Franco LA MAGNA- La memoria. Vitaliano Brancati e la ‘trilogia dell’impegno civile’

 

 

La  memoria


 


BRANCATI E LA ‘TRILOGIA DELL’IMPEGNO CIVILE’

Sessant’anni fa, a Torino, moriva Vitaliano Brancati, scrittore, drammaturgo, soggettista e sceneggiatore cinematografico

 

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Nell’Italia ancora fumante di macerie belliche, affiora (dopo anni di più o meno anonimo apprendistato) l’ingegno fino ad allora un po’ defilato di Vitaliano Brancati (Pachino, Siracusa 1907 – Torino 1954), ora non più “soltanto” nei panni di sceneggiatore collettivo (ne ha scritte una ventina) – “mischiato” come lui stesso soleva dire ad altri cervelli e tutto concentrato su “personaggi minori” –  ma anche in quelli nuovi di soggettista e sceneggiatore. Capitolo inaugurale della cosiddetta “trilogia cinematografica dell’impegno civile”, colma di satira dura, spietata, è l’amaro “Anni difficili”(1948) di Luigi Zampa, prodotto dalla Briguglio Film di Messina e tratto dal racconto “Il vecchio con gli stivali”, pubblicato nel 1944 dalla rivista “Aretusa”.

Si torna al recente regime fascista, alle ferite ancora aperte ed alla sua tragica conclusione sciorinando, come in crescendo d’opera, le tragicomiche avventure del povero impiegato avventizio antifascista del comune di Modica Aldo Piscitello (Umberto Spadaro) – disgraziato travet di “gogoliana memoria” – perentoriamente licenziato all’indomani della liberazione proprio dall’ex potestà (Enzo Biliotti), sempiterno italico campione di trasformismo ora sindaco del paese, che durante il ventennio lo aveva costretto sollecitato da una moglie dispotica e petulante (Ave Ninchi) ad iscriversi al partito fascista. Brancati dichiara d’aver mirato intenzionalmente alla rappresentazione attraverso la Sicilia e i siciliani, dunque metaforicamente, allo sfascio morale dell’italico Fascio littorio mussoliniano  cui anch’egli aveva aderito in gioventù ed anche oltre, ritraendosene poi sgomento nel dopoguerra, ma rimasto oppresso da uno straziante senso di colpa.

Dunque un lavacro, un’abluzione purificatoria con la malcelata identificazione dello scrittore con Piscitello, il quale alla fine del film di fronte all’orrore appena trascorso del fascismo e della guerra pronuncia sconsolato e pentito queste parole: “Siamo stati tutti vigliacchi”. Ma Brancati dimentica (o finge di farlo) che c’erano stati anche gli antifascisti che avevano scontato l’esilio, il confino, il carcere duro, le torture e la morte. E soprattutto dimentica la guerra partigiana. Del Pachinese sono note le sue “suppliche”, prima al sottosegretario del MinCulPop Galeazzo Ciano, tese ad ottenere un posto di redattore nel quotidiano di Catania “Il Popolo di Sicilia” e quindi più volte allo stesso Mussolini a cui scrive nel 1935 lamentando una “situazione disperata” e invocandone l’aiuto per la riassunzione al posto di redattore nel “Popolo di Sicilia” o al “Corriere della Sera” o almeno affinché “La Stampa” torni a pubblicargli gli articoli. In seguito attraverso il diplomatico Filippo Anfuso, rivolgendosi sempre a S.E. il Duce del Fascismo lo implora di subentrare nel posto di direttore del “Popolo di Sicilia”, rimasto vacante a seguito del licenziamento del precedente.

