Sauro BORELLI- L’amore dilazionato (“Una promessa”, un film di Patrice Leconte)

 

Il mestiere  del critico

 


L’AMORE DILAZIONATO

Locandina Una Promessa

 

“Una promessa”, il nuovo film di Patrice Leconte

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Quando l’andazzo prevalente punta, tra le cose del cinema, su storiacce truculente, commedie banali, mediocri canovacci “gialli”, è certo confortante incrociare – inaspettatamente – un film di sapiente ispirazione e raffinata espressività come Una promessa firmato dall’eclettico cineasta francese Patrice Leconte, già brillante autore di piccoli capolavori quali L’insolito caso di mr. Hire, Il marito della parrucchiera, L’uomo del treno e molti altri lungometraggi di buona mano.

In effetti, Una promessa è più di un’azzeccata realizzazione, anche perché risulta nell’insieme l’esito più congruo di una commistione di concomitanti apporti creativi. In primo luogo, per il racconto cui si rifà, Viaggio nel passato, del prolifico scrittore austriaco Stefan Zweig (1881-1942) e di riflesso per il trasparente raccordo stilistico con quell’opera assolutamente superlativa di Max Ophüls Lettera da una sconosciuta anch’essa tratta da un altro testo di Zweig dall’omonimo titolo e interpretato dal “duo d’amore” inimitabile Joan Fontaine e Louis Jourdan.

Ecco, queste basilari componenti dislocano immediatamente il film di Leconte su un piano narrativo insieme sofisticato e appassionante. Si tratta insomma di cinema-cinema senza lenocini di sorta e soprattutto, benché indugiante su un tema risaputo – appunto, la passione problematica di un giovane indigente per una bella signora borghese – ruotante sulla progressione calibratissima dei gesti, delle vicende via via incalzanti di una esistenzialità contingente dipanata tra allusioni e piccoli barbagli di un amore prima esitante, poi sempre più rapinoso e per tanti versi, contrastato, proibito.

C’è in questo racconto puntuale, preciso fino all’acribìa illustrativa di ogni fase della passione prima sommessa e in seguito più intensa tra il giovane uomo e l’avvenente, facoltosa signora un senso di trepida precarietà che, di giorno in giorno, si condensa in un ordito dei sentimenti, del divenire delle cose che tocca in modo acuto coinvolgente. In particolare, per il fatto che questo stesso rendiconto di una passione contrastata e sempre dilazionata prende corpo e vita sullo schermo come un evento al contempo sentimentale e fitto di notazioni contestuali significative.

In altri termini, Friedrich, brillante ingegnere “fattosi da sé” dopo un infanzia e un adolescenza di miseria, di solitudine viene reclutato – mentre corrono gli anni di poco precedenti la prima guerra mondiale – da un avveduto padrone delle ferriere che, passo passo, lo gratifica di ruoli sempre più importanti. Fino a inglobarlo, oltre i compiti professionali, nella propria acquietata famiglia, composta dalla giovane moglie Lotte e da uno scafato figlioletto. La contiguità quotidiana di questi stessi personaggi fa lievitare impercettibili i segni di un prevedibile approdo della situazione. Friedrich è attratto, ricambiato, della pur impeccabile Lotte, mentre il marito anche se sospettoso assiste, vigile, al fermentare dell’amore.

Tutto ciò mentre, con accenni e notazioni sempre pertinenti si disegna attorno ai personaggi del racconto privato un contesto popolare e proletario di oltraggiosa povertà e sudditanza sociale. Al colmo della passione sopravviene dirompente lo scoppio della guerra, mentre per lavoro Friedrich è lontano, in Messico, non dimentico peraltro dell’amore per Lotte, cui ha fatto la solenne promessa di un sicuro ritorno.

Infine la guerra trova termine in un clima di rovinosa sconfitta in Germania. Inoltre, muore il padre-padrone e, all’estremo, l’amore incompiuto di Friedrich e di Lotte trova edificante epilogo. Un lieto fine, dunque? Non proprio: Una promessa si potrebbe definire la strategia, la dinamica esemplare del ritratto di un’epoca, di una stagione storica che Stefan Zweig medesimo, esule e suicida in Brasile nel 1942, ha vissuto, patito con totale disperazione. E se Lettera da una sconosciuta grazie al grande Ophüls, ne è stato il sintomatico segnale, Una promessa, ora per merito del bravo Patrice Leconte, risulta proprio il logico, riuscito corollario.

Autore: admin

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