Cristina PICCINO- Da Marsiglia, un documentario “fuori legge” (omaggio a M.Duras)

Da Marsiglia*



UN  DOCUMENTARIO “FUORI LEGGE”

Frammenti di realtà, racciordi d’invenzione in un’opera suigeneris- Un omaggio a Marguerite Duras (nella foto del 1983), e alla sua poetica, che ispira il programma dell’edizione

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Mar­si­glia Danza ha visto annul­lare i suoi spet­ta­coli uno dopo l’altro dalle pro­te­ste degli inter­mit­tenti, i pre­cari dello spet­ta­colo fran­cesi che da oltre un mese stanno mani­fe­stando dura­mente con­tro la riforma — peral­tro già fir­mata dalle parti sociali e dal governo — del sus­si­dio di disoc­cu­pa­zione. Nelle acque intorno al Vec­chio Porto gal­leg­giano le bare della cul­tura — il nuovo sta­tuto col­pi­sce i lavo­ra­tori al ribasso — men­tre i tea­tri per ora riman­gono sbar­rati.
A Avignone,che da Mar­si­glia dista pochi chi­lo­me­tri, seguendo il pro­fumo estivo della Pro­venza, l’assemblea dei lavo­ra­tori ha deciso invece per lo svol­gi­mento del Festival-inaugurazione dopo­do­mani affi­data al Prin­cipe di Hom­burg, regia di Gior­gio Bar­be­rio Cor­setti — anche se con moda­lità «mili­tanti», ovvero inter­ru­zioni e sospen­sione di qual­che spet­ta­colo. Un segnale posi­tivo, visto che la ras­se­gna tea­trale nella città dei Papi era l’evento intorno al quale si con­cen­trava la mag­giore ten­sione — l’altro giorno era inter­ve­nuta anche la mini­stra della cul­tura Auré­lie Filp­petti.

Capi­tale euro­pea della cul­tura lo scorso anno, che nelle ultime ele­zioni ha ricon­fer­mato l’Ump alla guida della città (sin­daco è Jean-Claude Gau­din), pre­fe­rendo il Fronte nazio­nale ai socia­li­sti (finiti al terzo posto) Mar­si­glia, città di con­fine in ogni senso, è anche la sede del Fid, il Festi­val inter­na­zio­nale del docu­men­ta­rio che si è aperto ieri (fino al 7), e che quest’anno com­pie 25 anni.

L’indicazione nel nome però, cioè docu­men­ta­rio, non rende il senso di un pro­getto che nei suoi molti iti­ne­rari — una tri­pla com­pe­ti­zione, inter­na­zio­nale, fran­cese e per le opere prime, e una serie di schermi paral­leli che spesso rac­col­gono le sco­perte più spre­giu­di­cate della pro­gram­ma­zione — mette a punto una ricerca che respinge qual­siasi eti­chetta del «genere». Cosa signi­fica docu­men­ta­rio al Fid Mar­seille, nelle molte sale (sta­volta anche il nuovo Mucem, il Museo del Medi­ter­ra­neo) che accen­dono in que­sti giorni i loro schermi è dif­fi­cile dirlo.

O meglio: pos­siamo affer­mare che è una sorta di intrec­cio, di calei­do­sco­pio, un ter­reno in cui si incon­trano (e si scon­trano) infi­nite linee, senza sepa­ra­zione, dell’immaginario. Cros­so­ver, instal­la­zione, archivi, memo­ria, attua­lità, roman­ze­sco, auto­bio­gra­fia, nar­ra­zione: le scelte del Fid non si pon­gono il pro­blema del limite, que­sto è il mani­fe­sto teo­rico riven­di­cato dal diret­tore, Jean-Pierre Rehm, col suo gruppo di lavoro.

Ci sono nomi noti nel car­tel­lone, e altri meno cono­sciuti almeno da noi in Ita­lia. Per esem­pio Paul Vec­chiali con Faux rac­cords (che verrà pre­sen­tato anche al Med Film festi­val di Roma, 4–13 luglio, nell’ambito di un omag­gio al regi­sta corso). Ritro­viamo Eric Bau­de­laire, autore del sor­pren­dente Ana­base, in gara a Mar­si­glia qual­che anno fa, una sorta di con­ver­sa­zione incro­ciata tra lui e il regi­sta giap­po­nese Masao Ada­chi, tra la Sto­ria e l’esperienza per­so­nale, tra le false par­tenze e i falsi ritorni. In Let­ters to Max il regi­sta fran­cese rac­conta una cor­ri­spon­denza epi­sto­lare che diviene, al tempo stesso, rifles­sione sull’idea di con­fine geo­gra­fico e poli­tico, nazione, realtà e fin­zione. Il Max del titolo vive in Abh­ka­zia, lo stato nato dalla sepa­ra­zione con la Geor­gia, che ha una ban­diera, dei con­fini appunto, ma non è mai stato rico­no­sciuto a livello inter­na­zio­nale. Esi­ste dun­que o no?

La Siria, e la sua con­di­zione di guerra, mas­sa­cri, esodi, vio­lenze cerca una sua imma­gine in Our ter­ri­ble Coun­try di Moham­mad Ali Atassi e Ziad Homs, un anno nella vita dello scrit­tore Yas­sin Haj Saleh, figura chiave della dis­si­denza siriana con­tro il regime di Assad, che dalla guerra viene costretto all’esilio a Istan­bul.
La Siria è anche Eau Argen­tée — Syrie auto­por­trait di Ossama Moha­mamd e Wiam Simav Bedir­xan, il film più bello dello scorso Festi­val di Can­nes, che la sele­zione arti­stica assur­da­mente non ha messo in con­corso — pri­gio­nieri del «paletto» che esclude i «docu­men­tari» — e che il Fid ripro­pone, giu­sta­mente, nono­stante la sua pre­di­li­zione per le ante­prime mon­diali (quasi tutti i film nel car­tel­lone lo sono).

Una rela­zione a distanza tra i due regi­sti, uno a Parigi, l’altra a Homs durante l’assedio, tra bombe, morti, mace­rie, e il dolore acuto di diven­tare clan­de­stini nella pro­pria città, lon­tani dalla casa in cui si è sem­pre vis­suti, dagli amici scom­parsi o uccisi o fug­giti, dalla fami­glia per­duta per sem­pre. C’è solo un bimbo che gioca coi morti, e porta un fiore con sé, cam­mina senza avere paura dei cec­chini e delle pal­lot­tole, forse per non impaz­zire lo ha tra­sfor­mato in un gioco.

Le sezioni paral­lele si ispi­rano a Mar­gue­rite Duras, scrit­trice e regi­sta, di cui ver­ranno ripro­po­sti alcuni «clas­sici» come Le Camion e India song.
La Vie Maté­rielle, La Dou­leur, La Java de la Source, Les Yeux Verts sono i titoli che rag­grup­pano i pro­grammi, e riman­dano alla poe­tica della scrit­tice. Men­tre sotto la parola Esi­lio tro­viamo l’omaggio al regi­sta Oscar Micheaux. È la scom­messa del festi­val, la sua uni­cità, que­sto lavoro di rifles­sione, e messa alla prova costante delle imma­gini. Senza fer­marsi alla vetrina. (*ilmanifesto.it)

Autore: admin

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