Mino ARGENTIERI- La visione dimezzata (se l’immagine riprodotta è affetta da video ‘nanismo’)

 

 

Agorà

 

 

LA VISIONE DIMEZZATA

Se l’immagine riprodotta è affetta da video ‘nanismo’ (anche in digitale)

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E’ inconfutabile: i film si sono rintanati nelle nostre abitazioni, sono ormai uno spettacolo a portata di mano. Tv, Dvd, Internet dispensano i programmi che maggiormente allettano. L’occhio si abitua a percepire un prodotto privo del suo formato originario, sottoposto a una alterazione.

Spazi, volumi, prospettive subiscono contrazioni che si ripercuotono anche sul potere di suggestione e di fascinazione che esercita un componimento audiovisivo. Mi riferisco ai film che nascono per il grande schermo. La mia puntualizzazione non vale per un film destinato al video o concepito con una grammatica altra. Dunque, lo spettatore allenato sin da bambino a familiarizzare con i film, non andando al cinema, annette scarsa importanza alle componenti plastiche, figurative, cromatiche e compositive, concentrandosi sull’azione drammatica e sui passaggi narrativi. La sua sarà una visione immiserita. Che può avere valore soltanto se agisce da stimolo per un secondo approccio in condizioni diverse, ossia in sala. Oppure se si tratti di una seconda visione che abbia la funzione di svegliare il ricordo e propiziare una analisi paragonabile ala lavoro che si svolge in moviola.

Questa convinzione non impedisce di prendere atto di una realtà inoppugnabile e irreversibile: l’economia cinematografica del presente e del futuro ha nei circuiti tradizionali soltanto una base di lancio, vivendo per il resto in una temporalità illimitata e grazie a canalizzazioni disparate e contraddistinte dai processi di miniaturizzazione delle immagini. E’ un cerchio da cui non si esce e che, a tutti gli effetti, pur non eliminando il ruolo delle sale lo ridimensiona sotto il profilo della potenzialità economico-commerciale. I maggiori guadagni, a lunga gittata, non provengono, e ancor più non proverranno, da questa sponda. Quindi lo snaturamento, di cui ci occupiamo in questo dibattito, sarà una costante correggibile e arginabile dall’associazionismo culturale, dalla scuola, dall’Università, avvalendosi di ritrovati telematici che consentano il recupero dell’identità pimigenia del film. Nei casi opposti, avendo la premura di avvertire che ciò che scorre sotto il naso è solamente una copia depauperata. Lo spettatore che ha visto per la prima volta Senso o Il gattopardo in versione rimpicciolita e diminuita deve avere la consapevolezza di essersi appena approssimato a quelle opere d’arte che meritano ed esigono un altro tipo d’incontro.

Ci sono stati nel Novecento numerosi esempi di miniaturizzazione: le riduzioni delle pellicole a 8 mm, super8, 16 mm, ma questi adattamenti, che si confacevano a un uso agile e domestico del cinema, non avevano la pretesa di sostituire in via generale il 35 mm, assolvevano a un compito integrativo. Attualmente, stiamo assistendo a un rovesciamento generalizzato: si scopre, e se ne fruisce, il cinema normalmente su piccoli schermi ed eccezionalmente sui grandi con ciò che ne consegue. Noi appartenenti alle ondate generazionali dei capelli grigi a lungo avevamo sognato l’apparizione di supporti filmici da allineare negli scaffali della biblioteca insieme ai libri. Per conservarli, ripercorrerli, riesaminarli e goderne a discrezione. Mai li avremmo pensati, quei supporti, come principali, se non unici, contenitori per avvicinarsi al cinema.

Un rimedio ci sarebbe: che almeno nelle città più popolose fossero istituiti luoghi in cui i film del passato prossimo e remoto fossero visibili nel rispetto della loro coniatura di origine. Credo che sia ora di smetterla con la solenne panzana, secondo la quale la Tv sarebbe il più prodigo cineclub del XX e del XXI secolo. Se in Italia lo è stata negli anni Sessanta e nei primi Settanta, ormai non lo è e non lo sarà più, commercializzata fin sopra i capelli, inclusa quella pubblica, e inadeguata, quanto lo è la rete della diffusione in Dvd, a una conoscenza criticamente e storiograficamente inquadrata, esauriente, ragionata, nonostante talvolta non manchino iniziative pregevoli ed encomiabili.  Il diluvio audiovisivo, a cui siamo sottomessi, peraltro a danno di altre forme di pensiero e di espressione che non riescono a raggiungere milioni di italiani, richiede che su larga scala si predispongano bussole per l’orientamento, occasioni alternative, strumenti e strumentazioni che sottraggano alla confusione, alla indistinzione, al rumore, alla banalità effervescente, all’appiattimento del gusto, ai vizi peggiori della cultura di massa così si manifesta nella nostra società.

La miniaturizzazione delle immagini cinematografiche è parte integrante di una logica prettamente industriale e consumistica cui opporre la centralità della razionalizzazione intellettuale e il primato del momento riflessivo, il cui alveo naturale è estraneo alle dinamiche prevalentemente e bassamente mercantili. Il guaio è che, per converso, nella cosiddetta cultura cinematografica, e non solo in essa, si rischia di imbastardire o perdere ogni attitudine critica e che si smarrisca la capacità di immaginare un vero pluralismo, diversificazioni non marginali, disegni, assetti organizzativi e produttivi che allentino la soffocante dittatura del mercato e delle idee a questa riconducibile, difese a spada tratta nei mass media.

Infine, la piaga della pirateria che non interessa più la malavita me è diventata un costume condiviso, una pessima consuetudine per le nuove generazioni, inclini a rimpinzarsi di film rubati e scodellati non nel migliore dei modi. Non c’è insaziabile fame di cultura. Non c’è ombra di ribellismo anarchico in questa sorta di “spesa proletaria”, per usare una etichetta in voga nel Sessantotto. All’indifferenza e al nichilismo sociale aggiungerei una predisposizione teppistica e una certa rozzezza culturale e civile. Una tara equiparabile alla forma mentis che spinge all’evasione fiscale, una epidemia che contagia milioni di nostri connazionali e non solo ricchezze sconfinate.

Succede ovunque, ma ci sono paesi come la Francia e gli Stati Uniti in cui i governi si ingegnano a disturbare i disturbatori. In Italia, l’arma usata è stata quella degli spot, letteralmente una scemenza, un inutile e ingenuo appello al senso della responsabilità. Neanche le associazioni di categoria – autori, produttori, distributori, esercenti- hanno avuto un po’ di fermezza nell’invocare un pugno di ferro.

Siamo al solito, si ha paura di approvare provvedimenti impopolari.  La vecchia Destra pseudo liberale e la sedicente Sinistra centrista temono di dispiacere a figli e padri. Non si tocca nulla, si lascia correre, si guardano le nuvole.

Autore: admin

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