Ruggero Zangrandi pur definendo “nobile, alta, nota” la figura di Vitaliano Brancati lo include con il conterraneo Ercole Patti (solo per citare i siciliani) nella categoria non certo magnificata degli intellettuali “spiritosi”, quelli dello “jus murmurandi” che scherzavano su tutto a suon di battute, ma nel contempo stavano ben accorti dal manifestare il loro dissenso fuori dalla cerchia dei compagnetti della parrocchietta del caffè Aragno o della gelateria Zeppa di Roma ed altre ascose conventicole da burletta

La stessa parrocchietta, la coppia Brancati-Zampa fotocopia nel retrobottega del farmacista del paese (Aldo Silvani), l’unico alla fine ad avere una reazione, dove si sussurra e a denti stretti si canta “Casta Diva” di Bellini, segno estremo d’opposizione la regime. Poco tollerato nell’infuocato clima post-bellico di caccia alle streghe e all’orso comunista, “Anni difficili” provoca un piccolo terremoto la cui eco giunge con un’interpellanza a Palazzo Madama, finché a seguito del consueto sforbiciamento censorio, per aver recato offesa alle camice nere, accede alla Mostra del Cinema di Venezia accolto da giudizi discordanti. Morale: alla fine sono sempre i poveri cristi a pagare lo scotto. Piscitello perde figlio (Massimo Girotti) e lavoro, mentre gli altri sapranno tutti riciclarsi, fascisti compresi; i pavidi antifascisti liberali verranno allo scoperto solo a guerra finita, quando ormai gridare contro il Duce diventa uno sport nazionale, sebbene non pochi esagitati continueranno imperturbabili e poco disturbati a cantare “Giovinezza, giovinezza”. Tra gli sceneggiatori accreditati (Amidei, Brancati, Fulchignoni) Franco Evangelisti, futura ombra di Giulio Andreotti intervenuto a difesa dell’opera di Zampa.

Prima della prematura scomparsa Brancati avrà ancora il tempo di scrivere anche i soggetti originali di “Anni facili” (1953) e “L’arte di arrangiarsi”(1954). Il primo – sceneggiatura dello stesso Brancati, Amidei, Talarico, Zampa – regia di Luigi Zampa, insuperata prova attoriale dell’eclettico e versatile Nino Taranto, narra la parabola discendente d’un professore partito onesto dal paese, corrotto dalla capitale e dal bisogno e finito tristemente nell’onta e nel grigiore delle patrie galere, mentre i veri corrotti e corruttori resteranno, al pari di oggi, pressoché impuniti. L’opera, forte satira del regime democristiano, incappa nelle maglie sempre troppo strette della censura. Brancati s’indegna e dichiara: “E’ mai possibile che i fascisti e solo i fascisti, che sono un’esigua minoranza nella popolazione italiana, siano tabù? Non sembra possibile, ma è vero. Vero e mostruoso”. Completa la trilogia “L’arte di arrangiarsi” (1954), sempre diretto da Zampa, strepitosa interpretazione di uno straordinario Alberto Sordi nei panni del catanese (la prima parte è tutta girata a Catania) Sasà Scimoni, campione di trasformismo, prima liberale, poi socialista, marito per interesse, fascista e gerarca, comunista nel dopoguerra, infine intrallazzatore di piazza travestito da tirolese. Apparso postumo dopo la prematura scomparsa dello scrittore durante un intervento chirurgico avvenuta a Torino esattamente 60 anni fa.

Severo ma ingenuo il moralismo vagheggiato dalla renovatio brancatiana affidato all’improbabile denuncia d’un consigliere comunale, che blocca una speculazione edilizia determinando l’inizio dell’indecoroso decollo del camaleontico Scimoni. Non esente da irrisolutezze e squilibri politico-ideologici e soprattutto dal “difetto e il rischio di ridurre il fascismo, per chi non l’abbia conosciuto, a una burletta”, la c.d. “trilogia dell’impegno civile”- specchio del diffuso malcostume nazionale – resta tuttavia ancor oggi uno dei prodotti più scomodi e pungenti della cinematografia italiana post bellica, antesignana non più eguagliata della migliore satira politica di costume.. A monarchia e dittatura defunte per il tormentato Mezzogiorno giungeva la grande illusione della fine del proprio sottosviluppo, presto impietosamente delusa.

Autore: admin

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