Luigi LOCATELLI- Mostra di Venezia. “Pasolini”? Non ci siamo signor Ferrara

 

Mostra di Venezia

 

 

“PASOLINI”? NON CI SIAMO SIGNOR  FERRARA


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Molte ‘contaminazioni’, nessuna vitalità- Si mira anche allo ‘scandalo’ sessuale, ma senza riuscirci

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Esco adesso dalla  proiezione  in Sala Grande di quello che era forse il film più atteso del festival, Pasolini di Abel Ferrara. Davanti a me una ragazza sentenziava: questo film non piacerà ai puristi di Pasolini. Però non è tanto piaciuto nemmeno a me, che purista di Pasolini non sono, anzi purista mai, convinto che ogni libertà e libera interpretazione e\o reinterpretazione  sia possibile e lecita anche sui più monumentalizzati personaggi  e narrazioni. Figuriamoci, di cosa mai ci si dovrebbe scandalizzare di fronte a questo film? Di un Willem Dafoe fisicamente somigliantissimo ma abissalmente distante, nella sua coolness mewyorkese, nella sua naturale estraneità da ogni rovello e passione del personagio che gli tocca interpretare? Dal fatto che il suo Pasolini parli in inglese anche con mamma, cugino e cugina e il primo ristoratore di spaghetteria che incontra? Che fa un certo effetto vedere Mastandrea (mi pare nel ruolo di Nico Nadini) e Adriana Asti (la madre Susanna) interloquire oxfordianamente – insomma, ecco – con Pierpaolo, peraltro chiamato alla friulana Pierut. No che non ci scandalizza, semplicemente prendiamo atto e notiamo che qualche volta si sfiora il grottesco, tutto qui. Che poi chissà perché quando Pasolini è con Pietro Pelosi e se lo porta al ristorante con lui e il cuoco parla in italiano (e Dafoe non è doppiato).

No, non è mica questa babele di suoni a darci fastidio, che anzi ci cominica l’ibridazione, la mescolanza, la contaminazioni (di lingue, linguaggi, stili, piani narrativi) sotto cui tutta l’operazione condotta da Abel Ferrara si svolge. A non funzionare in Pasolini è l’inerzia, la mancanza di vitalità, la glacialità dell’intero film, che mai palpita davvero, che appare a tratti come un’operazione distanziata e distanziante rispetto al personaggio e a tutta la materia narrata, come un lezione condotta stancamente davanti a una platea di allibiti studenti del tutto ignari di Pasolini in una qualche remota universià dell’Ontario o del Minnesota. Pasolini chi? La sceneggiatura, abile e inventiva e anche furba nel riempire i vuoti e le zone stagnanti, ‘spiega’ (vorrebbe ‘spiegare’) l’ultima giornata del poeta-scrittire-regista. Si parte con un’intervista in francese sull’imminente programmazione a Parigi di Salò-Sade, di cui vediamo alcuni immagini, ancora sconvolgenti oggi, anncora insostenibili (e son passati quarant’anni, ed è passato ogni horror possibile, ma quella crudeltà non è mai più stata raggiunta). Si mostrano i fatti successivi della giornata, a casa con mamma Susanna e la cugina, la visita di Laura Betti tornata dalla Jugoslavia dove ha girato con Jancso l’orgiastico Vizi privati, pubbliche virtù (una bravissima e credibile Maria De Medeiros, tra le poche scelte azzeccate del gruppo attorale), l’intrevista concessa a Furio Colombo per “La Stampa”.

A questa minuta cronaca familiar-quotidiana si aggiungono le immagini e gli echi della violenza di quei gorni, di quegli anni Settanta, di quella Roma contesa tra fasci e antifasci, con morti lasciati sul marcapiede e faide feroci. “Siamo tutti in pericolo” è il titolo che lo scrittore suggerisce a Colombo per l’intervista, ed è la chiave del film, quella usata dal suo regista, dai suoi sceneggitori. Pasolini sciamano che sente, percepisce oscuramente il proprio destino e quello del mondo- svrappponendoli. Pasolini profeta, innanzitutto della propria morte. Si parla nell’intervista con Colombo di ‘pensiero magico’. Ecco: questo Pasolini è un film costruito intorno ad unj presunto ‘pensiero magico’, conettendo fatti e cose, presentimenti e accadimenti, che la ragione non connetterrebe, con anticipazioni, percezioni, visioni di quel che sta accadendo altrove e accadrà. Si inseriscono nel corso della narazione e dela cronaca il romanzo che Pasolini stava allora scrivendo, Petrolio, e che sarebbe uscito molti anni dopo incompiuto; Ferrara ne visualizza, ne mette in scena alcuni passagi.

