Francesco TOZZA- Napoli Teatro Festival. Nel segno della danza contemporanea

 

 

 

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NEL SEGNO DELLA DANZA CONTEMPORANEA

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Ma con lo ‘spettro’ di Eduardo ancora incombente

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Ogni festival (a prescindere dal logoramento più o meno percepibile della formula, su cui ampiamente si è scritto in passato, anche da parte nostra) è l’involontaria autoconfessione del suo direttore artistico, e a lungo andare (quando l’incarico perdura) diventa una specie di non voluta e inavvertita memoire; il NapoliTeatroFestival è, da questo punto di vista, lo specchio abbastanza esplicito (o scustumatone, secondo la celebre battuta eduardiana!) della personalità artistico/manageriale del suo organizzatore, Luca De Fusco, giunto al suo quarto mandato (peraltro anche nella contemporanea gestione dello Stabile napoletano).

Una macchina organizzativa quasi perfetta, almeno sul piano del ritorno economico (quest’anno sembra si sia registrato il quasi tutto esaurito, già un mese prima dell’inizio; e, in tempo di crisi, è ciò che più conta!), con un’offerta di spettacoli la più variegata possibile, senza però particolari chiavi di lettura e tanto meno suggerimenti progettuali sulla realtà teatrale presente e futura; insomma, senza un’identità minimamente perseguita, pur nell’ineludibile differenza. Il mercato così vuole, e così sia!

Conseguenziale, allora, il carattere di aperitivo della stagione invernale, rivestito da non pochi spettacoli: e anche questo, in tempi di crisi, si traduce in ulteriore  punto a favore (purchè non lo si contrabbandi per la pur auspicabile apertura al repertorio, meritoriamente praticato già da molto tempo all’estero, per non disperdere le più importanti proposte dei cartelloni; laddove, qui da noi, si tratta ancora una volta di semplice risparmio, facendo di necessità virtù!).

Ovviamente non poteva mancare l’omaggio alla tradizione, in linea di massima quella locale: innanzi tutto al sempre amato (?) e celebrato (per i trent’anni dalla morte) Eduardo (lasciandosi magari sfuggire il suo ben noto, ma strategicamente coperto, fastidio per una certa idea … di Napoli e della napoletaneità in genere); l’omaggio, per la verità, forse inconsapevolmente, si è rivolto anche a quella che l’ottimo Bartolucci (lucidissimo critico, grande organizzatore di vere rassegne e conseguente scopritore, addirittura ostetrico, di futuri talenti) cominciava a definire, negli ormai lontani anni ’80 del secolo scorso, la “tradizione del nuovo”. Purtroppo Mura (è a questo spettacolo di Riccardo Caporossi che facciamo particolare riferimento) è stato solo il melanconico lacerto di quel ben più dirompente Cottimisti che una delle più celebri coppie della neoavanguardia romana (Rem & Cap) aveva offerto al teatro di ricerca, prima di una separazione ancora produttiva di poetici risultati, divenuta però – con la scomparsa di Remondi lo scorso anno – solitudine impotente, gioco di mattoni per muri ormai già abbattuti, comunque senza la vis provocatoria e la poetica suggestione visiva che le mani dei due artefici, insieme, sapevano infondere alle loro emblematiche, reiterate costruzioni.

Sperimentare, oggi, certo non è facile; malignamente (e ingiustamente) qualcuno potrebbe dire: è stato già tutto sperimentato! Ma non è vero: forse quello che manca è la volontà di farlo di nuovo (e non in campo teatrale soltanto!); è come se fosse venuta meno quell’energia, quella curiosità che indubbiamente era lo sprone principale per percorrere vie diverse, quando si provava sincera  stanchezza per il consueto, per il notorio, sul quale non si riteneva affatto rasserenante e comodo adagiarsi. Paure, queste sì nuove…, stanchezze che sembrano non più sormontabili, insofferenza alla costruzione stessa del nuovo, peraltro non sempre rivelatosi all’altezza (ancora una volta non solo in ambito teatrale!), allontanano sempre più il fastidio per la ripetizione dell’identico, ormai più sicuro e remunerativo, in un’epoca in cui l’economia, soprattutto nei suoi più cinici risvolti finanziari, la fa da padrona.

