa interpretare il ruolo di Lucia, che fu della grande Regina Bianchi, ad uno straordinario Luciano Saltarelli, che a sua volta con la tenuta, giocoforza melliflua, della sua parte en travesti, ne sottolinea il lato grottesco e tragico insieme), si conferma il perfetto congegno teatrale di un testo, dove – come in tanta drammaturgia eduardiana – la grande lezione della farsa alla Scarpetta si rinsangua con le più drammatiche situazioni pirandelliane, aprendosi, nel gioco ben calibrato delle pause, dei silenzi, dei rumori di scena, al miracolo comunicativo del “non detto”: insomma il vecchio gioco scenico resta, imperdibile eredità dell’Arte, ancor prima della farsa ottocentesca, ma a condurlo sono le maschere nude che Eduardo ha scoperto e continuamente ritrovato nel teatro del mondo.

Nella storia di una donna che  tiene nascosta per dieci mesi al fratello la morte della moglie, nel timore che il dolore possa schiantarlo, ma anche nel segreto desiderio di rivalsa di una vita infelice, senza orizzonti, c’è – aldilà dell’apparente melodrammaticità della vicenda – una straordinaria architettura che tiene desta l’attenzione dello spettatore, dal momento che non ha più nulla dell’artificialità grottesca del vecchio teatro, ma nemmeno il lucido, freddo arrovellarsi nelle spire dei ragionamenti che Adriano Tilgher, a torto (ma a volte anche a ragione) rimproverava ai personaggi di quell’altro grande creatore di congegni teatrali che si rivelò il Siciliano. In questo delicato, difficile equilibrio è la grandezza della drammaturgia eduardiana: equilibrio più raro di quanto si creda, difficile da riscontrarsi ormai sui palcoscenici, molto spesso trasformati semplicemente in luoghi di reading varii o di concerti in prosa, che sono però un’altra cosa: sublime a volte, noiosa tal’altra, spesso inutile perché non sostituisce la più efficace e concentrata lettura nel proprio studio. La verità è, come abbiamo più volte detto e scritto, che non esiste il teatro ma i teatri (ovviamente, qui, non in senso fisico/architettonico), nel rispetto – si spera – e nel riconoscimento di tutti, magari lasciando ai pensionati della memoria la nostalgia del teatro che fu, con la consapevolezza, comunque, della reciprocità dell’illusione.

Autore: admin

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