Mario SAMMARONE- L’immaginario della ‘coppola storta’ (in un saggio di Filippo Di Forti)


Scaffale



L’IMMAGINARIO DELLA ‘COPPOLA STORTA’

Il fenomeno, la logica della mafia in un saggio di Filippo Di Forti .Ed. Solfanelli

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Il fenomeno mafia è stato studiato sotto molteplici punti di vista, primo fra tutti quello storico secondo cui la mafia sarebbe una sorta di reazione popolare contro il dominio oppressivo dei baroni dell’Italia meridionale. Più recentemente l’analisi sociologica ha portato ulteriori risultati, più o meno noti, tra cui la definizione di mafia come secondo stato nello stato, con l’eclissi del principio hobbesiano che sia soltanto il governo centrale legittimato ad avere il monopolio della violenza, impedendo così il bellum omnium contra omnes.

Eppure il concetto di mafia ha un carattere più esteso, è “un fatto sociale totale” per riprendere le categorie dell’antropologia culturale, e cercare di analizzarla da un solo punto di vista non darebbe conto delle sue molteplici sfaccettature. E perciò il contributo del palermitano Filippo Di Forti, psicoterapeuta fenomenologo allievo di Enzo Paci e Cesare Musatti, aggiunge alla ricerca un contributo importante.

Ne L’immaginario della coppola storta (ed. Solfanelli, 2014), Di Forti analizza il fenomeno mafioso con gli strumenti della psicologia del profondo, e in particolare dell’analisi freudiana. All’inizio del secolo scorso, Sigmund Freud produsse un fondamentale lavoro dalla valenza antropologica, Totem e Tabu, in cui analizzava le società primitive alla luce dei rapporti padre-figli; secondo Freud, il padre capo del clan reprimeva e schiacciava la prole negandole il dominio sulle donne e impedendo, in particolare, la formazione di una personalità individuale da cui potesse scaturire un pericolo per il mantenimento del suo potere. Tale dominio venne infranto il giorno in cui i figli spezzarono questo rigido sistema, uccidendo il padre e fondando una nuova società più libera in cui tutti i fratelli avevano pari diritti, ma dove veniva impedito a ciascuno di emergere per acquistare la vecchia supremazia del padre, che pur scomparendo si proiettò interiormente come Super-Io.

Ebbene, Filippo Di Forti, partendo da un’analisi sociologica della mafia, e dopo una breve introduzione alla psicologia delle masse, accosta il paradigma freudiano al fenomeno mafia. Questo modello, infatti, si ripeterebbe nelle strutture dell’associazione mafiosa. Secondo Di Forti, la mafia sarebbe una reazione dei “fratelli” al potere del padre rappresentato dallo stato centrale e autoritario, con la creazione di un gruppo “matriarcale” cementato dalla devozione e dall’obbedienza verso un capo, sia esso reale o simbolico, e caratterizzato da una vera e propria struttura esoterica, che si esprime simbolicamente attraverso dei riti iniziatici.

Soprattutto, il gruppo mafioso sarebbe caratterizzato da una forte tensione libidica che salda i suoi membri, “i fratelli”, verso l’imago materna o archetipo della Grande Madre, assimilabile alla Sicilia o alla terra di appartenenza, per cui la mafia prenderebbe il nome di “mammasantissima”, che testimonia, appunto, il legame dei suoi aderenti sotto l’insegna di un’enclave materna. Una teoria, dunque – come ha osservato Franco Ferrarotti nella presentazione romana del libro – che richiamerebbe alla mente le teorie del matriarcato di Bachofen.

Al pari della società primitiva teorizzata dall’antropologo svizzero, nella vita fantasmatica del gruppo mafioso la donna sarebbe vista sotto un doppio punto di vista, quello di schiava da dominare e usare come oggetto, a cui viene negato ogni diritto di autodeterminazione, di persona che decide per sé della sua vita, oppure di simbolo quasi sacro, archetipale, come madre da rispettare e da venerare – basti rivedere Il padrino, in cui la madre di don Michele veniva venerata come una santa, per farsi un’idea di questo concetto.

