Alessandra FAGIOLI- Incipit di “Rapsodia in abisso”

 

Incipit



Su invito ed autorizzazione della scrittrice, proponiamo uno dei primi capitoli di

 

RAPSODIA IN ABISSO

Il nuovo romanzo di Alessandra Fagioli (Ed.Empìria), invitandovi a proseguirne la lettura, recandovi in libreria

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Un uomo che cade, giù a capofitto nel vuoto. Un corpo abbandonato a se stesso, che non offre resistenza alla propria rovina. Un volo senz’ali incapace di levità, in balia di una forza che lo risucchia. Sempre la stessa caduta a precipizio, inerte, muta, testarda, ma senza impatto. Non se ne vede la fine, come se non ci fosse un termine che la blocchi spezzandone il volo, continua imperterrita verso un buco nero in cui sparisce senza alcun danno.

Ovunque si affacciasse la visione era sempre la stessa, vedeva qualcuno precipitare giù, nel vuoto che si apriva al di sotto, verso uno schianto sicuro, che non accadeva mai. D’un tratto spariva la terra, spariva l’acqua, spariva qualsiasi sostanza che potesse disintegrare o inghiottire, rimaneva solo il senso di resa totale a una forza oscura, magnetica, al cui richiamo non si poteva resistere, nell’angosciante certezza che quel corpo in caduta libera non fosse che il proprio.

Era quanto bastava a farlo distanziare di scatto da qualsiasi parapetto sospeso sopra una roccia, una cascata, uno strapiombo, brividi fulminei gli attraversavano le gambe respingendolo indietro, non perché avesse paura di cadere nel vuoto, ma perché avvertiva l’irresistibile tentazione di buttarcisi. Le vertigini non erano un segnale di fobia ma di difesa, indispensabile per salvarlo dall’anelito di emulare Icaro, non però dall’immagine di lui che precipitava giù. Quella ricorreva sempre, anche quando se ne stava ben saldo sulle gambe a osservare a distanza quel vuoto incombente che lo invitava a tuffarcisi dentro, bloccato nella sua posizione vedeva un corpo lanciarsi di sotto e poi sparire nel nulla, lui era sempre lì ma allo stesso tempo era caduto giù.

Per questo aveva iniziato a scattare delle istantanee. Nella vana speranza di immortalare le proprie visioni, catturava immagini di ampiezze, dilatazioni, sprofondamenti, convinto di scorgersi dentro mentre cadeva. Ma non vi trovava mai niente, nemmeno il sospetto di qualcosa che avesse a che fare con lui o con un corpo che cade, solo l’inconsistenza del nulla che si disfaceva nella sua vacuità, lasciando un senso di sospensione ineffabile, di vertigine cosmica carica di vaghezze e di incognite. Scattava fotografie al cielo, al vento, al buio, a tutto ciò che potesse essere evanescente. Inseguiva refoli, stanava ombre, ghermiva arie, sempre alla ricerca di istanti irripetibili in cui cogliere il bagliore di un’assenza, l’intuizione di un’idea, la sfumatura di un enigma.

– Io non riesco proprio a vedere un bel niente.

– Non devi vedere, devi immaginare.

– E cosa, se non c’è nulla che mi possa ispirare?

– È proprio il nulla che ti deve suggerire qualcosa.

– Dal nulla deriva solo il nulla, non ci può essere altro.

– Dal nulla deriva il tutto. Ogni cosa è inventata.

– Qui di inventato c’è solo quello che sta dentro la tua testa.

– Può darsi, ma può essere molto di più di quanto si presume che esista.

– E allora perché non ti metti a fotografare le idee, i sogni, le visioni?

– Ce l’hai sotto gli occhi, sei tu che non riesci a vederle.

Così liquidava ogni obiezione riguardo le sue foto. Non si curava che fossero comprese, pensava solo a inseguire l’invisibile nell’insana ricerca di catturarne l’identità, fosse pure un indizio, un sospetto, una traccia, qualsiasi cosa che potesse lasciar intendere qualcos’altro in un gioco continuo di rimandi interni. Cominciò a catalogare gli scatti per indici e per icone, per immagini che rispecchiavano la realtà e per quelle che la tradivano, per riflessi veritieri e per simulacri ingannevoli, inseguendo sempre qualcosa che non c’era e trovandola altrove, nascosta tra le screziature della pellicola, sfumata nel chiaroscuro dell’esposizione, un’idea più che una cosa che tanto bastava a dare senso al soggetto.

