Vincenzo SANFILIPPO- I “martedì critici” (inaugurati da F.Sargentini al Maxxi, Roma)

 

Arti figurative

 


I MARTEDI’ CRITICI

Fabio Sargentini e Cannonata di Pino Pascali

 

 

Fabio Sargentini  inaugura i Martedì della Critica d’Arte.

a cura di Alberto Dambruoso e Guglielmo Gigliotti -con la collaborazione di Sara De Chiara, Federica Peligra e Alessandra Mazziotta

MAXXI B.A.S.E.    www.fondazionemaxxi.it

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Seguendo l’ormai consueta formula dell’intervista pubblica condotta da Alberto Dambruoso e Guglielmo Gigliotti, sono iniziati  il 23 settembre i martedì autunnali della critica d’arte. Ospite dell’appuntamento inaugurale del nuovo ciclo romano è stato Fabio Sargentini, impegnato gallerista, scrittore, regista teatrale e attore, fin dal 1957, anno di fondazione della Galleria L’Attico in piazza di Spagna.

Fin dalle ore 18,00 la capiente sala convegni del Maxxi è affollata e molti sono i convenuti rimasti in piedi ad ascoltare con interesse e partecipazione per tutta la durata dell’incontro. Tra i presenti  molti noti  artisti e studiosi d’arte. Per cui questo primo martedì d’inaugurazione si svolge come una festa. Lo si vede dal clima gioioso, dall’affettuosità delle persone che dopo l’estate si rivedono e si abbracciano con afflato d’antica amicizia, riprendendo i fili di una tessitura dialogica appena iniziata e da portare avanti. Nell’introduzione di Dambruoso e Gigliotti, vengono posti quesiti e domande rivolte a Sargentini chiedendogli quali siano state le linee guida nell’aver portato avanti un’arte di ricerca e di confine tra i linguaggi, in uno spazio espositivo aperto, duttile, «teatrale» e performativo, uno spazio inteso come linguaggio e opera.

Come in un flashbach mentale, Sargentini inizia ad enucleare date, personaggi ed opere di artisti, allora suoi giovani coetanei; mentre  alle sue spalle vengono proiettate immagini di opere risalenti agli anni’60.

Di Fabio Sargentini  colpisce  subito: il suo modo affabile, confidenziale, di conversare con un linguaggio quotidiano pieno di humour contemporaneo, ironico e pungente, costituito di tanto in tanto da  godibilissime quanto qualificanti battute al vetriolo verso qualche esponente della critica d’arte che  siano  questi protagonisti o comparse. Ma lo fa con stile, per sorridere, per alleggerire l’argomento, per divertirsi, forse chissà per sbeffeggiarli con apprezzamenti sarcastici-compassionevoli affettuosamente impeccabili; ma non sia mai per…vendicarsi.

Chi ha vissuto quei momenti espositivi, è difficile oggi raccapezzarsi sulle valenze di rottura avanguardistica che ebbero quelle nuove opere, proposte all’attico negli anni ’60.  Sargentini non è un gallerista ossequiente le regole del mercato dell’arte, ma un osservatore acuto e un testimone come lo sono coloro che questo lavoro lo fanno con passione, con mente e occhi particolarmente allenati  a   decodificare le nuove  proiezioni e coglierne  i valori espressivi.

Sargentini  tiene a puntualizzare che l’aspetto più rilevante della sua intuizione nello  scoprire nuovi talenti  è  stata quella di aver saputo  “ vedere” una ricerca febbrile e pervasiva di nuovi linguaggi artistici, all’interno  di  quelle nascenti  opere.

Dunque, guidato dalla propria innata intuizione, dall’orgoglio dell’anticipazione e dalla volontà di creare una propria identità culturale, comincia ad esporre opere inedite di artisti allora sconosciuti, con la volontà di superare la concezione tradizionale di opera d’arte. Le prime mostre avvengono nella tradizionale galleria d’arte del padre, l’Attico di piazza di Spagna ( un vero attico servito da ascensore d’epoca).

La differenza generazionale tra il padre Bruno Sargentini  e  il Figlio Fabio allora diciottenne comincia ad evidenziarsi presto, proprio nelle divergenti scelte sugli artisti da promuovere. Bruno, nel 1966, apre la Galleria Senior e si trasferisce in via del Babuino, dove continua ad esporre i più bei nomi del panorama artistico dell’epoca: Capogrossi, Leoncillo, Fontana, Mafai, Fautrier, Brauner, Magritte, Matta, Permeke, Canogar. Fabio continua, invece, ad esporre a L’Attico di Piazza di Spagna. Prende quindi il via l’era delle mostre sperimentali, delle personali che hanno fatto storia: Pascali, Kounellis, Pistoletto, Mattiacci.

