Franco LA MAGNA- G. Fava e la “gente di rispetto” nel cinema



Cinema          La memoria



 

GIUSEPPE FAVA E LA “GENTE DI RISPETTO”

 

Ucciso dalla mafia a Catania trent’anni fa, dalle opere letterarie e teatrali del giornalista-scrittore Giuseppe Fava il cinema ha tratto tre film, tutti degli anni ’70.

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Dal secondo scorcio degli anni ’60 il genere cinematografico mafiogico , a cui soprattutto la trasposizione delle opere letterarie di Leonardo Sciascia ha dato un potente impulso (ma già Pietro Germi aveva girato nel 1949 il cult-movie “In nome della legge” ), scova  senza troppo penare nella ricerca, nuovi talenti letterari e subito li butta in pellicola. Polo negativo dello scanzonato filone sessuale, quello  mariologico  raggiunge così tra gli anni sessanta-settanta il culmine dell’escalation cinematografica. Nonostante vistose ambiguità, flussi e riflussi, il tardivo riconoscimento di Cosa Nostra come fenomeno internazionale (già dalla fine dell’800 i contatti con gli Stati Uniti, tra mafiosi locali e ‘succursali’ d’oltre oceano, diventano una prassi) comincia finalmente a baluginare una coscienza del fenomeno fino ad allora impensabile.

Il cinema – appena sfiorato dall’organizzazione criminale delle “coppole storte” compressa in una rappresentazione localistica,  paesana , limitata perlopiù alla sola Sicilia – avvia, proprio negli anni del boom, un processo di revisione che spiana la strada all’idea di una mafia vista finalmente come intreccio d’interessi nazionali e multinazionali, fortemente legata ai tragici riferimenti dell’attualità e camaleonticamente in rapida trasformazione. Un capovolgimento di prospettiva dovuto principalmente agli scrittori isolani e segnatamente appunto a Leonardo Sciascia (il primo film tratto dallo scrittore di Regalbuto è “A Ciascuno il suo”,1967, con Gian Maria Volontè, Irene Papas e Gabriele Ferzetti). Sciascia scrive di mafia e in fondo scrivendo di mafia, di quella mafia che  tracima  verso nord spostando più in alto la  linea della palma afro-siciliana , non fa che superare – in modo abbastanza singolare, pur restando profondamente ancorato alla realtà siciliana – quel  mondo cupo, aggrondato…chiuso tutto in sé, non relazionato al mondo della storia  che resta uno dei tratti tipici di una buona parte degli scrittori isolani. (v. S. Addamo, “Vittorini e la narrativa siciliana contemporanea”, 1962).

Un impianto più tradizionale, per quanto di forte matrice verista e appartenente al sempre più vantaggiosamente praticato filone dei film dedicati alle “coppole storte”, regge ancora La violenza: quinto potere (1972) regia di Florestano Vancini ricavato dal forte dramma teatrale del giornalista-scrittore di Palazzolo Acreide Giuseppe Fava (Palazzolo Acreide, Siracusa 1925 – Catania 1984) assassinato trent’anni fa dalla mafia davanti al Teatro Stabile, quando ricopriva il ruolo di direttore del mensile “I Siciliani” dopo aver ricoperto per due anni ancora quello di direttore del quotidiano “Giornale del Sud”, da lui stesso fondato. Eponimo della trilogia ricavata dalle opere di Fava, La violenza (tutt’oggi ancora rappresentata in teatro) è la cronaca puntuale di un processo di mafia alla fine del quale pagheranno solo alcuni povericristi. Confacente, incalzante e turgida trasposizione traboccante d’indignazione civile, il film vanta un cast strepitoso in buona parte di provenienza teatrale: Enrico Maria Salerno, Gastone Moschin, Riccardo Cucciola, Mario Adorf, Mariaangela Melato, Turi Ferro, Ciccio Ingrassia (qui in un ruolo insolitamente drammatico) e Guido Leontini.

Ancora da un romanzo di Fava, Luigi Zampa, già aedo d’un inappagato risentimento civile, ricava Gente di rispetto (1975) storia siciliana  della giovane anticonformista e un po’ scapestrata insegnante del nord Elena Bardi (Jennifer O’Neil), spedita per punizione nel profondo sud e qui – dopo abbondanti convegni d’amore con il bel collega vigliacchetto e tenebroso (Franco Nero) – soggiogata ai fini d’una colossale speculazione edilizia da una strana figura d’uomo d’onore, l’avvocato Bellolampo (James Mason) dalla contorta psicologia. Interessante l’intervento sonoro su tre motivi scritto da Ennio Morricone (premio Oscar nel 2005), che trasforma il falso suono  off  in suono  in  (sincronismo oggettivo totale), creando ambigue e sorprendenti sovrapposizioni sul  leitmotiv di Elena : un soave suono di mandolini diegetico (ossia dentro il film) eseguito da una piccola banda locale.

Prodotto della cinematografia estera (Germania) è infine “Palermo oppure Wolsburg” (1979) regia di Werner Schroeter, Orso d’Oro a Berlino, sempre da un romanzo del giornalista-scrittore, “La passione di Michele” (da sempre interessato anche al tema dell’emigrazione, una delle piaghe storiche della Sicilia)  tentativo non troppo riuscito e con vistosi effetti di drammatizzazione di accostare la dolorosa odissea di un giovane ed ingenuo emigrante siciliano alla passione di Cristo, che chiude prematuramente la presenza di Giuseppe Fava nel cinema, ma non il coraggioso impegno civile che lo condurrà alla cruenta scomparsa, trafitto da cinque colpi di pistola alla testa la sera del 4 gennaio 1984 nella strada adesso a lui dedicata.

Negli anni più recenti, la tragica scomparsa dello scrittore-giornalista è stata, per così dire,  ‘rimpiazzata’ dal figlio Claudio, lanciatosi con successo soprattutto in politica (ex deputato europeo, attualmente deputato nazionale ed ex leader della neonata formazione Sinistra e libertà , da poco abbandonata a quanto pare per avvicinarsi alla linea “renziana”), ma anche scrittore, saggista e incidentalmente sceneggiatore del mafilogico Cento passi (2002) di Roberto Andò, cronaca del brutale omicidio mafioso  (1978) di Peppino Impastato, militante di Democrazia Proletaria e fondatore a Cinisi di una radio libera dalla quale ironicamente e veementemente denunciava e fustigava la piovra mafiosa, che per tutta risposta lo massacra spegnendone nel sangue la coraggiosa voce contro.

Ancora uno dei tanti omicidi dei solitari compiuti nel clima di un crescente consociativismo (nel quale) si stava perfino affievolendo la tradizionale opposizione comunista al sistema politico-economico-mafioso… In un clima del genere i più “testardi” nella sfida aperta alla mafia restavano isolati…, come è accaduto a Fava (G.C. Marino, “Storia della mafia”, Newton & Compton, Roma, 1997).

Autore: admin

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