Franco LA MAGNA- Nell’impunita repubblica delle banane (“La trattativa”, un film di S.Guzzanti)

 

Il mestiere del critico



REPUBBLICA DELLE BANANE E IMPUNITA’ DI STATO

Note su “La trattativa” un fiuolm di Sabina Guzzanti

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Il rabbrividente interrogativo di fondo è fermo, drammaticamente uguale, da oltre vent’anni: per quale ragione – in piena stagione stragista mafiosa (1992-93) – improvvisamente dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino (seguiti nel 1994 dalla nascita di “Forza Italia”) le bombe smettono di dilaniare giudici e agenti di scorta e sul Belpaese torna un’insperata e quasi innaturale calma? Al raccapricciante quesito, che apre all’ipotesi di una trattativa tra lo Stato italiano e la mafia, la lunga, defatigante, indagine sempre in corso della Magistratura sta tentando di fornire un pur accettabile responso che finalmente faccia luce sulla storia segreta d’Italia di questi ultimi venti anni, seguiti al crollo della Balena Bianca e dell’intero ceto politico travolto dallo scandalo di tangentopoli. Sabina Guzzanti, con impeto da “pasionaria” (come è nel suo stile), assembla – mettendo insieme testimonianze di pentiti, interviste, atti processuali e fiction – un puzzle che alla fine trasforma in tesi l’ipotesi iniziale, ovvero che la trattativa c’è stata (eccome!) e che anzi ormai è talmente evidente al punto d’essersi trasformata in un segreto di Pulcinella.

Per aiutarsi nella ricostruzione la Guzzanti mette scena una drammaturgia teatrale assegnando ad un gruppo di attori i vari ruoli di giudici, mafiosi, poliziotti, generali, politici, ecc…, partendo da un grottesco esame di Teologia a cui si sottopone uno dei più spietati e sanguinari criminali mafiosi: Gaspare Spatuzza (detto “u tignusu”), affiliato alla famiglia dei Brancaccio, autoaccusatosi di un numero impressionante di omicidi (tra cui quello di padre Puglisi), del furto della 126 con la quale imbottita di tritolo nel 1992 venne compiuta la strage di via d’Amelio e a proposito del quale il docu-fiction della Guzzanti ricostruisce anche la vicenda del falso testimone, smentito poi da Spatuzza. Lo stesso Spatuzza, divenuto collaboratore di giustizia ed in piena crisi mistica iscrittosi alla facoltà di Teologia, nel 1994 ebbe a dichiarare che Giuseppe Graviano (con il fratello Filippo capo della famiglia di Brancaccio) gli aveva confidato dei suoi contatti con Dell’Utri e Berlusconi, circostanza ovviamente recisamente negata da Berlusconi.

Tra gli incastri che, opportunamente montati, conducono alla fine al completamento di un quadro raccapricciante, si dipana – come in un crescendo d’opera –  il macabro balletto dei molti protagonisti d’una stagione di misteri, depistaggi, reticenze, palesi menzogne (come quella dell’ex ministro Nicola Mancino che nega di conoscere Borsellino, con il quale ha invece avuto un approccio il giorno del suo insediamento come Ministro dell’Interno); il colloquio di Borsellino, immediatamente susseguente all’incontro con Mancino, con il capo della polizia Parisi e Contrada (che forse l’introvabile “agenda rossa” avrebbe potuto inequivocabilmente spiegare); l’immancabile omicidio “eccellente” di Lima (capo della corrente mafioso-andreottiana in Sicilia); il “sacco” di Palermo; l’incontro di Vito Ciancimino – sindaco mafioso di Palermo – con i carabinieri e con il quale si sarebbe avviata la trattativa; il “papello” di Reina con le condizioni poste per la “pacificazione” (prima tra tutte l’abolizione dell’art. 41 bis sul carcere duro) e il “contropapello moderato” di Ciancimino; l’assoluzione del generale Mori per la mancata perquisizione del covo di Reina, ritenuta non necessaria e nel quale invece “Totò u curtu” custodiva documenti importantissimi che, sequestrati ed esaminati, avrebbero potuto assestare alla mafia un colpo micidiale ; le dichiarazione del catanese Luigi Ilardo (ucciso poco dopo nella città etnea) sull’appoggio della mafia confluita armi e bagagli in “Forza Italia”; lo “stalliere” di Arcore Magano; i sospetti sull’attuale capo dello Stato Napolitano, proprio in questi giorni interrogato dai giudici…

Sabina Guzzanti non rinuncia ad esibire brevemente una delle sue più grottesche e riuscite performance imitatative, quella del Berlusconi “ridens” e qua e la indugia un po’ troppo su un macchiettismo che stride con la tragicità della storia (dà di Massimo Ciancimino – figlio di Vito, attualmente indagato e sotto scorta – un’immagine tra il mentecatto e il pagliaccio). In conclusione nulla di nuovo, ma nel complesso il merito principale di questa “brechtiana” messa in scena va forse individuato nel tentativo di non abbassare la guardia e di tenere desta l’attenzione,  in un momento storico in cui l’ancora lontana uscita dal tunnel della crisi economica  (accompagnata dal cancro dalle oscure connivenze in cui da sempre il paese si consuma) sembra favorire l’affievolimento della tensione morale e l’impegno civile e politico avverso il più inquietante, pericoloso e destabilizzante fenomeno di vita nazionale.

Autore: admin

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