Massimo RAFFAELI*- Storia umana e inumana (la trilogia letteraria di Giorgio Pressburger)

 


Scaffale*



STORIA UMANA E INUMANA

Si conclude l’autobiografia di Giorgio Pressburger. Un’apertura grandangolare sulla vita, dalla natia Budapest all’esilio italiano: con, per guide, Simone Weil, Freud ….

«Budapest 1948», foto da «Fotografi Made in Hungary», Motta, 1998  © Robert Capa

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Se ha un senso la defi­ni­zione di Opera/Mondo, cioè un’opera inclu­siva di un pro­prio spazio-tempo pos­se­duto fino alla tota­lità, essa andrebbe appli­cata a Sto­ria umana e inu­mana(Bom­piani, «Nar­ra­tori ita­liani», pp. 469, euro 19.00) che com­prende la seconda e terza sezione (Nella regione pro­fonda; Nei boschi felici) della tri­lo­gia che Gior­gio Pres­sbur­ger aveva inau­gu­rato due anni fa con la pub­bli­ca­zione di Nel regno oscuro.

Non si tratta di un romanzo ma, piut­to­sto, di un poema scritto in prosa e in forma di rac­conto oni­rico il cui modello dichia­rato è la Com­me­dia, un modello in sé schiac­ciante ma tut­ta­via debi­ta­mente distan­ziato per il rove­scia­mento dello schema pri­ma­rio, l’istanza cogni­tiva che rimanda al viag­gio, in que­sto caso non più un viag­gio oltre il tempo e nell’aldilà ma un viag­gio nel tempo e in quell’aldiquà che stringe, in un unico nesso, sto­ria, geo­gra­fia e memo­ria del secolo alle nostre spalle.  Va subito aggiunto che Sto­ria umana e inu­mana si con­fi­gura non sol­tanto come un’opera di grande com­ples­sità strut­tu­rale ma, innan­zi­tutto, come la testi­mo­nianza di un atteg­gia­mento di pro­fonda serietà nei riguardi della let­te­ra­tura da parte di un autore che ha sem­pre riget­tato sia gli inter­detti sia gli obbli­ghi vigenti, vale a dire l’infinito intrat­te­ni­mento della paro­dia e il cini­smo sostan­ziale della fic­tion.

Una doz­zina di volumi in biblio­gra­fia (da Sto­rie dell’ottavo distretto, 1986, fir­mato con Nicola, il suo gemello troppo pre­sto per­duto, a L’orologio di Monaco, 2003), Pres­sbur­ger si è dato una posta più sem­plice e insieme più clas­sica, quella del pro­nun­cia­mento di una sua per­so­nale «verità», parola che le vigenti poe­ti­che riten­gono infatti teme­ra­ria. E appunto viene in mente, a pro­po­sito della sua tri­lo­gia, un ter­mine che Dante stesso dedu­ceva da un’Etica nico­ma­chea in latino vol­tando mega­lop­su­kìa in «magna­ni­mi­tade» quale sino­nimo di capienza e prima ancora di aper­tura, che oggi diremmo gran­dan­go­lare, alla feno­me­nica della realtà e alla espe­rienza della vita.

Colui che in Sto­ria umana e inu­mana narra in prima per­sona, pro­ce­dendo in un infra­mondo dove vita oni­rica e diurna ten­dono a iden­ti­fi­carsi, ha due guide soc­cor­re­voli che sol­tanto nell’ultima sezione a poco a poco si allon­ta­nano fino a dile­guarsi: Freud (per­ché que­sto viag­gio è tanto una ana­lisi quanto un’autoanalisi) e Simone Weil, leg­gen­da­ria ragazza del suo secolo (filo­sofa, scrit­trice e mar­tire cri­stiana, alla let­tera) il cui ideale di radi­ca­mento, l’enra­ci­ne­ment di cui dice il suo titolo più noto, non rimanda a un costrutto iden­ti­ta­rio ma, all’opposto, legit­tima l’accettazione della huma­ni­tas quale vicis­si­tu­dine dina­mica e dispo­ni­bile a ogni alte­rità. È lei spe­cial­mente a soste­nere il por­ta­voce dell’autore nella landa pur­ga­to­riale di Nella regione pro­fonda ed è lei che si inter­pone fatal­mente tra i fan­ta­smi dia­lo­gici (a decine, da Ger­shom Scho­lem a Lévi­nas, da Michel­staed­ter a Kafka)che scan­di­scono il rito di puri­fi­ca­zione ovvero il lungo addio agli eventi e agli spet­tri del Novecento.

