Redazionale- Il Brasile secondo Orson Welles (una rassegna a cura di Ugo G.Caruso)

 

 

Cinema da ripensare

 

 

IL BRASILE SECONDO ORSON WELLES

A Rovito (Cosenza) due serate dedicate al Brasile curate da Ugo G. Caruso prolungano la ricca stagione del Cineforum Falso Movimento.

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Il primo dei due originali appuntamenti presilani prevede appunto la riproposizione del raro It’s all true, diretto da Orson Welles nel 1942, rimasto incompiuto, mai montato nè tantomeno presentato al pubblico, primo film maudit di una lunga serie che avrebbe contrassegnato la tormentata attività del grande cineasta alonandolo della fama di irriducibile maverick del cinema internazionale. Welles lo definì “il disastro-chiave della mia vita”.      La sua vicenda produttiva s’intreccia con quella di The Magnificent Amberson cui Welles stava ancora lavorando quando ricevette l’offerta di realizzare It’s all true direttamente da Nelson Rockfeller, allora coordinatore del Dipartimento americano degli Affari Esteri ma al contempo tra i principali azionisti della RKO. Lo scopo era quello di dare un esempio di fratellanza panamericana durante la seconda Guerra mondiale e scoraggiare il corteggiamento della Germania nazista nei confronti del presidente brasiliano Getulio Vargas.

Concepito come un mix di documentario e docufiction, It’s all tue si sarebbe dovuto comporre di tre episodi. Il primo, d’ambientazione messicana, di cui restano solo due sequenze, My friend Bonito, sceneggiato dallo  scrittore John Fante su soggetto di Robert Flaherty e diretto da Norman Foster sotto la supervisione di Welles, racconta l’amicizia tra un bambino e un torello. Come pure pochi frammenti in technicolor è tutto quel che rimane del secondo episodio, History of samba, in cui Welles è visibilmente euforizzato dai ritmi di origine africana, dalle feste sfrenate, dalla gioia incontenibile del Carnevale vissuto senza posa per quattro giorni e quattro notti nelle strade di Rio de Janeiro, soprattutto dai più umili e miseri, gli abitanti delle favelas, come panacea  della loro grama vita quotidiana. Per Welles filmare il Carnevale è come arrestare un uragano. Ne viene immediatamente conquistato e si innamora sempre più del tema di un film che aveva accettato soprattutto per doveri patriottici e per non inasprire ulteriormente i suoi rapporti già tesi con i dirigenti della major. Frattanto alla RK0 è in corso un decisivo cambio della guardia: via Schaefer che aveva chiamato Welles affidandogli Quarto potere, arriva il più pragmatico Koerner.

Scema l’entusiasmo per il progetto per cui il regista si ritrova senza le  attrezzature promesse a dover girare con mezzi di fortuna. Tra l’altro, Welles, discostandosi dagli stereotipi hollywoodiani sul Brasile- l’esotismo di certi film di Fred Astaire e i caschi di frutta tropicale in testa a Carmen Miranda- cerca di catturare l’anima vera del Brasile mostrandone gli aspetti più reconditi ed estremi come la povertà dei suoi abitanti, la capoeira , la makumba, le tradizioni di chiara origine africana o india, cercando pure di denunciare le condizioni disumane in cui vive la maggior parte dei suoi abitanti e dando voce alla loro protesta. Il materiale girato lascia sgomenti i dirigenti dello studio che pensano di accantonare definitivamente il film nonostante le accorate suppliche del regista. Alla fine, con un atto di disobbedienza, Welles con il poco denaro rimasto e la pellicola avanzata girerà il terzo episodio, Four men on a raft che ricostruisce la vicenda reale di quattro pescatori salpati da Fortaleza su una jungada, una zattera primordiale, senza bussola e giunti a Rio dopo 61 giorni e 1650 miglia, al termine di un’impresa omerica per chiedere a Getulio Vargas migliori condizioni per la loro categoria.

Disgraziatamente proprio all’arrivo nel porto di Rio, un’onda gigantesca travolgerà la zattera. Il leader dello sparuto equipaggio, l’intrepido Jacarè perirà nell’incidente per una crudele beffa del destino. Welles, sconvolto e disperato, farà di tutto per completare l’opera dettando al contempo telefonicamente istruzioni per il montaggio di The Magnificent  Amberson che sarà però pure anch’esso rimaneggiato e stravolto. Si consumerà insomma una sua duplice, irrimediabile sconfitta che segnerà per sempre il  rapporto con Hollywood.

Le pellicole giaceranno “dimenticate” per oltre quarant’anni negli archivi della RKO prima che l’ultima parte, completamente restaurata, venga presentata4- alla Mostra di Venezia del 1986. Riassemblato e montato da Bill Khron, Myron Meisel e dall’ex assistente Richard Wilson il film riapparirà sugli schermi solo nel 1993, in una versione contenente testimonianze dirette non solo dello stesso Welles ma anche di quanti parteciparono a quella sfortunata impresa paragonabile forse per taluni versi all’altrettanto controverso e sofferto Que viva Mexico! di Sergheij M. Ejzenstejn. La vicenda raccontata dalla voce di Jeanne Moreau nella versione originale e di Laura Betti in quella italiana, insieme alle straordinarie sequenze superstiti ci danno l’amaro sapore del rimpianto per l’opera perduta di un genio del cinema

Autore: admin

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