Sargentini enuclea l’opera di Pino Pascali, artista il cui pensiero può essere avvicinato per i suoi aspetti di magia e di gioco  ad un ragazzo del Sud, il quale interessato ai linguaggi dell’arte attinge ispirazione dall’antropologia dei materiali poveri, cogliendone  poeticamente i segnali nella generale crisi sociale  emergente. Il suo operare è un giocare primigenio, plasmatrice della natura, di cui vuole riproporre “La ricostruzione”.

Appresi della prematura morte di Pascali  avvenuta l’undici settembre del ’68 , mentre mi trovavo da Bucconi a via Ripetta in compagnia di Giancarlo Limoni e si parlava dell’incidente subìto da Pascali. Appena la scorsa stagione avevo visto la sua mostra alla Galleria L’attico di Piazza di Spagna.

Pascali, a Roma, si era legato d’amicizia fraterna con  Fabio Sargentini  e aveva cominciato ad  esporre realizzando opere di Arte Povera. Così, intorno agli anni tra il ’65 ed il ’68 nascono le sue opere come “Campi arati”,  “Canali d’irrigazione”,  “1 mc di terra”, “Botole” “Pozzanghere”, “liane e ponti in lana d’acciaio” “ le Armi- Cannone bella ciao” ,  “Finte Sculture”, “teatrino”, “Pentola”, “bachi da setola”.

La sua primigenia creatività l’ applica  nell’idea di trasformare gli elementi naturali in oggetti scultorei ben definiti, come i “32 mq di mare”.  L’acqua racchiusa  in vasche di zinco, ognuna delle quali contiene una variazione di tono su tono del colore del mare, affascina Pascali  che riesce a  conciliare il naturale con l’artificiale, il gesto artistico con la neo-concettualità estetica dei materiali.

Queste esperienze romane di arte povera e di teatro povero  sono idee  che già proliferano a Roma dove operano artisti  e teatri  underground come il Beat 72 , inaugurato da Simone Carella nel 1966,  da dove è  transitata gran parte dell’avanguardia. Fu  dopo queste prime  esperienze romane che nasce a Torino nel 1967 il movimento dell’Arte Povera teorizzato dal giovane critico Germano Celant che invita anche lo stesso Pascali a farne parte.

Mentre Sargentini cita nel suo excursus espositivo Gianni Colombo,  mi viene in mente una delle prime  sue installazioni “Spazio elastico”(1966),  da me visitata. L’intera galleria l’Attico era  completamente buia ed era stata  perimetrata dall’artista  da molteplici  fili elastici disposti in orizzontale e in verticale con impercettibile animazione elettromeccanica, illuminati da luce fluorescente. L’installazione inglobava gli spettatori mentre attraversavano quello spazio metrico, fluido, elastico che si saturava di topòi sinestetici sensoriali e percettivi. Poi ricordo l’opera “la Cina” di Mario Ceroli (1966), costituita da una schiera compatta di sagome lignee simili a  una sorta di archetipo massificato di infiniti uomini anonimi  e fantasmatici  che alludono con humour alla ideologia collettiva che ne è alla base.  Fabio  continua citando le proiezioni di Mario Schifano, che dipingeva eidetici “paesaggi televisivi”   scomponendone  il codice linguistico. Cita inoltre Luca Patella, Giulio Paolini, artisti particolari e catalogabili come concettuali, che usano  segni iconici e verbali con uno scatto mentale al di là del vedere, con un margine di suggestione figurativa minima. Un caso tipico e ormai classico è  il “Giovane che guarda Lorenzo Lotto”  di Paolini, costituito da una fotografia  di un celebre ritratto di giovane eseguito dal Lotto,  pittore del Rinascimento veneziano. La concettualità in questo caso è data dal titolo, che crea un ribaltamento mentale del dato visivo. Fino all’operare delle superfici specchianti di Pistoletto, che con l’ironia della finzione ritagliava sagome fotografate o dipinte che avrebbe applicate su superfici specchianti di acciaio lucido.

Nel 1968 Fabio lascia piazza di Spagna e sposta la galleria in un garage di via Beccaria, rivoluzionando la concezione dello spazio espositivo. Spazio che interpreta le esigenze delle nuove generazioni di artisti e che diventa presto un laboratorio di grande sperimentazione, di commistione tra le arti, rivoluzionando anche il rapporto tra artisti e pubblico.

Di lì a poco Sargentini,  ci racconta che durante un soggiorno a New York , artisti newyorchesi parlavano incuriositi  di una mostra a Roma di un certo Kounellis, che in un ex garage riconvertito in galleria d’arte aveva esposto dodici cavalli veri, vivi, defecanti, maleodoranti.  Stavano parlando, senza saperlo, dell’Attico di Fabio Sargentini, presente tra loro, che aveva organizzato l’esposizione dei cavalli al giovane Kounellis. Da li a qualche mese  anche le gallerie di New York, incorporate nei grattacieli, seguono l’esempio spostandosi nel quartiere di Soho.

