Cristina PICCINO*- Diverso parere. Un ‘Leone’ poco all’altezzza

 

 

Mostra di Venezia          Diverso parere*

 


UN LEONE POCO ALL’ALTEZZA

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Troppe lacune e dimenticanze nel palmarès

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Il momento peg­giore di una serata non pro­prio ecci­tante è quando Save­rio Costanzo sale sul palco a riti­rare la coppa Volpi per il miglior inter­prete maschile a Adam Dri­ver, pro­ta­go­ni­sta del suo Hun­gry Hearts. Che subito dopo la giu­ria pre­sie­duta dal com­po­si­tore fran­cese Alle­xan­der Desplat, pre­mia anche con la coppa per la migliore attrice, Alba Rohr­wa­cher. Come è pos­si­bile pre­fe­rire Dri­ver a un grande attore quale con­ferma di essere Wil­lem Dafoe nel Paso­lini di Fer­rara – film igno­rato tout court troppo distur­bante nella sua con­tem­po­ra­neità? – o al Michael Kea­ton, Norma Desmond al maschile nel mil­len­nialsi Bird­man di Inar­ritu, altro magni­fico film escluso.

Hun­gry Hearts diventa così anche il film che pre­mia il cinema nazio­nale, deci­sione altret­tanto ingiu­sta se para­go­nato al Gio­vane favo­loso di Mario Mar­tone, che meri­tava di vin­cere, ma forse anche lui diso­rienta (come il Paso­lini fer­ra­riano) per la sua luci­dità e il sen­ti­mento corag­gioso con cui inter­roga il cinema e il nostro tempo. A dif­fe­renza dei vir­tuo­si­smi for­mali dispie­gati da Costanzo che con­du­cono all’ happy end di un mondo senza donne (un po’ come il con­corso di Vene­zia privo di figure fem­mi­nili in rilievo rispetto a una masco­li­nità impe­rante e sel­fie) forse unico punto di par­te­ci­pa­zione emo­zio­nale del regista.

Il momento più bello è invece è quando Tim Roth impu­gna il micro­fono, con­tro ogni regola, e dichiara il suo amore per The Look of Silence, il magni­fico film di Joshua Oppe­n­hei­mer a cui è andato il Pre­mio spe­ciale della giu­ria, che tutti davano, e giu­sta­mente, come pos­si­bile Leone d’oro, segna­lando così un evi­dente disac­cordo tra i giu­rati e dicen­doci da che parte sta lui, da quella cioè di un cinema vitale e capace di met­tersi in discus­sione nel con­fronto col pro­prio tempo e le sto­rie che racconta.

Ma que­sto pal­ma­res che invece inco­rona con il Leone d’oro Un pic­cione seduto sul ramo riflette sulla sua esi­stenza del regi­sta sve­dese Roy Anders­son, dimen­ti­cando i film migliori della sele­zione, non solo Paso­lini Il gio­vane favo­loso, ma anche Nobi di Tuska­moto, meta­fora tagliente e fisica sulla guerra, è troppo con­ven­zio­nale per farlo.

Così lascia fuori quel fare-cinema che, appunto, spiazza, o quan­to­meno diso­rienta ma è grande, pen­siamo pure a Bird­man di Inar­ritu, per qual­cosa di più ras­si­cu­rante, o rico­no­sci­bile nellla sua cifra, come è il pure molto bello Le notti bian­che di un postino di Kon­ca­lo­v­sky Leone d’argento, o Tales della cinea­sta ira­niana Rahk­shan Banie­te­mad, unica donna della sele­zione insieme alla fran­cese Alix Delaporte

La giu­ria ha scelto in gene­rale il rac­conto della realtà meno inquie­tante, (e anche pre­miato pre­va­len­te­mente il cinema euro­peo invece di quello ame­ri­cano) garan­tito dai qua­dri fissi (33) dello sve­dese Anders­son, una spe­cie di Hop­per tra­sfe­rito da Ikea, che vor­reb­bero riflet­tere «cini­ca­mente» sulla dispe­rata bana­lità dell’esistenza. E scelte potenti del suo car­tel­lone sono state dun­que quasi tutte igno­rate. (*ilmanifesto)

Autore: admin

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