M. Don.- Un Vesuvio di macerie e di vita (prosegue il Festival di Locarno)

 

 

Festival di Locarno*

 

 

UN VESUVIO DI MACERIE E DI  VITA

Poster

Proiettato “Sul vulcano” di Gianfranco Pannone- Prosegue, sotto la pioggia, la rassegna svizzera

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Sono passati 70 anni dall’ultima eruzione del Vesuvio. Era il 18 marzo 1944, gli alleati avevano da poco occupato Napoli. Proprio loro, mentre la città era piegata da anni di privazioni, documentarono lo straordinario fenomeno naturale con immagini video riprese in tempo reale. A distanza di tanto tempo la zona rossa che circonda il vulcano è diventata la più densamente popolata d’Europa e le contraddizioni di quella terra sono ancora aumentate, insieme al suo fascino. Lo racconta il documentarista Gianfranco Pannone nel film Sul Vulcano, presentato al Festival di Locarno fuori concorso e in uscita all’inizio di ottobre per Istituto Luce – Cinecittà.

Tre personaggi che vivono ai piedi della montagna vivono la loro vita, fra fatalismo nei confronti del possibile risveglio nel minaccioso vicino e la passione per quel loro angolo di mondo: sullo sfondo il mare e Capri, alle spalle il profilo inconfondibile del Vesuvio. “Ho scelto dei testimoni, dei custodi involontari del territorio – ci ha detto il regista a Locarno – con lo scopo di evitare i luoghi comuni, ma piuttosto di raccontare una Napoli pensosa, con un senso delle morte e una compostezza morale che potessero rappresentare l’altra faccia della città”.

Proprio nei mesi del grande successo della serie televisiva tratta dal libro di Saviano, Pannone ha sentito il bisogno di raccontare la terra in cui è nato, volendo evitare l’effetto Gomorra: il ritratto consueto fra disoccupazione, monnezza e camorra; ma percorrere un viaggio sulle macerie di un paradiso perduto. “Questa terra è contraddistinta dal fatalismo che fa auspicare a uno dei protagonisti una ‘tragedia dolce’. In questo c’è tutta Napoli e la terra vesuviana, una sorta di fatalismo filosofico, buono, che si contrappone a quello cattivo, della criminalità, in un luogo in cui la storia e la geologia hanno forgiato l’uomo”.

Un angolo di mondo schizofrenico, fra bellezza e degrado, genio e scelleratezza, che esibisce sfacciatamente alla luce del sole tutta la sua complessità, anche i difetti, senza nasconderli sotto il tappeto. Una terra forgiata dagli altri popoli che si sono susseguiti nei secoli e che hanno quasi imposto un fatalismo che unisce sacro e profano, il culto per il sangue di San Gennaro con quello della montagna, come la chiamano – al femminile – i contadini, riconoscendone le straordinarie proprietà fertilizzanti.

Visivamente Pannone ha voluto rappresentare nel suo film questa dualità con delle immagini di repertorio frammentate, sporche, a far da contraltare all’eleganza formale delle riprese del film. Sul Vulcano non vuole essere un reportage oggettivo, ma una visione personale del rapporto fra il territorio e chi lo vive, non nascondendo i problemi evidenti e le responsabilità dell’uomo che ha ignorato i segnali della natura e fatto prevalere l’hybris e la mancanza di etica della convivenza.

La classe politica continua a non riconoscere le sue colpe negli abusivismi tollerati e nella mancanza di regole. “I cittadini, l’arte, possono essere fatalisti, ma se lo è anche chi ci governa la situazione diventa di una gravità estrema”, aggiunge Gianfranco Pannone.
Triste assente di un dibattito che in questi mesi si è infittito su questi temi, la classe politica potrebbe almeno fare un salto in edicola e comprare l’ultimo numero dell’autorevole rivista “Le scienze dedicato al “Rischio Vesuvio”. Altrimenti, fatelo voi.

Ci permettiamo infine di segnalarvi un reportage di Norman Lewis, giovane ufficiale inglese di stanza a Napoli in quei mesi del 1944, pubblicato da Adelphi. Si intitola Napoli 44 e un estratto viene utilizzato anche in Sul Vulcano, insieme a altri frammenti sul Vesuvio molto diversi uno dall’altro, ma tutti significativi punti di vista su uno dei luoghi simbolo del nostro paese.

La situazione Piazza Grande è in via di miglioramento con l’arrivo della pioggia e del cinema francese che ieri sera e stasera hanno presentato due lavori classici, ma interessanti: Marie Heurtin e A la vie.

Il primo è basato su una storia verra avvenuta nella fine dell’800 in Francia: la vicenda di Marie, una quattordicenne incapace di comunicare con il mondo esterno, un animale indomabile nato sordo, cieco e muto. Si prenderà cura del suo caso non un medico, ma la volenterosa e poi santificata suora Marguerite, la quale tenta di tirarla fuori dall’oscurità lottando per mesi per insegnarle il rapporto fra gesto, parola e azione. Il loro diventerà un rapporto primario, fisico, tattile, di grande potenza.

Marie Heurtin è un buon film, con il regista Jean-Pierre Améris (Emotivi anonimi) che riesce a trasmettere l’esperienza sensoriale di un mondo in cui la comunicazione riparte da zero, non minore intensità. Prova notevole delle attrici Isabelle Carré e Ariana Rivoire.

Questa sera, invece, per gli intrepidi che hanno affrontato la pioggia è stata la volta di A la vie di Jean-Jacques Zilbermann, un inno alla vita che mette in scena il rapporto fra tre donne ebree, conosciutesi ad Auschwitz e poi persesi di vista, le quali si reincontrano nei colorati primi anni ’60 in una località di mare.

Un viaggio spensierato, spesso ironico e sopra le righe, per raccontarsi gli anni di lontananza. Un’occasione speciale per sognare un futuro, trovare il coraggio di prendere delle decisioni meno legate alla fragilità del dopo guerra; per rimettersi una volta ancora totalmente in gioco alla ricerca della felicità possibile, che diventerà anche occasione per parlare del tabù Auschwitz e promettere di ritrovarsi ogni anno, per una settimana, tutte e tre, provenienti da tre luoghi lontani.

Il regista, Jean-Jacques Zilbermann, vincitore del premio Molière per il teatro, ha preso ispirazione dalla storia della madre, una delle tre splendide e vitali sopravvissute, interpretate sullo schermo con grande umanità da Julie Depardieu, Suzanne Clément e Johanna Ter Steege.  Poche volte della Shoah ci viene mostrato il dopo, questo film lo fa con qualche difficoltà iniziale e una seconda parte densa di umana voglia di vivere che rivitalizza come l’aria del mare. (*comingsoon)

Autore: admin

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