Ed è così che – per ritornare allo specifico (e fare degli esempi sull’appena visto) – non avendo a disposizione un nuovo Beckett (no ne nascono, certo, tutti i giorni), si offre quello che più o meno già si conosce, cucinandolo magari in salsa napoletana: è il caso di Finale di partita che lo spagnolo Lluis Pasqual, in una delle residenze previste dal Festival, ha cucito su misura per Lello Arena e compagni partenopei: evidentemente la contaminazione è il massimo che lo sperimentale riesca ad offrire! E, al solito, apriti cielo con le rimostranze dei benpensanti, che a teatro si rivelano sempre più numerosi e retrivi, soprattutto perché ritengono sempre di essere i soli a pensar bene … e lo fanno invocando le sacre ragioni della filologia; dimenticando, o peggio ignorando, che le tavole del palcoscenico – lo ripetiamo da tempo! – non sono certo il luogo per esercitare e mettere alla prova le armi di questa scienza tutt’altro che esatta (se mai – peraltro – ce ne sia stata mai una); servono, piuttosto, ad offrire qualcosa di diverso (quel di più che ogni messa in scena rappresenta) rispetto a  quegli stessi testi che altrimenti, e più comodamente, si possono leggere in poltrona, a casa propria, o studiare scientificamente nelle aule universitarie. Ma tant’è; si nasconde la propria insoddisfazione, peraltro sempre legittima, dovuta ai risultati scenici, oppure, per dirla meglio, alla scarsa plausibilità o efficacia estetica delle operazioni messe in moto, stigmatizzando la liceità delle stesse.

Nel caso in esame, ci sentiamo però di dire che, nonostante la bravura degli interpreti, troppo realistica è parsa la caratterizzazione dei due principali personaggi (migliore, comunque più attendibile, nei panni di Clov, Stefano Miglio rispetto a Lello Arena, piuttosto usurato o compromesso nei ruoli napoletani, per calarsi in quelli di Hamm): si è persa, insomma, in questa messa in scena, la geometria musicale, il suono della partitura in cui il testo pare consistere, con la sua tragica, quasi selvaggia parodia di ogni logica, senza che, d’altra parte, il linguaggio napoletaneggiante del protagonista, e l’atmosfera che di conseguenza finiva con l’avvolgerlo, servisse a scoprire aspetti inediti o efficacemente plausibili di una diversa realtà.

Assai poco sperimentale, nonostante il matrimonio con la tecnica olofonica, lo snodarsi di episodi di ordinaria napoletaneità (Per oggi non si cade, autore Manlio Santanelli) che il regista Fabio Cocifoglia ha offerto – nelle sale dell’Accademia di Belle Arti – ai pochi volenterosi spettatori/ascoltatori, alle cui orecchie una voce parlante proponeva la surreale dimensione dei personaggi (la perdita della forza di gravità in una Napoli vittima della sua incapacità a smaltire i rifiuti), senza tuttavia suggestioni particolari, in un percorso più che scontato: al confronto, assai più intriganti, o comunque di più forte impatto visivo, le vecchie, famose scene finali di Miracolo a Milano o del Giudizio Universale del grande De Sica.

A suo modo sperimentale (!) anche l’approccio a Eduardo, per Il sindaco del rione Sanità: modestamente, e timidamente come pure si fa da qualche tempo (il caso Servillo è il più eclatante, ma non vanno dimenticati Santagata e Fausto Russo Alesi), si è osato… mettere in scena il grande drammaturgo e attore napoletano, sottraendolo all’interpretazione autentica (!) dei suoi più o meno legittimi eredi, che per la verità hanno rischiato soltanto di seppelirlo due volte, ingabbiandolo in una rigida quanto impossibile imitazione. Il delitto di lesa maestà è stato denunciato, a bassa voce, da qualche critico ortodosso….; ma fortunatamente il pubblico del San Ferdinando, più saggio, ha applaudito la nuova incarnazione di Don Antonio Barracano, teneramente, alla vecchia maniera (applausi all’ingresso in palcoscenico del protagonista, magari lasciandosi sfuggire la sua presenza già nel prologo, pleonasticamente aggiunto dal regista Sciaccaluga, ma non certo per migliorare il testo, come pure si è obbiettato; e applausi ancora a scena aperta, nel corso della pièce, a sottolinearne i punti salienti).ù

A dispetto di tanti timori e prevenzioni, Eros Pagni ha comunque  offerto, da par suo, una grande prova d’attore; non gli sono stati da meno gli altri interpreti, almeno al confronto con la seconda edizione televisiva (non la prima, quella ancora in bianco e nero del ’64, davvero superlativa a nostro avviso), firmata dallo stesso Eduardo, dove non tutti erano all’altezza dei rispettivi ruoli. Qualche crepa, piuttosto, l’ha fatta registrare ormai il testo: dopo Gomorra è un po’ difficile guardare come prima la vicenda di don Antonio Barracano (padrino ante litteram, che bonariamente si vota all’amministrazione della giustizia in vece dello Stato); ma, si sa, i classici (e Eduardo lo è) vanno storicizzati.

