Sauro BORELLI- Cantando sotto la mafia (“Jersey Boys”,un film di Clint Eastwood)

 

 

Lo  spettatore  accorto

 


CANTANDO SOTTO LA MAFIA

Poster

 

“Jersey Boys” un film di Clint Eastwood

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A proposito del New Jersey leggevamo in “Ritratti americani”, il bel libro che Salvatore Tropea ha dedicato agli USA: “…Atlantic City da anni tenta disperatamente, e senza successo,  di strappare a Las Vegas il primato di capitale americana dei giochi d’azzardo. Una competizione condotta con tutti i mezzi, che la città del New Jersey non è riuscita a vincere… Ha acquistato fama, certo, ma ben presto si è accorta che, con la gloria e i soldi, aveva irrimediabilmente importato anche la delinquenza”. Il cinema, già a suo tempo, se n’era accorto, specie col bel film di Louis Malle, appunto Atlantic City, ove un ingrigito gangster di mezza tacca (un superbo Burt Lancaster)  s’intrigava – rovinosamente – prima con un sordido affare di droga, poi con la tardiva passione per la giovane croupier Susan Sarandon e, infine, se la sfangava, indenne, con la sua vecchia (ma provvida) amante.

Ecco tutte queste cose vengono per forza in mente davanti al racconto assolutamente imprevisto che Clint Eastwood, onusto dei suoi prestanti 84 anni, ci prospetta nel suo nuovo film Jersey Boys – desunto con mano sicura dal longevo musical omonimo – principiando la vicenda portante proprio da uno scorcio storico-sociologico (virato in un desolante color seppia) sulla realtà poco amena del New Jersey ove giovani e meno giovani campano malamente la vita spesa a metà tra mediocri riti comunitari e velleitarie aspirazioni di riscatto. Questi, in effetti, sono esattamente i limiti entro i quali si dibatte un gruppo di ragazzotti italo-americani – l’etnia più popolosa nel Jersey – che tra  espedienti illeciti e stolide voglie matte cercano di ritagliarsi un ruolo più gratificante suonando in un complessino dedito a motivi corrivi e sentimentali, ma di scarsa fortuna.

Poi, però, sul finire degli anni Cinquanta e negli incipienti Sessanta, tra un incontro favorevole e alcune occasioni eccezionalmente propizie, i “Jersey Boys” (questo il nome del complesso) anche con l’aiuto di un melomane boss della malavita locale (un credibile Christopher Walken), riescono a farsi strada nel difficile mondo dei discografici, del night, degli spettacoli in genere. Ma, all’interno, di questa traccia narrativa cresce, si sviluppa una vicenda drammatica in cui sono via via risucchiati Frankie Valli, leader dei coetanei ormai ribattezzati The Four Seasons, destinati presto a toccare una travolgente notorietà, ma altresì a imbrogliarsi, a causa del più indocile tra di loro, in pericolose questioni di soldi e di malavitosi spietati.

Il solo Frankie Valli, ammaestrato da una tipica famiglia italo americana, saprà trarsi d’impaccio dai guai e dalle avventatezze del solito Tom (il ragazzo viziato e corrotto) fino a condurre in porto – a parte il luttuoso evento che lo priverà dell’amata figlia – con un approdo tutto edificante la propria storia e quella dei ritrovati amici, grazie alla musica e a un prodigo senso della vita.

C’è da dire che Clint Eastwood – già cultore di jazz (suo il bel film su Charlie Parker Bird) e di colte suggestioni musicali – affronta qui, sulla base del fortunato musical di cui si diceva più sopra, con schietta semplicità l’universo non proprio eccelso delle voghe tipiche degli anni Cinquanta-Sessanta, incastonando motivi e canzoni piuttosto convenzionali in una sorta di rendiconto epocale, appunto la colonna sonora di quel definito periodo, senza trascurare il contesto davvero tribolato di generazioni e luoghi di disperante pochezza. Si potrebbe dire, forzando un po’ le cose che Jersey Boys risulta, parafrasando un celeberrimo precedente, un Cantando sotto la mafia con prevedibile lieto fine.

Un tale risultato non dovrebbe poi sorprendere troppo dal momento che Clint Eastwood, la prima gioventù trascorsa nella povera California della Grande Depressione, non ha certo scordato quant’era duro e umiliante sopportare l’esistenza in quegli anni. Tanto che, giusto riguardo alla sua vita e ai suoi film, oggi può confessare tra naïveté e saggezza: “C’è molto della mia infanzia in quei film, e forse in tutti gli altri. Quel che abbiamo subito e vissuto ci condizionerà sempre, ci siederà sempre accanto”. Ed è davvero il senso più alto, più immediato che esprime un film, all’apparenza divagante, come Jersey Boys.

Autore: admin

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