Angela AZZARO- L’utilità del voto insegnata da Sofocle (e da “Antigone”)

 

Saggistica breve*



L’UTILITA’ DEL VOTO INSEGNATA DA SOFOCLE

Edipo e Antigone (Antoni Brodowski, 1828)

Per una lettura analitica, psico-etica di “Antigone”

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L’Antigone di Sofocle, così come alcune sue rivisitazioni moderne, viene spesso usata per descrivere in maniera efficace la contrapposizione tra ragion di Stato e ragione dei sentimenti e delle relazioni. Antigone pur di dar sepoltura al fratello sfida Creonte che la chiude in una grotta. Quando il re decide di liberarla, lei si è già tolta la vita. Ma la sua morte provoca una serie di lutti e di dolore che segnano per sempre la città di Tebe. Prima si uccide il figlio di Creonte, poi la moglie. Il re, stolto, resta solo a piangere la sua tragedia.

Questa storia, al pari dell’opera di Shakespeare, ci aiuta a capire il nostro tempo. Il corpo che chiede sepoltura ed è stato abbandonato fuori dalle mura della città è la democrazia, intesa come partecipazione del popolo, come rappresentanza. In nome della ragioni di Stato (l’Europa delle banche e delle oligarchie) è stata lasciata fuori dalla contesa politica, abbandonata lontana dalle mura del Palazzo. Ma come nell’Antigone, quel corpo non solo reclama sepoltura ma, una volta ucciso, provoca una serie di terribili conseguenze.

Il governo Renzi nasce sotto questa cattiva stella. Spacciato per l’ennesimo esecutivo che ci dovrebbe salvare dal disastro non ha avuto timore a saltare il passaggio delle urne, considerando il voto solo un inutile orpello in un quadro istituzionale e politico completamente mutato. Ma le proteste sono durate poco. Oggi sembra che la questione democratica sia secondaria, una fissa di pochi intellettuali o politici di vecchio stampo che non capiscono i veri problemi del Paese. Ma così non è. L’atto di ignorare il popolo sovrano come recita la Costituzione non può non avere delle ripercussioni per tutto il tessuto sociale e istituzionale. Si può tentare di chiudere in una grotta chi solleva la questione, spingerlo all’isolamento, ma è da pazzi pensare che prima o poi questo rimosso non ci si scaraventi contro.

Il rimosso è la crisi della democrazia, una crisi senza precedenti di cui l’esecutivo Renzi è la ciliegina sulla torta. Una ciliegina però particolarmente amara, visto che il successo del neopremier nasceva proprio sull’onda di quella crisi e del tentativo di superarla. Tutta la retorica delle primarie era stata impostata sul fatto di costruire un nuovo rapporto tra politica e cittadini. Lo sforzo, questo si diceva, era quello di risanare lo iato esistente tra i partiti e coloro che dovrebbero rappresentare. Ma proprio colui che si era fatto artefice di questa riscossa, oggi ne rappresenta il suo peggiore fallimento. Non si tratta tanto di notare la contraddizione tra ciò che diceva () e ciò che ha fatto (una trappola a Letta e una forzatura senza precedenti) quanto di capire come oggi la volontà di affrontare seriamente la crisi democratica sia ridotta a esercizio retorico, a ulteriore macchina del consenso da abbandonare, quando conviene, in nome della ragion di Stato.

Siamo arrivati a un quadro politico davvero tragico. Da una parte la libertà senza democrazia di Renzi, dall’altra la democrazia senza libertà di Grillo. In entrambi i casi parliamo naturalmente di una libertà e di una democrazia tra virgolette, di aspetti perlopiù formali che sostanziali.

Il vero problema è che nessuna delle sfide politiche oggi in essere ha davvero la forza di affrontare quello che non è esagerato definire un passaggio epocale. Un passaggio profondamente autoritario. Perché se la democrazia è ormai un residuo, un peso che intralcia, la libertà è diventata solo nominale. Chiunque sarebbe libero di fare quello che vuole, salvo poi che intorno la società e la politica lo spingono verso una determinata direzione. Decenni di politiche volte a costruire punizioni e a imporre per legge una morale di Stato, hanno innalzato le mura della cittadella del tiranno. Crediamo di essere liberi, in teoria lo saremmo, salvo poi avere tutta una serie di costrizioni morali e di norme punitive che ci spingono verso una determinata direzione. Per questo si parla di moralismo. Cioè di una morale imposta e legittimata dall’alto che alla fine serve esattamente a questo: a non sfidare più il potere come ha fatto Antigone in nome di una sua valutazione personale, dei suoi valori. Il fratello morto, una volta che viene abbandonato fuori dalle mura, non ci riguarderebbe più. Invece, ancora oggi, quel corpo parla anche di noi. (*glialtri.it)

Autore: admin

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