A ben rifletterci – per concludere questo nostro servizio sugli spettacoli finora visti (ma sorprese sono ancora possibili, provenienti magari dal focus su Cechov, che persegue un’idea di rassegna monografica certamente coraggiosa, su cui probabilmente varrà la pena insistere) – una carta vincente il NapoliTeatroFestival già ce l’ha (forse a partire già dalle due ultime edizioni), e risiede nella danza contemporanea. Nella quale, del resto, è forse l’avvenire stesso del teatro, come dicevamo in un nostro articolo di qualche tempo fa, certo sull’onda dell’entusiasmo procuratoci da uno spettacolo di Sasha Waltz, la grande danzatrice tedesca vista a Roma (ma non solo per questo). Il ritorno, per la terza volta al NTF, della Vertigo Dance Company – e va dato merito, una tantum…. , al direttore artistico di aver varato l’operazione, e di continuare a crederci, certo anche per il successo sempre registrato dal gruppo israeliano presso un pubblico, non proprio accorsato nel settore, per pregressa carenza di offerta in città – pone sicuramente una valida ipoteca sulle scelte future da fare, in ambito teatrale, anche nella città di Eduardo e dei posteduardiani.

Per inciso va comunque ricordato – ironia della sorte! – che proprio il teatro di Eduardo, il San Ferdinando, ospitò per la prima ed unica volta a Napoli, uno spettacolo di Merce Cunningham, il celebre  coreografo statunitense, allorchè nell’aprile 1985, da poco morto il grande attore/autore, si vollero – probabilmente anche per reazione a quell’aura di esclusiva napoletaneità che aveva caratterizzato le tavole del suo palcoscenico – mutare, almeno parzialmente, i suoi connotati; ed Eduardo avrebbe certamente gradito, se solo si ricorda il ponte, proprio da lui voluto, con il Piccolo di Milano, nei primi anni ’60, e di conseguenza gli spettacoli a ben più ampio respiro (con C. Bene, Cobelli, la Morelli-Stoppa, ecc.) che ne conseguirono. Purtroppo i napoletani (alcuni di loro almeno) hanno la memoria corta e ricordano – e celebrano! – solo l’Eduardo che a loro fa comodo.

Ovviamente, nel parlare di danza contemporanea al festival, ci siamo riferiti alla Compagnia di Noa Wertheim, proveniente da Gerusalemme (ma viva è l’attesa anche per Emio Greco); non ai pur bravi e volenterosi, ma ancora acerbi, ballerini del Kossovo, che sotto la guida di Alessandra Panzavolta, direttrice del corpo di ballo del San Carlo, hanno offerto con lo spettacolo Sherazade, appositamente per loro creato (in un progetto di rinascita culturale di quel paese, a suo modo certamente encomiabile), momenti di un modo di concepire la danza ispirato ancora, e con tutta evidenza, al balletto classico (l’incedere solenne nei passi, la nota retorica dei gesti, ecc.), infarciti qua e là dalle residue tracce di una cultura autoctona, anche coreutica, meritevole, forse, di non essere sacrificata sull’altare di una peregrina classicità; e l’errore, a nostro avviso (se la coreografa ce lo permette) è politico prima ancora che estetico!

Diverso discorso, ovviamente, va fatto per Reshimo e Mana, i due spettacoli in cui si sono prodotti i danzatori (non i ballerini!) della suddetta Vertigo. Deambulazione ritmica, energia, gioco ed estrema perizia nell’incontro/scontro dei corpi; raro equilibrio fra tracce di drammaturgia coreografica, davvero residuali (inutile discettare, per esempio, sulle fonti letterarie e/o religiose dei due titoli) e accattivante astrazione, nel delineare una sorta di analitica del corpo, dalla sintassi perennemente spezzata e allo stesso tempo intensamente emotiva. Davvero bravi tutti i danzatori, sempre in perfetta armonia e simbiosi nelle linee evolutive impresse al movimento dalla coreografa, peraltro assecondando l’accompagnamento sonoro offerto dalle pertinenti musiche di Ran Bagno, non senza ricorrere – da parte di quest’ultimo – a citazioni ironiche di motivi noti all’immaginario musicale, comunque appena percepibili (il samba brasiliano di Reshimo), oppure a monumenti della sinfonica (il Wagner all’inizio di Mana, così dilatato da divenire irriconoscibile, ma ancor più inquietante).

Uscendo, fra l’entusismo generale, dai due spettacoli, veniva da chiedersi ancora una volta, sulla scia di quanto diceva il grande Laban, all’inizio del secolo scorso, se fosse il caso ormai di “pensare in termini di movimento”, anche per opporsi a quel “pensare per parole” che sembra far registrare solo sofferenza e incompensione, con le conseguenze del caso sulle scelte di campo, forse non solo in ambito estetico.

Autore: admin

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