Sauro BORELLI- 12 anni di cine-vita (“Boyhooh”, un film di Richard Linklater)

 

 

Il mestiere del critico

 


12  ANNI DI CINE -VITA

 

“Boyhood”, il nuovo film di Richard Linklater

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Richard Linklater è un cineasta texano cinquantenne che fa film un po’ sopra, un po’ sotto le convenzionali norme correnti del cinema commerciale. Nel 1995 diede avvio, ad esempio, ad una trilogia col lungometraggio Before (Prima dell’alba) incentrata sugli stessi personaggi; ora, con Boyhood tocca un momento di sperimentazione anche più azzardato. Mobilitando, infatti, per dodici anni i medesimi interpreti – dal bambino e poi adolescente Ellar Coltrane alla figlioletta Lorelei e gli attori Ethan Hawke e Patricia Arquette – imbastisce una incursione cronologica-esistenziale, dal 2002 al 2013, nei giorni, nei fatti di una famiglia texana un po’ dissestata in corsa affannata attraverso eventi privatissimi e macroscopiche vicende capitali.

E’, come si può intuire fin da queste prime note, un film discontinuo, intricato che, soltanto col dialogo fitto, intensissimo riesce a prospettare l’intento originario di Richard Linklater: “Volevo raccontare la crescita di un ragazzo, non sapevo come. Ci sarebbero voluti troppi attori. Così ho pensato di dilatare la storia nel tempo, girarne un poco alla volta, lasciare che la natura seguisse il suo corso. E’ stata questa la grande idea iniziale. Pazza. Semplice, ma difficile da immaginare”. Comunque alla fine è stata realizzata pur non senza difficoltà. Ogni anno, girando per alcuni giorni soltanto, fino al totale di 39 sedute di riprese, il progetto, anche se un po’ balzano, ha presto forma e senso compiuti tanto da approdare al Festival di Berlino e qui vincere il prestigioso Orso d’argento.

La traccia narrativa di Boyhood risulta dal primo approccio, neanche tanto originale. Mason, bambinetto spigliato e simpatico, vive con la sorella Samantha e la madre già divorziata (ma non acquietata) una quotidianità mediocre fatta di banali accadimenti domestici e logoranti difficoltà economiche. La madre, in ispecie, e l’ex marito mal si adattano a situazioni e problemi sempre mortificanti, pur se entrambi cercano come possono di far fronte a quella vita desolata come meglio possono, tentando oltretutto di appagare le smanie bizzose dei figli. Gli ex coniugi provano a più riprese di trovare qualche ricambio a simile stato delle cose. Vanamente la donna si imbarca in storie sentimentali rovinose, mentre l’ex marito si lascia vivere alla giornata coltivando la passione per la musica e qualche precaria avventura amorosa.

Frattanto, Mason – il vero fulcro di tutto il racconto e la sorella Samantha crescono come sanno, come possono attraverso le esperienze solite dell’adolescenza: la scuola, i primi flirt, i tentativi goffi di una ricerca di sé e del mondo. Insomma, la realtà. Per poco esaltante che sia i due ragazzi fanno le loro prove esistenziali e, peraltro, sollecitati dalla madre – nel frattempo emancipatasi culturalmente e divenuta una stimata insegnante – cercano di trovare un loro più personale ubi consistam un po’ aprendosi al dialogo coi coetanei e cogli adulti, un po’ dislocando anche fisicamente il luogo dove vivere dalla provinciale Austin alla più vivace, popolosa Houston.

Tutto ciò percorso puntigliosamente con notazioni ambientali-psicologiche acute sugli eventi capitali (l’11 settembre dell’attentato alle Torri Gemelle, le guerre in Afganistan e in Irak, l’elezione a presidente di Obama) e su novità famigliari ricorrenti, tra le quali certo sbalorditiva la festa di compleanno di Mason celebrata in perfetto stile texano col regalo concomitante di una bibbia e di un fucile.

L’approdo di tanti sbriciolati eventi si sublima poi quando Mason, ormai diciottenne, si diploma e festeggia la cosa coi parenti un po’ rimpannucciati – la madre rassegnata all’incombere dell’età, il padre e i nonni persi in vaghe, consolanti nostalgie – per intraprendere infine il fatidico viaggio verso la vera vita. Forse fatta di scarsa gloria, ma anche di qualche avvertibile infamia. Sic transit gloria mundi. A molti Boyhood è parso un film eccezionale. A noi, meno inclini alle facili suggestioni, è sembrato soltanto un film fatto bene. E basta.

Un’ultima osservazione resta da fare sulla presunta originalità dell’impianto narrativo di Boyhood. Alcuni critici hanno tirato in ballo addirittura Truffaut e l’alter ego Antoine Doinel quale analogia dei tempi e dei modi col lavoro di Linklater. Niente di più indebito. Anzi, c’è un precedente molto prestigioso sul carattere sperimentale della struttura di Boyhood: nel 1993 il bravo cineasta russo Nikita Mikhalkov pose mano con volitiva determinazione al film davvero originale Anna: 6-18, ove, dal 1980 al 1991, l’autore dello smagliante Oci ciornie ha ripreso sua figlia Anna dai 6 ai 17 anni e le ha imposto ogni anno le cinque stesse domande riguardanti i suoi desideri, gli ideali, gli avvenimenti storici. Montando il materiale girato con immagini d’archivio e di attualità, Mikhalkov ha realizzato così anche una riflessione sulla storia sovietica, da Breznev a Eltsin, e sulle prospettive della Russia post sovietica. Qui sta l’invenzione autentica e non in una sbrindellata tranche de vie tutta texana.

Autore: admin

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