F. Se. Fr.- La memoria. Per Robin Williams, attore

 

La memoria*

 

 

PER ROBIN WILLIAMS

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È come se mi stesse chiamando. Solo alcuni di noi sentono?
Solo alcuni di noi ascoltano.

dal film La musica nel cuore – August Rush (2006)

 

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Robin Williams, che ci lascia prematuramente (a 63 anni) ed in modo lancinante, per quell’ autodeterminazione che comporta rispetto e ‘nessun pettegolezzo’ (già iniziato nei  tam tam dei gossip e della carnivora Hollywood), è stato  –inconfutabilmente- uno degli attori più turbolenti eclettici poliedrici della storia del cinema. Un  portento multiforme, un flubber capace di mutare la sua voce, il suo volto e il suo corpo per diventare qualcosa che offrisse al pubblico un sorriso in più, una sana risata. Dietro la cui ‘smorfia’ (da  clown bipolare, debordante e triste) si celava tanta tristezza, perfezionismo, disadattamento al ‘reale’ (ma non chiamatelo attempato Peter Pan, è un insulto),  disattese speranze per una carriera che accusava da troppo tempo  battute d’arresto e assilli economi, probabilmente insopportabili per una natura come la sua incline alla generosità del ‘darsi’ e dell’aiutare (con ogni mezzo) chi ne aveva bisogno

Trasferitosi dalla nativa Chicago a San Francisco all’età di 16 anni, figlio di una modella e di un impiegato della Ford Motor Company, Robin Williams frequenta prima la Redwood High School in California, a Larkspur, poi successivamente entra nel Claremont Men’s College (dove ha un posto fisso nella squadra di calcio) dove studia Scienze Politiche, corso che poi lascia per seguire i corsi di recitazione al Marin College. In seguito, entra nella prestigiosa Julliard School, sotto gli insegnamenti dell’attore John Houseman e accanto a colui che diverrà il suo migliore amico, l’attore Christopher Reeve.

Alla fine del corso di studi, comincia a mettersi a lavorare nei night club come cabarettista, intrattenitore e imitatore ed è proprio in una di quelle notti che viene scoperto da un direttore di casting che vuole assolutamente inserirlo nei contenitori televisivi. Williams esordirà così nel telefilm “Laugh-In” (1977), sarà la spalla di Andy Kayffman e Billy Crystal, scriverà i testi di Richard Pryor, ma sarà presente anche ne “La famiglia Bradford” e soprattutto il fortunato episodio che lo vede debuttare nel ruolo dell’alieno Mork in “Happy Days” (per la quale audizione si è presentato coi piedi in alto e in bilico sulla testa). Quell’alieno così strambo piacque così tanto che Joe Gluaberg, Dale McRaven e Garry Marshall crearono per lui la seria “Mork & Mindy” (1978-1982) che gli fecero vincere il primo di tanti Golden Globe (come miglior attore in una serie comica). Anche cantante, realizzerà l’album “Reality… What a Concept”, mentre nel privato, dopo una relazione con la pornostar Christy Canyon, prenderà in moglie la ballerina (oggi produttrice televisiva) Valerie Velardi dalla quale avrà il suo primo figlio, Zachary.

Il talento comico di Robin Williams viene subito notato da Hollywood che, nella persona di Robert Altman, lo sceglie come protagonista di Popeye – Braccio di Ferro (1980), accanto a Shelley Duvall. Notevole nei ruoli drammatici, è affascinante vederlo in Il mondo secondo Garp (1982) di George Roy Hill, Mosca a New York (1984) di Paul Mazursky e Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson, nella performance di un disc jockey sconcio e disinvolto che intrattiene le truppe americane a Saigon. Il ruolo fu così ben recitato che Williams vincerà il suo secondo Golden Globe come miglior attore protagonista in una commedia e si guadagnerà una candidatura agli Oscar nella stessa categoria.