Ma la sua vera mania erano i ponti. Ponti di città, che collegavano sponde di fiumi contorti come serpenti in cerca di sbocchi fluidi nel fitto reticolato dei borghi, arcate solenni che aprivano di colpo prospettive traverse in cui lo sguardo si perdeva nel vuoto, non più a precipizio, ma in profondità, fino a raggiungere orizzonti impensati che non davano il brivido della vertigine, ma il sussulto di un’epifania. Scivolando come un ladro lungo i parapetti, senza mai affacciarsi di sotto, si soffermava nei punti in cui gli sembrava di spingere più a fondo lo sguardo e da lì rapiva con l’obiettivo visioni occulte, scorci sfuggenti, che poi andava subito a sviluppare nell’oscurità della sua stanza nell’intento di cogliere non più la rivelazione del nulla, ma quella dell’oltre.

Perché se il nulla poteva sollevare qualche perplessità sulla sua intrinseca essenza e soprattutto sulla possibilità di trasfigurarsi in immagine, l’oltre apriva a insondabili universi di senso, spingeva verso territori dai confini evasivi, lasciando ogni cosa in sospeso senza tuttavia negare alcunché, tanto da poter assumere infinite sembianze anziché sottrarsi a qualsiasi evidenza. Stavolta non si trattava più di immaginare ciò che non c’era, ma di intravederlo aldilà, oltre la percezione immediata, dietro ogni apparenza, sotto la cortina della realtà che tutto ottundeva senza lasciar trapelare guizzi sospetti di altra natura, palpiti estremi di un mondo diverso, che pure non potevano sfuggire a chi davvero riusciva a insinuarsi dentro i misteri della visione.

– Sezioni di case, profili di alberi, sagome di montagne… nient’altro.

– Tutto qui? Quanta pochezza. Davvero non ci sono limiti alla cecità.

– Ma perché? Cos’altro dovrei vedere?

– Un quadro di Chagall, uno stormo di uccelli, una tempesta di grandine.

– Smettila di prendermi in giro, dici solo sciocchezze.

– Mai stato tanto serio. Si tratta solo di riuscire a vedere cosa può esserci dentro una casa, intorno a un albero, sopra una montagna…

– Allora occorre essere veggenti, oppure indovini.

– Non c’è niente da indovinare, sono tutte cose reali.

– Ma che non si possono percepire… almeno a occhio nudo.

– Di nudo ci deve essere solo la tua mente, spoglia da qualsiasi riserva, libera di andare oltre, capace di cogliere altro.

Così suggellava la sua idea di vedere attraverso. Non c’erano santi, le sue foto non solo dicevano di più di quanto mostrassero, ma alludevano a un altrove che contenevano, rinviavano a un’alterità cui davano forma, si trattava solo di capire dove soffermare lo sguardo, se nella vacuità dell’evidenza o in fondo all’abisso dell’occulto. Lui non aveva dubbi, ma pochi lo capivano. Nemmeno Ginevra riusciva a cogliere il senso recondito dei suoi scatti. In fondo non pretendeva che lei vedesse le cose che per lui erano tanto palesi, gli sarebbe bastato che ne intuisse lo spirito, ne scorgesse il richiamo, ne apprezzasse almeno il senso allusivo, invece continuava a brancolare nel buio, a cercare a tutti i costi ragioni, a resistere a qualsiasi abbandono che la potesse condurre nei vertiginosi gorghi dell’invisibile.

Gli obiettava sempre che chi soffriva di vertigini non poteva avere la passione per i ponti, chi rifuggiva il vuoto non poteva avere il culto del nulla, e soprattutto chi riproduceva in istantanee la realtà che aveva davanti non poteva pretendere di vedervi qualcosa di immaginario. Il ragionamento non faceva una piega, eppure Vittorio continuava a ostinarsi nelle sue visioni ulteriori, quando non riusciva a fotografarle le disegnava, quando non aveva modo di disegnarle se le figurava dentro la testa, sommando traccia a ricordo, bozzetto a proiezione, finché non arrivò ad avere la sensazione di vedere il già visto.

A tutti può capitare di avere un déjà vu, un momento in cui si assiste a qualcosa che si è sicuri di avere già visto prima di allora, una sensazione sconcertante e allo stesso tempo straniante, che quasi conduce in un’altra dimensione, dove si perde il senso del prima e del dopo, si confondono i piani della percezione, senza che si riesca a capire dove e quando si sia già verificato ciò che si vede. È quasi un fiotto della memoria, un rigurgito dei sensi, che lascia spiazzati e immemori, vittime di una visione che proietta altrove e non permette di stabilire un nesso tra vissuto e immediato, istante e ricordo.