Etimologicamente, la parola mafia deriva da un’accezione araba –  muh’far, composta dalla radice mu’ che significa forza, coraggio, e dal verbo afâh che vuol dire proteggere il debole dal più forte, che nella società siciliana è stato caratterizzato dall’autorità vessatoria baronale. “Questa parola, osserva Di Forti, “attiva sentimenti ambivalenti e nel suo senso latente rivela l’esigenza di interiorizzare la forza, il vigore del padre per proteggere e tutelare l’oggetto perduto, la madre”. Inoltre, il mafioso che chiama l’altro fratello (frati miu) intende richiamarlo alla solidarietà che esige la mafia in quanto fratellanza, per cui deve saper tacere al padre o alla giustizia sociale i segreti che tengono uniti i membri dell’associazione, altrimenti sarebbe indegno”.

Dunque muh’far sarebbe una “parola simbolo” dalla doppia natura: da una parte rappresenterebbe il legame con la comunità di appartenenza e con il concetto simbolico della madre – i mafiosi sarebbero chiamati anche i “mammasantissima” – e dall’altra la necessità di essere uomini forti come il padre, che non esitano a ricorrere alla violenza.

Non solo, la radice stessa della parola accenna a dei precisi meccanismi che regolano la vita fantasmatica del gruppo mafioso, rivelando un’angoscia regressiva dei suoi membri (l’attaccamento morboso alla madre impedisce la maturazione dell’individuo) assimilabile ad impulsi schizoidi, per cui nella mafia ci sarebbe una sorta di scissione tra l’interno e l’esterno del gruppo, con impulsi di amore (Eros) verso l’imago materna e i fratelli, e di odio distruttivo verso chi assume atteggiamenti ostili o mimetici – per dirla con René Girard –ostacolando cioè la ricerca del potere da parte del gruppo mafioso.

Filippo Di Forti formula questa suggestiva e originale teoria, costellata da una solida conoscenza teorica e da esempi storici ma anche della cronaca degli ultimi tempi, con un capito intero dedicato, ad esempio, ai “pizzini di Provenzano”, ed inoltre da una precisa analisi del linguaggio mafioso, come delle parole capo, padrino e omertà, vera parola che racchiude il sentimento mafioso, ovvero non la reticenza o la complicità, ma la capacità di essere veri uomini e quindi degni di appartenere alla “fratellanza”.

E allora come fare per vincere un problema atavico del nostro paese che sembra dimorare nel profondo di ciascuno? Investigando nella vita fantasmatica dell’essere umano e portando la luce della coscienza là dove c’è solo il buio paesaggio degli impulsi primitivi, per trasmettere dunque questo processo anche al di fuori, nella società, disseminandola con barlumi di progresso materiale e culturale, veri antidoti contro ogni arbitrio e sopraffazione, altrimenti, il rischio è – come afferma Franco Ferrarotti che ha scritto la prefazione del libro – che “la mafia avrà i secoli contati”.

E così, l’analisi psicoanalitica di Di Forti, pur non ripudiando gli strumenti dell’analisi sociale, storica, economica ed antropologica, i quali vengono anzi ripresi, offre degli strumenti preziosi per comprendere il fenomeno mafia, facendo intendere al lettore che essa, come ogni manifestazione umana, affiora da meccanismi inconsci, profondi dell’uomo, che hanno la loro radice dentro le nostre strutture psichiche. Limmaginario della coppola storta sembra, inoltre, spronarci a investigare dentro di noi, suggerendo che i problemi dell’uomo moderno e della società attuale provengono da molto lontano, ma che possono essere risolti a patto di superare i nostri impulsi primitivi guardando il mondo con una diversa coscienza.

Autore: admin

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