Qui la scrit­tura, capiente fino alla poli­fo­nìa, viene ite­rata e spa­ziata in vere e pro­prie lasse metri­che dove batte un antico e som­messo ende­ca­sil­labo, secondo la cadenza che tra­duce la respi­ra­zione fisica nel ritmo di una con­fes­sione espia­to­ria. Altro è invece l’orizzonte dell’ultima sezione, Nei boschi felici, altro è il passo di una prosa che acce­lera dispo­nen­dosi nella forma di un vor­tice il cui occhio vuoto (sus­sul­tante, riso­nante, tel­lu­rico) libera a flusso una mate­ria sta­volta dichia­ra­ta­mente auto­bio­gra­fica, cioè tutto il pas­sato di Pres­sbur­ger in per­sona: la natìa Buda­pest, il quar­tiere ebraico nell’Ottavo distretto, povertà e incu­rante soprav­vi­venza, monelli, ragazze, la maglia bian­coaz­zurra dell’MTK; poi il fasci­smo dell’ammiraglio Hor­thy, l’incubo della per­se­cu­zione raz­ziale e della Shoah; quindi il dopo­guerra comu­ni­sta e sta­li­ni­sta fino al ’56, un’epoca gra­vida di stenti e di lutti; infine l’esilio e l’approdo in Ita­lia, quando il tempo tra­scorso, ora­mai, si è cal­ci­fi­cato in un atroce sigillo del ricordo e per­tanto in un obbligo impli­cito, sot­ta­ciuto, a risar­cirlo tutto quanto nella scrittura.

L’assetto di Nei boschi felici tende a nor­ma­liz­zare la poli­fo­nia o meglio a rias­sor­bire nella voce di un unico inter­lo­cu­tore e affa­bu­la­tore la forza cen­tri­fuga di cui vibra­vano le sezioni pre­ce­denti. Le guide del mondo neb­bioso, oscu­rato, Freud e la Weil, si fanno eva­ne­scenti e danno luogo alla mono­dia del padre, figura indi­men­ti­ca­bile, un pic­colo com­mer­ciante ebreo, ven­di­tore di carne d’oca e poi di libri a rate, sva­gato e gene­roso, inaf­fi­da­bile e put­ta­niere, un indi­vi­duo che sem­bra uscito dalla imma­gi­na­zione di Rabe­lais per la forza d’urto pura­mente psi­co­fi­sica, un mae­stro di vita che tut­ta­via non sospetta di esserlo: «Un vec­chio chiodo pian­tato nella vita a suon di mar­tel­late», così si auto­de­fi­ni­sce colui che dice al suo erede, con indul­gente tene­rezza, «Figlio mio, le mise­rie della vita sono la vita, e non sono mise­rie».

Rac­con­tando l’esistenza e i suoi tra­scorsi, miman­done per­sino la pie­nezza squas­sante, il padre intanto la elar­gi­sce nella sua ple­na­rietà con­trad­dit­to­ria e, dopo tutto, la assolve. Que­sto è il suo inse­gna­mento, que­sta la verità che il figlio riceve per pro­cura. Ed è anche per que­sto che il figlio riserva pro­prio a lui la terza e ultima parte, libe­ra­to­ria, col­lo­can­dolo in quel solo para­diso acces­si­bile agli esseri umani che, nono­stante tutto, è il para­diso della realtà vis­suta o recu­pe­rata, final­mente, in memo­ria e scrittura.

Per cal­co­larne il dif­fe­ren­ziale, anzi la con­tro­ten­denza, basta andare al cen­tro di un capo­la­voro seco­lare che pure si avvale dell’imprin­ting dan­te­sco, i Pisan Can­tos di Ezra Pound, dove è scritto: «For­mica solitaria/ di un for­mi­caio distrutto/ dalla rovine d’Europa Ego Scriptor». Ma Pres­sbur­ger è agli anti­podi della ego­la­tria di Pound, che monu­men­ta­lizza la voce del poeta come scam­pato alla tra­ge­dia del secolo, come signore incon­cusso delle rovine. Dav­vero erede di suo padre, Pres­sbur­ger riceve il senso della vita come tota­lità e com­pre­senza dei vivi e dei morti, come coa­le­scenza di parti atro­fi­che e vitali o, insomma, come un grande corpo d’amore che sa acco­gliere l’inumano nell’umano, e vice­versa: «Mi disse que­ste parole tenen­domi il brac­cio: ‘Il punto che tu cerchi// da quando sai di vivere, è qui.

Gli oppo­sti in esso si con­ci­liano. La sag­gezza con la stu­pi­dità; // la povertà con la vana ricchezza,// la fer­ti­lità con il deserto ste­rile; // la vita si con­ci­lia con la morte, // la pace con la guerra, // il bello col brutto, // il sopra si con­ci­lia con il sotto. Non puoi capire ora que­sto, certo. // C’è tutto qui solo che non lo vedi. Il punto è punto, resta invi­si­bile’». Non a caso, tra i rari reve­nant del suo umile para­diso si pro­fi­lano due grandi e ama­tis­simi magna­nimi quali Mai­mo­nide e Fran­ce­sco d’Assisi.

Nem­meno è un caso che la tri­lo­gia si chiuda, alla maniera di un testa­mento, con la tra­scri­zione del poema che cele­bra la vita umana come tale e non tol­lera ecce­zioni, il Can­tico dei can­tici che una leg­genda vor­rebbe attri­buito alla tarda sag­gezza di re Salo­mone. Lì è scritto a un certo punto il verso sublime, e tre­mendo, che equi­para una volta per sem­pre l’amore alla morte, «per­ché l’amore è forte come la morte»: a suo modo ne è testi­mo­nianza anche que­sta impresa, in ogni senso straor­di­na­ria, di Gior­gio Pressburger.(ilmanifesto.it)

Autore: admin

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