Come i pmpini in serie del giovane Carlo (interpretato da Roberto Zibetti) nel famoso Pratone della Casilina. Come le chiacchiere nei salotti romani su retroscena, complotti, segreti della politica e dell’economia. Con perfino un racconto nel racconto, quello dell’aereo che precipita nel deserto del Sudan. Il che consente a Ferrara escursioni nell’onirico che sottraggono il suo film al piatto realismo, al cronachismo di altri che abbiamo visto sullo stesso tema, penso a quello di Marco Tullio Giordana, anche se poi non ne sfrutta appieno le chance visionarie e alterate come ci si sarebbe aspettato da lui. L’altro inserto, più corposo, peante e anche molto più fastidioso, è il film su un re magio di nome Epifano di cui Pasolini stava crivendo la scenegiattura e che avrebbe voluto realizzare con Eduardo nel ruolo portagonista e Ninetto Davoli come suo angelo accompagnatore e custode dal mondo terreno al mondo celeste. Ferrara gira il film di Pasolini che Pasolini non ha mai girato, il che per un regista è una bella sfida. (Certo dimenticando dei “Magi randagi” espunti da Sergio Citti dallo stesso soggeto e in omaggio all’amico d’una vita, n.d.r.)

Ci riesce? Mica tanto. Sceglie due attori completamente fuori parte. Il Ninetto Davoli di oggi come Eduardo è inattendibile, e solo un americano se lo poteva scegliere, e Riccardo Scamarcio come Ninetto (di allora) non ha più l’età e la naturale angelicità. Sessione lunghissima, una vera zeppa nel film, con tanto di salita conclusiva al paradiso (che poi non c’è) dei due personagi in paralelo con la scena della morte di Pasolini a Ostia. Del film non realizaato  vediamo anche il baccanale del giorno dela fetlità. In una metropoli di gay e lesbiche, una volta l’ann, quando avviene l’accoppiamento tra uomini e donne per la perpetuazione della specie, in un rituale orgiastico che affonda le sue radici- mi pare- in certi riti mediterranei, e che Ferrara mette in scena correttamente, ma senza percepirne la barbarica ancestralità, e senza riuscire a comunicarcela.

Stranamente Ferrara di fronte a una materia così incandescente come l’ultimo giorno di Pasolini si ritrae, gira con estrema prudenza, non si concede quegli estremismi visivi, qelle derive nella follia che gli conosciamo e sono i suoi tratti distintivi. Solo certi luoghi notturni di Roma ci fanno venire i brividi, il viaggio verso Ostia, la spiaggia maledetta. Il resto sembra non appartenere né a Pasolini né a Ferrara. Un corpo assemblato con più pezzi che non ce la fa a vivere di vita propria. Mi era parso, vedendo il traier, poi prontamente ritirato dalla produzione, che sulla morte di Pasolini non si sposasse nessuna visione complottistica e l’omicidio venisse si attribuito al solo Pino Pelosi. Invece no. Nel film vediamo Pasolini aggredito da quattro persone, quatro ragazzacci di vita che sbucano dal buio, lo insultano in quanto omosessuale e gli rubano la macchina. Amici di Pelosi che l’hanno seguito senza che lui sapesse? Quattro  balordi sbucati per caso? O mandati da qualcuno a regolare i conti con lo scomodo poeta-regista? Non ho mai creduto a nessuna di queste ipotesi, e Ferrara non dà articolazione alcuna al minimo brandello di verità sui fatti.

Alla fine della proiezioni moltissimi applausi. E adesso che le polemiche comincino….

 

(*dal blog dell’autore, che ringraziamo)

Autore: admin

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