Sauro BORELLI- Quando Piif vinse il male (appunti su “La mafia uccide solo d’estate”)

 

 

Il mestiere del critico


 

QUANDO PIF VINSE IL MALE

Poster

“La mafia uccide solo d’estate”, film d’esordio  di Pierfrancesco Diliberto

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Quando si parla, anche genericamente, della Sicilia, di Palermo scatta il richiamo immediato a cose tetre, tormentose: la mafia, gli assassini di Falcone e Borsellino e di tutti gli infiniti martiri di una violenza sordida, devastante che turba, sconvolge ogni più allarmata cognizione dell’esistente, della quotidianità. Se poi capita di nascere, crescere in un simile crogiuolo di sensazioni, di avvenimenti ferali, il meno che possa accadere è una reazione di dolorosa, impotente concezione del mondo, della vita. Fino a subire una sorta di soggezione paralizzante di ciò che è la sostanza della realtà e i suoi esiziali sviluppi.

Ebbene, tutto ciò poteva sembrare un impaccio, un ostacolo pressoché invalicabile per un ragazzo sicilianissimo – Pif, altrimenti registrabile come Pierfrancesco Diliberto, a suo tempo componente delle Jene televisive e, a vario titolo, figura pubblicitaria, intrattenitore leggero –, tanto da indurlo a rinunciare a priori all’idea di un suo film sulla mafia (in cui s’era incaponito quando, aiuto-regista, partecipò alla realizzazione dei Cento passi, esemplare prova anticriminale di Marco Tullio Giordana).

Invece, si è verificato giusto il contrario: attrezzato di una sceneggiatura abile-agile incentrata anche su richiami tutti autobiografici, Diliberto ha strutturato un apologo tra il sarcastico e il grottesco di uno scorcio tragico di un ventennio di stragi mafiose, approdando per i graduali passi della vicenda prima infantile, adolescenziale di Arturo e poi della sua complicata prima maturità a diretto riscontro famigliare, sociale di quella sua esistenza “in progresso” fino alla presa di coscienza piena sulla cosiddetta “banalità del male” e sul coraggio, la determinazione per sconfiggerlo.

Contrariamente a ciò che verrebbe fatto di pensare, Pierfrancesco Diliberto non ha proporzionato il suo film (già premiato meritatamente a Torino 2013) secondo una traccia drammatica convenzionale. Anzi, lo stesso cineasta esordiente ha escogitato un criterio virato sul grottesco incardinando il racconto all’obliqua iniziazione alla vita, all’amore di Arturo prima bambino infatuato della compagna di scuola Flora, poi misteriosamente suggestionato dalla cupa incombenza dell’onnipresente, onnipotente Giulio Andreotti. Tutto ciò mentre attorno deflagra la guerra – minimizzata in famiglia come violenza che si scatena solo d’estate – tra gli eroi sorridenti, cordiali del Bene (Chinnici, La Torre, Boris Giuliano, Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa) e i torvi, sanguinari autori del Male (Riina, Bagarella, Provenzano) e i loro efferati sicari.

La scansione degli episodi s’incalza con garbato sarcasmo incrociando via via la sfortunata passione di Arturo per la scostante Flora, la tribolata vicissitudine della ricerca del lavoro di volta in volta aspirante giornalista, tirapiedi dell’On. Salvo Lima, poi eliminato dalla mafia, e infine attivista allo sbando nel colmo di un dramma poi risolto nell’idillio con la bella Flora e col figlioletto subito “educato”, dinanzi alle targhe degli eroi caduti, “a non dimenticare”.

Certo, La mafia uccide solo d’estate ha la cadenza e l’estro leggero di una favola morale tutta contemporanea, ma anche la chiarezza di un apologo che, benché apparentemente svagato, disegna una morale incisiva, inequivocabile sul come, quando, come, perché nasce – e si può davvero combattere a fondo – la mafia. Basterebbe che ognuno, che tutti prendessero cognizione chiara che non si deve tollerare alcunché della corruzione, delle malefatte di un sistema criminoso, appunto, come la mafia. Che non solo uccide anche d’estate, ma inquina le coscienza, avvelena la vita sempre e dovunque. Pierfrancesco Diliberto l’ha capito perfettamente.

Autore: admin

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