Sauro BORELLI- Passione e morte di un poeta (“Pasolini”, un film di Abel Ferrara)

 

 

Il mestiere del critico

 


PASSIONE E MORTE DI UN POETA

 

“Pasolini” il nuovo film di Abel Ferrara

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Tra il 1° e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini trovò la morte in un desolato scorcio del litorale di Ostia vittima della violenza dissennata di un giovinastro, Pino Pelosi, “ragazzo di vita” reclutato nella notte per un incontro sessuale vissuto oltre ogni limite estremo. Si sa ormai, da lunga data, quali valutazioni, quale senso furono a suo tempo avanzati sulle origini, le motivazioni, gli ipotetici mandanti di quel delitto.

Né, d’altro canto, le diverse sentenze giudiziarie succedutesi nel corso degli anni sulla colpevolezza di Pino Pelosi e sui supposti intrighi di matrice parapolitica hanno mai toccato risolutiva chiarezza su quello squallido fatto di sangue. L’assassinio di Pasolini, a conti fatti, risulta tutt’oggi l’insoluto approdo di un mistero per tanti versi indicativo del furioso, generalizzato malessere civile-sociale che caratterizzò il nostro paese nei tetri anni Settanta.

Un mistero che, ben aldilà dal cogliere quel che, quasi profeticamente ebbe a dire Pasolini in una nota intervista a Furio Colombo (“Siamo tutti in pericolo?”), prospetta nella sua cruenza, nel suo traumatico soprassalto sanguinoso l’itinerario (     quasi) esemplare della passione e morte di un poeta. Non un cantore di lirici abbandoni o di sentimentali illuminazioni, ma proprio di un bardo nazionale che, negli slanci e nelle perorazioni altamente civili (da ricordare gli “scritti corsari” e la ricorrente polemica contro lo strapotere del “Palazzo”) seppe, volle strenuamente testimoniare la propria divorante dedizione per la cultura più autentica e una generale rigenerazione della dignità umana.

Su questo terreno terremotato dal degrado politico e culturale si sono registrati già da tempo testi e riflessioni anche vigorosi. Tra questi, da citare d’obbligo il film di Marco Tullio Giordana – realizzato nel 1995 sulla base di una sceneggiatura di Stefano Rulli e Sandro Petraglia – intitolato Pasolini un delitto italiano. Una prova generosa salutata con favore dalla critica più attenta specificamente per l’intento prevalente nell’intiero lungo metraggio di indagare a fondo sui divari dei diversi giudizi sulla colpevolezza materiale di Pino Pelosi e, ancor più, sulle nebbiose illazioni di sospette collusioni criminali-politiche nell’assassinio appunto di Pasolini.

Ora, quantomeno animato da un interesse (forse) un po’ morboso per la vita e la morte del poeta di Casarsa, il cineasta cosmopolita italo-americano Abel Ferrara si è immerso nel folto di questa tragedia tutta italiana e, puntando su una ben caratterizzata sceneggiatura di Maurizio Braucci, ha congegnato un film di chiaroscurale suggestione, Pasolini appunto, inoltrandosi alternativamente tra le ultime ore di vita del poeta, alcuni flashes dell’appena ultimato film Salò e le 120 giornate di Sodoma, brani sparsi del progettato lungometraggio in fieri dal sintomatico titolo Porno-teo-kolossal e ancora il libro saggio Petrolio, disegna la vicenda cupa, desolante di una morte annunciata.

In tal senso il ricalco fisico-psicologico che Willem Dafoe (impressionante la somiglianza esteriore con l’autentico Pasolini) esprime proprio attraverso l’identificazione fisiognomica in momenti, le tracce precisi di un racconto che si dipana per bagliori e umori di intenso vigore. Tanto che, Dafoe-Pasolini si impone presto come il fulcro narrativo cui fanno adeguata corona le figure  famigliari (la madre Susanna, la cugina Graziella), gli amici-amici (Ninetto Davoli, Laura Betti) in una sarabanda dalle spente coloriture ove il dramma cupo via via cresce si fonde, si confonde in una sorta di ballata triste, disperata.

Abel Ferrara ha proporzionato questo suo ambizioso film secondo ritmi e toni controllatissimi e, grazie a un team di interpreti assolutamente esemplari – da Adriana Asti nel ruolo della madre a Riccardo Scamarcio in quello di Davoli, dallo stesso Davoli in quello di Eduardo De Filippo (per il progettato Porno-teo-kolossal), da Giada Colagrande (Graziella) a Maria De Medeiros (Laura Betti) – tocca il consistente esito di una storia cadenzata, frammentata da incalzanti sottili allettamenti. Qui Pasolini, la sua vicenda esistenziale, il suo approdo ultimo sono rappresentati, riproposti in un’aura decontratta, rarefatta, che se da un lato attrae con viva emotività, dall’altro vibra di una sotterranea passione. Tutto e sempre per maggior gloria di Pasolini, della sua vita, della sua poesia, del suo sconfortato congedo.

Autore: admin

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