In costante sintonia con l’ex Monty Python, Terry Gilliam, appare ne Le avventure del Barone di Munchausen (1988) nel ruolo del re della luna. Conclusosi il matrimonio con la prima moglie, sposa (dopo una breve relazione con la cameriera di un bar), la sua assistente personale Marsha Garces, che diventa ufficialmente la signora Williams e dà alla luce due figli: Zelda e Cody. L’attimo fuggente (1989) di Peter Weir è la sua nuova occasione per mettersi in mostra nel ruolo, questa volta, di un insegnante anticonformista arricchendo il suo curriculum di un’ulteriore nomination all’Oscar. E dopo Risvegli (1990) di Penny Marshall, arriva un altro Golden Globe per il suo ruolo in La leggenda del Re Pescatore (1991) di Terry Gilliam, ovviamente accompagnata dalla nomination all’Oscar. Arricchiranno il suo curriculum Steven Spielberg, Barry Levinson, Kenneth Branagh, ma soprattutto le sue attività di doppiatore, in particolar modo dopo aver prestato la voce del Genio di Aladdin (1992), ricevendo un Golden Globe speciale.

Considerato per il ruolo di Joe Miller nella pellicola di Jonathan Demme Philadeplhia (1993, che poi andò a Denzel Washington), è stato incoronato re dei box office grazie alla commedia Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre (1993) di Chris Columbus che, oltre a fargli guadagnare il suo quinto Golden Globe, lo affiancherà spesse volte a Colombus in pellicole come Nine Months – Imprevisti d’amore (1995) e L’uomo bicentenario (2001). Dopo aver rifiutato il ruolo dell’Enigmista ne Batman Forever (1995, che andò a Jim Carrey), si ritrova nel cast di A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar in una parte no accreditata, poi viene scelto come protagonista per Jack (1996) di Francis Ford Coppola. Divertente il suo remake del nostro Ugo Tognazzi ne Il vizietto (Piume di struzzo, 1996), ma ancora più intensa e spettacolare la sua parte in Will Hunting – Genio ribelle (1997) di Gus Van Sant. Il ruolo del professore, che evidentemente gli porta fortuna, gli fa stringere (finalmente) nelle mani la tanto sfiorata statuetta dello zio Oscar.

Misconosciuto e straordinario anche in  One Hour Photo (primo-piano in alto) giallo-psicologico  del 2002 (incentrato su solitudine ed afasia di un uomo che ‘guarda’ la vita cui  gli è precluso partecipare),  scritto, sceneggiato e diretto da Mark Romanek.

Woody Allen, Christopher Nolan, Danny DeVito, Chazz Palminteri gli danno altre occasioni di guadagnarsi nel 2005 il premio Cecil B. DeMille, che lui dedica all’amico scomparso Christopher Reeve. Ancora doppiatore per Robots (2005) e per Happy Feet, oggi Robin Williams è the Man of the Year, tornando alla regia di Levinson, interpreta un intrattenitore televisivo che arriva alla Casa Bianca.

Nel 2007 si mette l’abito talare per interpretare un prete nel film Licenza di matrimonio. Nello stesso anno compare anche nel cast della toccante storia di La musica nel cuore – August Rush con Jonathan Rhys-Meyers. Per un paio d’anni dovrà fermarsi a causa di problemi al cuore (subirà anche una delicatissima operazione) ma si rimette in fretta per interpretare ancora una volta la statua movente di Churchill in Una notte al museo 2 – La fuga. Nel 2010 fa coppia con John Travolta nella commedia Disney Daddy Sitter e in seguito lo vedremo nei panni di Dwight Eisenhower in The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca.

La storia di Robin Williams è tutta qui, in un continuo alternarsi fra poesia e gag, dalla quale emerge anche una certa anima nera. Istrionico e ilare, ma a volte anche un po’ pateticamente strabordante e sentimentale, Williams era considerato il pagliaccio ribelle di Hollywood. Una sorta di Gianburrasca del cinema americano. Ma in fondo era un uomo fragile, spesso vittima di una depressione che, abbinata all’abuso di alcol,  lo ha condotto alla morte prematura. E al vuoto che lascia a noi tutti (*mymovies)

Autore: admin

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