Franco LA MAGNA- Sicilia, vena aurifera (“Belluscone”, un film di Franco Maresco)

 


Cinema    Lo spettatore accorto

 

 

SICILIA, VENA AURIFERA


“Belluscone”, un film di   Franco Maresco

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Utilizzando la formula (ormai debordante) del docu-film, con “Belluscone-Una storia siciliana” (deformazione vernacolare del cognome dell’uomo in Italia più venerato e chiacchierato degli ultimi vent’anni), Franco Maresco approccia l’amore dei palermitani per l’intoccabile magnate nazionale (il quartiere prescelto è il famigerato “Brancaccio”)  – percorrendone anche con brevi flashback l’escalation –  per il tramite “minimalista” d’un crescente fenomeno di piazza: quello dei cantanti neomelodici, collusi spesso con mafia e camorra, quando addirittura non ne sono diretta emanazione (operazione contraria su una band neomelodica “pulita” e adorata dal pubblico partenopeo si ritrova nel recente “Song’e Napule” dei Manetti Bros, presentato all’ultimo festival di Roma). L’idea del racconto (“manzoniano”) “minimalista”  intrecciato ai “grandi avvenimenti mafiosi” e ad una “marginalità” sottoproletaria  prende corpo – lo ha dichiarato lo stesso Maresco – nel momento in cui l’autore rivede tale Ciccio Mira (che una particina aveva avuto ne “Lo zio di Brooklin”, arrestato proprio durante le travagliatissime riprese del film e continuamente intervistato in rigoroso b/n), singolare impresario di uno stuolo di neomelodici siculi e partenopei, tra i quali  “Erik”, autore d’un ispirato brano scritto ad majorem gloriam dell’unto del Signore dall’emblematico titolo celebrativo “Vorrei conoscere Berlusconi”.

“Credo che il film potrà piacere o no – incalza Maresco (che ha disertato Venezia, dove la proiezione è stata accolta con un’ovazione) – ma se non altro gli va riconosciuto il merito di tentare una chiave originale di leggere la realtà e di raccontare Berlusconi non solo con le donne, gli scandali, i processi, ma attraverso la “passione” di questi cantanti e delle feste di piazza in cui si mandano messaggi ai boss mafiosi nelle patrie galere, gli “ospiti dello stato”.  Il disincanto del regista avverso una Palermo traguardata con rassegnata tristezza, nonostante i proclami di “renovatio” di Orlando, è tuttavia palese ancora per sua stessa ammissione :” E una cosa a cui tengo è la fine del film  – prosegue in un’intervista rilasciata qualche settimana fa – con l’intervistatore che chiede cosa era successo il 23 maggio e il 19 luglio. Nessuno ricorda Falcone e Borsellino e gli intervistati sono borghesi che vanno in discoteca a ballare, indifferenti, impassibili, veri conniventi perché a differenza di chi sta in periferia e ha conosciuto solo la mafia, loro hanno la cultura, l’istruzione, il denaro, tutti gli strumenti per conoscere la realtà. È il ghigno finale del film, è molto importante». Lo stesso Erik a rabbrividente suggello del film, dopo una lite (sedata da un intervento di Ficarra e Picone) con un altro neomelodico che ha intonato il suo inno berlusconiano, deposita sulla tomba di Stefano Bontate (caduto nel 1981 sotto colpi di kalashnikof dei “corleonesi” di Totò Reina) una rosa rossa

A parte l’originalità metodologica, tutto il resto è noto e Maresco non a caso nel racconto cinematografico non ne trascura ma ne marginalizza la portata (la terrificante stagione della mafia democristiana dei Gullotti, Gioia, Ciancimino, Lima… il rapporto Berlusconi-Dell’Utri-Bontate-Mangano, il c.d. “stalliere di Arcore” inviato a Milano a “protezione”, l’investimento mafioso nel colossale affare di “Milano 2” e via discorrendo). Vate e Virgilio dell’attraversamento del capoluogo siciliano, come nello stile classico di Maresco, è questa volta il noto critico cinematografico e storico del cinema Tatti Sanguineti, il quale finge di porsi alla ricerca dell’introvabile e disilluso regista, simbolicamente dileguatosi perché consapevole della drammatica impotenza di quest’ennesima denuncia della berlusconiana mutazione antropologica del popolo italiano, ancora (in parte cospicua) adorante di fronte al mito del “self made man”.  

Autore: admin

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