Luigi LOCATELLI- Vaghe stelle di Recanati (“Il giovane favoloso” di Martone. Mostra di Venezia)

 

 

Mostra di Venezia*

 

 


VAGHE STELLE DI RECANATI

Mario Martone presenta “Il giovane favoloso”- Elio Germano nel ruolo di Giacomo Leopardi

 

11467-Il_giovane_favoloso_18-Elio_Germano-__Mario_SpadaMario Martone torna all’Ottocento dopo Noi credevamo, senza riuscirne a ripetere l’esito o, se vogliamo, il miracolo (io Noi credevamo l’ho amato molto e continuo a ritenerlo come uno dei migliori film italiani della decade). Intendiamoci, Il giovane favoloso, biopic nientedimeno che di un padre della patria letteraria come Giacomo Leopardi, è lavoro assai rispettabile, con squarci potenti, con un’ultima parte assai bella e inquitante in quella Napoli percorsa da lave, lapili e bacilli, che somiglia a Morte a Venezia di Visconti. E però film senza un baricentro, che intorno al suo ‘main character’ (e che character) accumula fatti, peronaggi, digressioni che non ce la fanno mai a ‘farsi’ un insieme coerente. Prima parte, infanzia e giovinezza a Recanati sotto la vigilanza dell’erudito e trdizionalista papà Monaldo e della religiosissima madre Adelaide, francamente troppo dilatata, difatti Il giovane favoloso decolla quando Giacono abbandona il natio borgo selvaggio e se ne va. Prima a Firenze, poi a Roma, poi a Napoli.

Diventando poeta famoso e celebrato (e però quando si tratta di dargli un premio letterario gli preferiscono in certo Botta, ma si può? del resto oggi succede lo stesso), e però mai emancipatosi davvero dalla famiglia, sempre lì a chiedere soldi e prestiti al conte Monaldo. Quello che affascina e abbacina sono le parole, scritte e lette e dette, di Leopardi, e il suo sguardo sconsolato, stoico, a.sentimentale sul mondo, le cose, la vita, la gente, la storia, il futuro. Quell’ironizzare su le ‘magnifiche sorti e progressive’: insomma quello che volgarmente vien chiamato pessimismo leopardiano, locuzione vagamante spregiativa che continua ad accomagnare lui, la sua opera, la sua immagine come un marchio se non d’infamia certo non di massima gradevolezza. Che  farci?  siamo proprio stolti: abbiamo avuto un genio in grado di trapanare il reale con un’intelligenza-laser implacabile, così diverso dal medio nostro letterato curiale, cortigiano, piacione e in cerca di prebende, uno dalla schiena dritta nonostante la deformazione dele sue ossa, e lo trattiamo da menagramo. Sprecando quell’enorme patrimonio di cultura civile che lui ha dispensato nelle sue opere, e che qui nel film  baluginano e illuminano come profezie.

“Come si può credere alla felicità della masse quando gli individui sono così infelici?”, pronunciando così la definitiva sentenza su ogni speranza e illusione di palingenesi rivoluzionaria, quella degli anni di Leopardi di derivazione francese e quella di tutte le rivoluzioni successive. E quella natura che, nel suo pensiero rigoroso e implacabile, anziché nutrire e proteggere i suoi figli li lascia in balia del mondo e del tempo. Lezione che tutti gli ecologisti estremisti di oggi si dovrebbero ripassare di tanto in tanto. Martone ha il merito di evitare l’agiografia, di non riconfezonarci il Leopardi conosciuto e tramandato sui banchi di scuola ma di rendercelo nella sua anomalia: anche di italiano (del suo tempo e oltre) ovvero nella sua irriducibile e orgogliosa diversità, nel suo fottersi di ogni consolazione che lo allontanasse dalla sua sedimentata, elaborata,  non sdolcinata  infelicità. Infelicità non come masochismo, voluttà del soffrire, ma come frutto della consapevolezza. Ecco, questo magnifico Leopardi c’è nel film, ma non così sbalzato, troppo confuso in troppi dettagli non così necessari. Ci vorrebbe per Il giovane favoloso una sorta di liposuzione che togliesse, alleggerisse, desse una forma netta e precisa prosciugando ogni eccesso. Però, quante cose interessanti veniamo a sapere: del poeta e del pensatore, e di chi lo ‘accompagnò’ in vita.

La passione del pur infelice Giacomo, passione durata tutta la vita, per i dolci e i gelati, che forse contribuiranno alla sua morte. Il suo amore per una nobildonna (Anna Mouglalis, cioè una dele donne più belle del mondo) non corrisposto, perché lei gli preferisce l’amico diletto (di Leopardi), quel Ranieri che lo conforta e sostiene, e lo proteggerà fino alla morte. Il film non ce lo presenta, Ranieri (Michele Riondino) come un profittatore, e grazie a Dio non insinua nessun omoerotismo tra di loro. Certo, Lepardi muore vergine, senza aver mai conosciuto carne di donna, e quel farsi amico uno scugnizzo negli ultimi tempi un qualcosa forse ci suggerisce. Tuttavia Martone non esplicita e non allude (e nelle sequeze di Leopardi con quel ragazzo che lo accompagna in giro sembra di rivedere Totò e Ninetto Davoli in Uccellacci e uccellini). L’ultima parte del film è notevole, la migliore. In una Napoli eternamente uguale a se stessa, plebea, pericolosa e insieme complice, buia e porta aperta su ogni vizio. E intanto il Vesuvio erutta, il colera dilaga, il cielo si offusca, Giacomo è sempre più piegato, dolorante, debole, fino a che arriverà la morte.  Che è una morte anche voluta, o almeno non evitata. E quando sentiamo la voce di Elio Germano leggere La ginestra, qualche brivido core lungo la schiena, e non è per reminiscenze e nostalgie scolastiche.

Germano, appunto. Vero, tende pericolosamente all’overacting, ‘alpacineggia’ e ‘robertdenireggia’, però quant’è bravo, e come riesce a reinventare Leopardi, a rendercelo nostro cointemporaneo, c0sì lontano e così vicino. Mai declamando, sempre adottando un recitare ipermoderno che rifiuta ogni accademismo e retorica e trombonismo. Glielo diamo il premio come migliore attore? Anche se i concorrenti non mancheranno.

(*dal blog dell’autore, che ringraziamo)

Autore: admin

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