Si trovava su un ponte, questa era l’unica cosa certa. Un ponte che sovrastava un’ansa molto arcuata di un fiume offrendo una doppia visione prospettica, le cui linee di fuga segnavano tra loro un angolo di circa 60 gradi. Bastava girare la testa un po’ verso destra e un po’ verso sinistra per godere di due colpi d’occhio che si perdevano in profondità tra cupole, campanili e facciate barocche. Vicini l’uno all’altro aveva piazzato un paio di treppiedi su cui aveva fissato due macchine fotografiche con teleobiettivo, l’una rivolta verso sud e l’altra verso nord. Alternandosi senza posa scattava immagini in opposte direzioni, talvolta ampliando l’angolo di visuale tra le due macchine per cogliere scorci traversi dove potevano accadere cose che solo la pellicola sarebbe stata in grado di rivelare. Si sentiva come un investigatore sulla scena del delitto che non si lasciava scappare il minimo indizio, anche se questo poteva trovarsi a centinaia di metri di distanza in linea d’aria. Tanto poi dentro la camera oscura sarebbe saltato fuori comunque.

Ma in un momento di passaggio da una postazione all’altra, in quella sorta di angolo cieco che aveva davanti a sé, cui non aveva mai prestato attenzione, vide di sfuggita un uomo in fondo al ponte che gli puntava addosso l’occhio ermetico di una macchina fotografica. Fu un attimo e quello abbassò subito l’obiettivo confondendosi tra i passanti e lasciandogli credere che fosse stato solo un abbaglio. Turbato tornò ai suoi scatti ma non riuscì più a concentrarsi, temendo che qualcuno potesse spiarlo in incognito. Poi d’istinto, colto da un presentimento, si guardò alle spalle e giurò di scorgere un’altra persona, stavolta una donna, che lo fissava con un altro obiettivo senza temere di essere vista. Anche lì fu questione di un attimo e quella puntò la macchina in altre direzioni, come a cercare la giusta inquadratura, lasciandogli credere che lui fosse solo un accidente tra tanti.

Era quanto bastava per gettarlo nel panico. Non tanto per sentirsi osservato – così da vicino poi, proprio lui che guardava tanto lontano – quanto perché era sicuro di aver già vissuto quella situazione prima di allora, trovandosi concentrato su un obiettivo, o addirittura un doppio obiettivo che divergeva verso due lati, e allo stesso tempo scoprendosi oggetto di osservazione di un altro obiettivo, o addirittura di due che si fronteggiavano l’uno con l’altro. Insomma sentirsi osservatore e osservato allo stesso tempo, per giunta lungo due assi il cui punto di incrocio era lui stesso. Se capita una volta può essere una coincidenza, un’involontaria simmetria del caso, ma se accade di nuovo non può che essere un disegno perverso del destino, un ritorno che non lascia scampo, come se nella sua volontà di penetrare a fondo con lo sguardo, di catturare la più evanescente sfumatura, fosse connaturata la fatalità di essere braccato dentro una rete di occhi inquisitori.

Giurava di essersi già trovato in quella situazione, anche se non era su un ponte a scattare istantanee, ma il senso di smarrimento era lo stesso, guardava altrove e altri guardavano lui, puntava lo sguardo lontano mentre altri lo osservavano da vicino, inseguiva l’invisibile e si trovava a essere l’oggetto più in vista, in una costante ambivalenza di obiettivi incrociati che rovesciava sempre la prospettiva delle cose. Forse proprio da allora aveva iniziato a soffrire di vertigini. Non tanto per il senso del vuoto, quanto per il capovolgimento delle parti, per l’oscillazione tra gli opposti, per la perdita d’identità che sopraggiunge quando non si sa più se si è oggetto o soggetto.

Ora però si trovava in mezzo a quel ponte dove poteva solo guardarsi intorno e non verso un vuoto dentro cui avrebbe tanto voluto precipitare. Solo quello l’avrebbe potuto sottrarre a quel diabolico incrocio di sguardi. Eppure ci doveva essere un’altra via di fuga. Continuava a lanciare occhiate furtive in tutte le direzioni senza darsi mai pace, sentendosi addosso gli occhi di tutti che lo scrutavano come fosse una spia. Ormai non riusciva a vedere più nulla se non se stesso divorato dallo sguardo degli altri. Aveva sempre creduto di essere l’unico osservatore onnisciente, ora scopriva di essere un pubblico oggetto di osservazione. Così, in preda all’ansia, in un estremo tentativo di sottrazione, sollevò lo sguardo verso l’alto e senza rendersi conto di rovesciare la prospettiva sottosopra si abbandonò all’irresistibile vertigine di sprofondare dentro il cielo.

Autore: admin

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