Francesco TOZZA- Opera ‘buffa’ di confine (“Don Checco” di De Giosa. Napoli Teatrino di Corte)

 


Il mestiere del critico

 


OPERA ‘BUFFA’ DI CONFINE

Arriva Don Checco al Teatrino di Corte di Napoli

Ma ancora vitale-   Al Teatrino di Corte/Palazzo Reale/Napoli  Il Don Checco di Nicola De Giosa (1850)-   prima ripresa in forma scenica in tempi moderni

 

L’opera buffa settecentesca ebbe – si sa – vita più lunga del secolo che le diede i natali e la fama; lo conferma questo Don Checco di Nicola De Giosa (su libretto di Almerindo Spadetta), composto e  rappresentato al Nuovo di Napoli (teatro d’elezione per quel genere di spettacoli) giusto a metà Ottocento, ivi replicato per ben 96 sere, per poi fare, sembra con immutato successo e per parecchi anni di seguito, il giro di molti teatri della penisola, soprattutto del centro-nord (nonostante la componente napoletana di parte dei dialoghi, in verità all’uopo fatta rimaneggiare dall’Autore). Fu ovviamente anche a Bari, città natale di De Giosa.

Napoli lo ripresentò, dal 1851 al 1854, addirittura al San Carlo (per quanto sede per eccellenza del ‘dramma serio’), in tre edizioni, in cui la parte del protagonista fu interpretata prima da Raffaele Casaccia, quindi da Gennario Luzio, entrambi noti come i migliori bassi/buffi che calcavano le scene napoletane, come ricorda il programma di sala per la presente edizione, prima ripresa in forma scenica in tempi moderni.

Non ultima, aggiungiamo noi e per pura curiosità, la vicina Salerno offrì un suo Don Checco nel febbraio 1874, sul palcoscenico del Teatro Municipale, inaugurato appena due anni prima: ma l’entusiasmo questa volta sembra non esserci stato (una rappresentazione “…senza biasimo e senza lode; poca gente nel teatro e molto umido di fuori” – annotava laconicamente «La Provincia», un foglio locale! Inclemenza del tempo o sintomatici prodromi di una vecchia ma sempre nuova contesa con la capitale?).

Quali i motivi di sì lungo successo – c’è da chiedersi – a parte la suddetta eccezione (dimenticavamo, però, anche Milano, dove l’entusiasmo nei confronti del giovane Verdi dei Due Foscari poco poteva conciliarsi con la realtà ormai postuma dell’opera buffa): al solito, la continuità pigra della tradizione, pur nel lento, quasi inavvertito, insorgere del nuovo. Il genere cui Don Checco apparteneva era andato giocoforza trasformandosi: la musica era cambiata….! Molto del dramma serio, certo non del contenuto o della struttura drammaturgica, ma  del suo strumentale e della sua stessa vocalità, erano ormai penetrati nell’opera buffa, per contaminazione soprattutto (ancora la ben nota espressione, ormai oggi abusata, con l’arrogante pretesa, peraltro, di averne per la prima volta sperimentato la consistenza artistica!). Nuovo vino, insomma, era stato immesso nelle vecchie botti.

Nel lavoro di De Giosa (che del resto si cimentava, in contemporanea e direttamente  anche con il genere serio o il semiserio, come nell’Ettore Fieramosca e nell’Elvina), è fin troppo facile scoprire tracce del primo (e non solo) Donizetti, del quale il Nostro fu del resto uno degli allievi favoriti, ma soprattutto l’influenza, quando non addirittura l’imitazione, di Rossini: di quest’ultimo, dei suoi celebri crescendo, sembra più volte avvertire più di un’eco. Ma la comicità di Don Checco è più di superfice; la parola riempie i vuoti della musica (le due modalità del linguaggio, almeno nel protagonista, si alternano); le ragioni della vicenda prevalgono spesso su quelle della musica, come nella vecchia commedja ppe museca. L’opera, nel travaso, si fa sempre più operetta…; e nel nuovo genere, vecchio e nuovo ad un tempo, non a caso l’operetta italiana, che si affermerà soprattutto nei primi decenni del nuovo secolo, a differenza delle consorelle, la francese e la viennese, non tratterà di principi e duchesse, di cocottes e dei loro ricchi spasimanti, ma presenterà assai più modesti se non popolari milieux, con i loro melanconici, crepuscolari  personaggi.

Ha senso oggi rispolverare un Don Checco (forse l’ultimo dei tanti Don di cui era piena l’opera buffa, rozzi e creduloni, oppure furbi ma codardi, antieroi in ogni caso, eredi dei vari Capitan Spavento su cui tanto si divertiva a ironizzare la commedia dell’Arte, a non dire del più risalente Miles Gloriosus della commedia latina)? Forse il senso c’é (a parte l’esigenza di riscoprire continuamente il passato, per meglio capirlo e anche capire noi stessi: siamo pur sempre la storia che ci portiamo dentro). Quella musica resta godibilissima; nell’innegabile eleganza della partitura resta accettabile perfino la banalità o ingenuità della vicenda (l’amore contrastato di due giovani da parte del solito padre burbero, con l’intromissione dello sbandato di turno, rotto ad ogni finzione pur di governare le ragioni della pancia, fino all’arrivo del deus ex machina, il nobile benefattore di turno, che fa convolare a nozze i due giovani e libera dalla aggressiva persecuzione creditizia il malcapitato protagonusta). Può nascere, magari, anche qualche simpatico motivo di una  insospettabile attualità: l’elogio del debito (ormai auspicabile, negli ultimi tempi!): “lli debbiture  non portano sventure…so buone a qualche cosa, ponno dare la felicità”.

Al successo della intrigante riproposta (curatore della revisione critica dell’opera il musicologo Lorenzo Fico) ha certo contribuito l’ottima compagnia di canto, formata da giovani e bravi cantanti, per giunta anche esuberanti attori, come la prassi del genere prevedeva sin dalle origini. Vanno tutti ricordati: da Carmen Romeu e Fabrizio Paesano (nei panni di Fiorina e Carletto, i due innamorati) a Giulio Mastrototaro (il burbero genitore), Salvatore Grigoli (sotto mentite spoglie, prima di rivelarsi il nobile artefice dello scioglimento finale della commedia); a non dire del comicissimo (ma senza strafare!) Bruno Taddia nei panni di Don Checco e di Vincenzo Nizzardo, l’esilarante esattore dall’emblematico nome di Succhiello Scorticone! A dirigerli, nella bella scena di Nicola Rubertelli (coerenti e solo leggermente attualizzati i bei costumi di Giusi Giustino), c’era Lorenzo Amato, senza particolari forme d’intervento registico, al servizio del ben congegnato libretto, com’era giusto che fosse, almeno in questo caso.

Al prossimo recupero, dunque: il passato musicale di Napoli è davvero uno scrigno inesauribile, in cui c’è ancora molto da riscoprire.

Autore: admin

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