Memorabili, al garage, sono le mostre anche di Mario Merz, Eliseo Mattiacci, Sol Lewitt, Gino De Dominicis, Denis Oppenheim, Jean Tinguely. Contemporaneamente  Sargentini organizza dei veri e propri festival di musica e danza americana che aprono la strada all’affermazione della performance; del 1969 è il Festival Danza/ volo/ musica /dinamite con Simone Forti, La Monte Young, Steve Paxton, Deborah Hay, Trisha Brown. Per molti di loro è la prima apparizione in Europa.  Nel 1972 un secondo festival Musica e danza from Usa vede la partecipazione di Philip Glass, Steve Reich, Simone Forti, Yvonne Rainer.

Nel 1972 al garage di via Beccaria Sargentini affianca un altro spazio in via del Paradiso, con caratteristiche del tutto diverse, non più tabula rasa, bensì soffitti affrescati, porte dorate e pavimenti marmorei, che suggeriscono un raccordo con la storia dell’arte.

Le innovazioni sono continue: nella mostra “Lavori in corso” il pubblico è invitato a visitare la galleria durante i lavori di ristrutturazione; “D’IO” di Gino De Dominicis fa risuonare una risata omerica nella galleria vuota; Gilbert & George presentano Living Sculpture; Giulio  Paolini “La doublure”; Luigi Ontani “Lavori fotografici, brevi azioni e tableaux vivant”.

Nel giugno del 1976 Fabio, da artista lucido qual è, vive le dilacerazioni che tormentano da sua coscienza di operatore artistico, di uomo con dominio necessario a proporre al pubblico un’ immaginazione creativa rigorosamente inventiva, come stanno a testimoniare i risultati di opere e artisti che ha scoperto e lanciato. Sa pure che il gioco dei nuovi linguaggi  deve avere delle regole precise, che devono coinvolgere il vissuto, l’immaginazione e l’emotività di chi vi partecipa. Sono queste convinzioni personali che gli fanno decidere di inondare il grande  garage con 50.000 litri di acqua, e per tre giorni offrirlo al pubblico come una sorta di “lago incantato”.

E qui Sargentini spiega il suo environment (che significa ambiente “ to environ” circondare) identificandolo come sua nuova intuizione scaturita da un meditato processo  apparentemente “distruttivo”, finalizzato ad  allargare l’orizzonte del fare arte attraverso un proprio “straripamento” del possibile e del fenomenico. Per Sargentini lo spettacolare happening  dell’acqua che “annega” l’intero ambiente rappresenta l’evoluzione della propria attività di artista-gallerista.  A quel forte, clamoroso impulso – racconta Sargentini – seguirono nell’ambiente artistico romano momenti di perplessità. Furono molteplici le diverse contrapposte fazioni del nuovo, degli apologeti, dei minimizzatori, dei detrattori.

Quell’allagamento anomalo di metafisica acqua stagnante nel grande spazio underground acquistava, in quei tre giorni visitatissimi, una dimensione metafisica piena di citazioni: dai bagni misteriosi di dechirichiana memoria fino alle pozzanghere di Pascali. Certamente quest’accadimento si può storicizzare con le corrispondenti valenze concettuali di Land Art caratterizzata dall’intervento diretto dell’artista sul luogo chiuso o aperto in cui opera. Dico questo non per disquisire sull’essenza dei linguaggi artistici, ma per ricordare uno dei meccanismi costituitivi dell’operare artistico, il processo creativo.

Sargentini si sposta allora nella galleria di via del Paradiso, dove  tutt’ora opera dalla fine degli anni Settanta a oggi, alternando alle esposizioni d’arte (tra cui spiccano quelle più performative di Luigi Ontani e Gilbert & George), alcuni degli spettacoli di teatro sperimentale di cui è autore. I due spettacoli Peter Pan e Ballerina del 1979, presentati al Beat ’72, segnano in Italia l’avvento del teatro concettuale, fino al recente allestimento Munch& Schiele, un tête-à-tête teatrale. Negli anni Ottanta Sargentini riprende una fitta e innovativa attività espositiva, presentando il lavoro degli artisti della scuola di San Lorenzo, quali  Nunzio, Tirelli, Pizzi Cannella, accanto ad artisti quali Limoni, Ragalzi, Luzzi, Palmieri. Ancora oggi la Galleria L’Attico, lontana dalle logiche del mercato e dalle fiere, porta avanti un lavoro di ricerca, sostenendo molti artisti giovani, tra cui Matteo Montani, Luca Padroni, Giuseppe Capitano, Luigi Puxeddu, Mario Nalli.

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MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

www.fondazionemaxxi.it – info: 06.320.19.54; info@fondazionemaxxi.it

Orario incontro: 18:00 – 19:30

Ufficio stampa MAXXI +39 06 3225178, press@fondazionemaxxi.it

Autore: admin

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