Sauro BORELLI- Una passione rovinosa (“Alabama Monroe”, un film di F. van Groeningen)

 

 

Il mestiere del critico


 

UNA PASSIONE ROVINOSA

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“Alabama Monroe”- un film di Felix van Groeningen

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“Una passione vera e infelice è un lievito avvelenato…”. Così, Chateaubriand moraleggiava parlando sui costumi poco castigati dei suoi contemporanei. Non crediamo che il cineasta belga poco meno che quarantenne Felix van Groeningen avesse in mente la stessa massima di Chateaubriand allorché mise mano alla realizzazione del suo nuovo film Alabama Monroe – una storia d’amore, già in corsa all’Oscar (poi vinto da Sorrentino con La grande bellezza) come miglior film straniero e, altresì, premiato in Francia col prestigioso César. Anche perché Alabama Monroe risulta giusta la dimostrazione letterale di quell’ammonitrice intuizione.

Ciò che è in questione nella pellicola di van Groeningen, in effetti, si articola proprio sulla rovinosa passione d’amore che lega l’irsuto, fulvo hippy (in ritardo di anni) Didier, musicista-cantante di blue-grass (un filone popolare in America della voga country) alla bionda, sognante Elise, tatuata-tatuatrice intenta a inventarsi come sa, come può una vita più appagante. Un primo incontro tra i due, durante la festosa serata di canti e danze scanditi dal banjo e da altri strumenti suonati da un gruppo di corpulenti allegroni, dà l’avvio ad una ruspante convivenza rurale fitta di fiammeggianti incontri erotici e di spensierate rimpatriate con amici e complici disinibiti.

Il clima festaiolo dura, peraltro, l’éspace d’un matin. A complicare, imprevedutamente, la vita c’è una novità: sopravviene la nascita di una bambina, Maybelle, che sul principio entusiasma Elise – molto meno il ruvido Didier –, e che in seguito, scoperta una malattia incurabile della piccola ingenera presto incomprensioni e problemi destabilizzanti tra i due coniugi. Così spiegata, la vicenda non è proprio precisa, dal momento che il film – interpretato con estrema bravura da Johan Heldenbergh (anche cosceneggiatore) e da Veerle Baetans – si prospetta fin dall’inizio come una serie di flash-back incrociati che da un passato giocoso si mischia ad un presente sempre più allarmante.

Ad un certo punto, la storia culmina nel rincrudirsi della malattia della piccola Maybelle, tanto che giunta ad uno stadio terminale delle sue condizione l’équipe medica sceglie di non persistere in alcun accanimento terapeutico. Ed è, questo, l’apice del latente dramma che separa, prima in modo graduale, poi in termini decisamente radicali Didier da Elise, il primo furioso contro statuizioni e veti contro la sperimentazione della cura a base di cellule staminali (in ispecie bandite in America dal governo conservatore di George Bush), l’altra affranta inesorabilmente della privazione della propria idoleggiata figlioletta.

I toni e i ritmi – con insistiti indugi e soverchianti primi piani a sottolineare l’ispessirsi del disegno drammaturgico – s’incalzano verso un epilogo sempre più buio e disperato. Fintantoché, dopo un’apparente schiarita della vicenda ruotante attorno ad un ritrovato equilibrio affettivo e il ritorno festoso di nuovi spettacoli del team musicale (compresa la pur turbata Elise), il plot giunge al suo non inatteso culmine con la morte, per eutanasia, dell’ormai vinta “madre dolorosa”. C’è, in questa rappresentazione, pure frammentata e rotta da scorci e soprassalti tragici ricorrenti, una forza di suggestione di un dramma che, senza lenocini pietistici o retoriche lamentazioni, spesso commuove e non di rado coinvolge interamente. Tutto ciò grazie ad un complesso di attori di esemplare sapienza interpretativa. Un film singolare, questo Alabama Monroe, ove questo stesso titolo è lo pseudonimo che la dolente Elise mutua in parte dalla consuetudine filoamericana dei muscisti della blue-grass e, dall’altro, dal nome di uno dei padri nobili della musica country, appunto Monroe. In definitiva, un film di originale intento narrativo e, certissimamente, emblematico di un cinema maggiore.

Autore: admin

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