Sauro BORELLI- La mafia a pezzi e bocconi (“Belluscone” di F.Maresco alla Mostra di Venezia)

 

 

 

Mostra di Venezia

 


LA MAFIA A PEZZI E BOCCONI

“Belluscone. Una storia siciliana”, un film di Franco Maresco

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Franco Maresco è un tale che il cinema (e quel che in genere viene inteso per questa stessa forma espressiva) lo mastica e pratica da sempre. All’inizio – è storia ormai più che nota – con la complicità prolungata di Daniele Ciprì, altro irregolare del set, ha escogitato il trasgressivo esperimento di Cinico tv, scorci e brandelli iperrealistici di una più che degradata meridionalità (in ispecie Palermo); poi, sempre in coppia col citato autore, si è cimentato con vari lungometraggi quali Lo zio di Brooklin, Totò che visse due volte, ecc. accolti in genere col favore smodato di cinefili oltranzisti e di una critica fin troppo longanime.

Ora, dopo inenarrabili traversie e ricorrenti battute d’arresto, il tenace Franco Maresco ha toccato, anche quasi suo malgrado, il risultato compiuto del suo nuovo film Belluscone. Una storia siciliana, spurio manufatto intriso, come è solito per questo cineasta, di esasperati segnali di insofferenza per tutto e per tutti furiosamente mischiati con figure, situazioni ai margini d’ogni più sbrindellata esistenzialità. Insomma, un canovaccio divagante tra eventi sociali-politici (il lungo predominio democristiano, i consistenti sospetti della trattativa stato-mafia) e sbriciolate realtà contingenti (la voga dei cantanti neomelodici, l’ignoranza e l’ostentata omertà di un mondo sottoproletario ai limiti dell’abiezione) che nella sua orditura sconnessa e incongrua dà una immagine certo disorientante del suo assunto globale.

In tanto e tale trepestare, ciò che, sommariamente, emerge è una vicenda “continuamente interrotta” che vede diseguali protagonisti il noto critico-storico del cinema Tatti Sanguineti e il mededesimo (ectoplasmatico) Franco Maresco: il primo determinato a scovare il renitente regista di Belluscone e a dar seguito e finalmente concludere le riprese del suo interminabile film; il secondo ad accampare neghittosamente (senza mai comparire) scuse e contrattempi reiterati per la sua latitanza ed elusività per un progetto dai contorni fallimentari.

In questo intricato percorso vengono via via assorbiti e più o meno coinvolti personaggi celebri (politici di spicco, mafiosi di grossa taglia), meschini trafficanti (il manager dei neomelodici Ciccio Mirra, in odore più che certo di complicità e collusioni d’ogni specie) e, massimamente, si direbbe, il genius loci Belluscone (altrimenti famoso come il divo Silvio Berlusconi) ghignante, svergognato emblema di una malintesa popolarità e più che mai disposto e disponibile per ogni impudente, temeraria predicazione antidemocratica e contraria alla moralità pubblica e privata.

C’è persino tra il bric à brac di questo film messo assieme a pezzi e bocconi una intervista all’ex senatore Marcello Dell’Utri che, interrogato a metà per un sopraggiunto guasto tecnico, non si perita punto di alludere a certe storiche malefatte (la morte sospetta di Enrico Mattei, ad esempio); o, ancora, a precisi dettagli delle gesta del capomafia Bontade e delle delazioni del pentito Mutolo: un nido di vipere, insomma, che dà evidente dimensione di quanto e come la configurazione sociologica e politica della Sicilia odierna sia inquinata da un’inerzia, un’indifferenza esiziali destinate a perpetuare un disastro ben lungi dall’essere episodico o vagamente temporaneo.

Franco Maresco, in altri termini, palesa con questo suo eccentrico, congestionato Belluscone non soltanto l’ineluttabilità di un modo (di un mondo) di essere malato, desolatamente corrotto, ma ancor peggio constata intrinsecamente il suo personale fallimento insieme all’inutilità di qualsiasi tentativo di riscatto da tanto squallore e inguaribile solitudine. Basterebbe a confermare simile sensazione quell’abulico, sfuggente chiacchiericcio di popolani e borghesi che, posti di fronte alla domanda radicale “Cos’è? Com’è la mafia?” scelgono risposte irresponsabili o un impudente, cinico silenzio. Oltretutto Belluscone risulta paradossalmente un’occasione per piccoli petardi d’umorismo e di caustica ironia ma è un divertimento acre, una pantomima sghemba sulla inconsistenza tragica di una realtà da incubo.

Autore: admin

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