Sauro BORELLI- Ancora un film ispirato a H.James (“Quel che sapeva Maisie” di S.Mc Gehee e G.Siegel)


Il mestiere del critico

 



ANCORA UN FILM ISPIRATO AD HENRY JAMES

 

“Quel che sapeva Maisie” diretto da S.Mc Gehee e G.Siegel

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Henry James (1843-1916), scrittore americano d’origine, poi tramutatosi in cittadino inglese, operò, fin dai suoi inizi, secondo opzioni stilistiche e tracce tematiche dall’impronta sperimentale, tanto da approdare, di decenni in decenni, ad una sua personalissima vena creativa marcatamente sofisticata e dalle rifrangenze più che enigmatiche. Ciò nonostante, il cinema si è rifatto spesso e volentieri a questo autore per tanti versi ostico, ermetico e ne sono sortiti film firmati da collaudati cineasti – La camera verde di Truffaut, Daisy Miller di Bogdanovich, I bostoniani di Ivory, ecc. – che pur non riusciti compiutamente, sono risultati indicativi della complessa poetica jamesiana.

C’è ancora, un altro significativo precedente, tutto teatrale, riguardo ad uno dei romanzi più noti Quel che sapeva Maisie (scritto nel 1897) di Henry James debitamente proporzionato per le scene da Luca Ronconi che, nella stagione 2001-2002 del Piccolo Teatro, allestì – protagonista una plurima Maisie impersonata da una strepitosa Mariangela Melato – uno spettacolo d’intenso turgore drammatico e di originale sottigliezza introspettiva. Già salutato al suo primo apparire da consensi unanimi sia per il rigore analitico usato da Ronconi per “riscoprire” il più autentico Henry James, sia per la prodiga dedizione della Melato nel rendere l’aspetto impervio del carattere “doppio” di una bambina seienne e di un suo riflesso più adulto, Quel che sapeva Maisie si dimostrò, nell’insieme, anche un’aggiornata, più incisiva “verità” della pur intricata storia prospettata da James con toni e tempi decisamente involuti.

Ora, ripensando appunto a quell’esemplare realizzazione scenica, possiamo citare quanto fu scritto proprio sulla figura centrale di quell’intrico psicologico-sentimentale: “Anche Maisie, piccolo, pauroso essere conteso dall’odio che ormai divide due genitori eccentrici,…  lanciata qua e là come la pallina di una partita di tennis giocata all’ultimo sangue, è un personaggio di cui condividiamo a poco a poco le più segrete tensioni, che ci trascina nel labirinto della sua mente, dei suoi ricordi, nelle sue paure infantili di bambina senza punti di riferimento…”. Tutte cose ampiamente confermate dall’interprete Mariangela Melato che su Maisie così spiegava: “… ho cercato di recuperare dal mio personale bagaglio esistenziale proprio i ricordi, le inquietudini vissuti nella mia infanzia… Quindi, ho cercato, attraverso una relativa razionalizzazione, di dare ordine al flusso di coscienza suggerito passo passo dal testo di James…”.

Trovarsi davanti adesso sullo schermo il film Quel che sapeva Maisie più che un interesse generico, desta forse un’allarmata curiosità. Per più di una ragione. Prima di tutto, per la complessa gestazione della sceneggiatura ad opera di Carrol Cartwright e Nancy Doyne e in seguito per l’attenta regia di Scott McGehee e David Siegel, l’una (la sceneggiatura) e l’altra (la regia) ben determinate a superare gli intrighi del testo letterario puntando sul prosciugamento dell’intiera vicenda con soluzioni narrative di ricambio (voce fuori campo, salti cronologici, riassunti e figurazioni incalzanti). Così facendo, la vicenda di Maisie (l’esordiente bambina Onata Aprile, bravissima e mai leziosa) della volubile madre, Susan (una Julianne Moore sempre sorprendente) dell’infido padre Neale (Steve Coogan, già al fianco di Judi Dench in Filomena) e degli incomodi genitori supplenti, Margo e Alexander, si prospetta ormai deprivata di qualsiasi substrato troppo segreto per dipanarsi semplicemente in un racconto calibrato e puntuale sugli snodi psicologici e sentimentali di una storia lontana dallo sfuggente Henry James.

Tutto ciò per dire che, forse, l’operazione di riscrittura per lo schermo di Quel che sapeva Maisie tentata dal duo McGehee-Siegel ha una sua motivazione di fondo nel puntare su uno spettacolo sapiente per visualità raffinata e ritmo azzeccato, ma che peraltro non aggiunge niente – anzi, toglie parecchio – alle suggestioni proprie anche di prove jamesiane parziali come quelle, già menzionate, dei non sprovveduti Truffaut, Bogdanovich, Ivory e, altresì del femminismo oltranzista di Jane Campion col suo non dimenticato Ritratto di signora.

A scusante di questo divario netto tra una realizzazione artistica come quella firmata da Ronconi per il Piccolo Teatro e la sequela di film pure pregevoli già ricordati, non c’è soltanto il diaframma storico-lessicale della prosa pretenziosa di Henry Jame, ma il mutamento radicale di momenti e situazioni di un’esistenzialità più franca, disinibita. Anche se l’approdo d’ogni vita resta – per James e tutti noi – lo scontento, la pena, l’insoddisfazione.

Autore: admin

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