Alessandra FAGIOLI- Incipit di “Rapsodia in abisso”

 

 


Incipit


Su invito ed autorizzazione della scrittrice, proponiamo uno dei primi capitoli di


RAPSODIA IN ABISSO

Nuovo romanzo di Alessandra Fagioli (Ed.Empìria), invitandovi a proseguirne la lettura, recandovi in libreria

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Non lo so, proprio non lo so. O forse non me ne rendo conto. Ma poi che differenza fa? Voglio dire per me, non tanto per gli altri. Io sono sempre lo stesso, nel senso che mi viene naturale, non lo faccio mica apposta. Sembra che sia tante persone, ma in realtà sono sempre io che faccio tante parti.

E poi non ci credo alle personalità molteplici, sono tutte balle della psicoanalisi. Ognuno è sempre uguale a se stesso, a volte non ha nemmeno una propria identità, e le personalità che potrebbe assumere sono solo facciate, maschere di convenienza, finzioni fine a se stesse che comunque non alterano affatto l’estrema limitatezza del singolo individuo.

La verità è che ci spaventa essere semplicemente quello che siamo, vorremmo sempre essere altro perché non bastiamo a noi stessi, ci atterrisce essere tanto limitati di fronte alle infinite possibilità dell’io, così ci inventiamo altre forme di essere illudendoci di cambiare, senza renderci conto di fare solo i pagliacci, ridicole parodie di noi stessi che ottengono solo la derisione degli altri.

Il segreto però non sta nell’evitarlo, tanto è connaturato alla nostra inadeguatezza, ma nel farne una vera arte. Non c’è finzione più dissimulata della recitazione. Quando uno interpreta qualcos’altro da sé viene sempre preso sul serio, tanto più quando l’immedesimazione è fatta a regola d’arte. Allora può sembrare più credibile della realtà, più veritiera dei fatti, al punto che mentendo per professione si risulta più autentici, fingendo con estro si può essere davvero chiunque, senza rischiare di apparire ridicoli, ottenendo al contrario l’ammirazione di tutti.

Ma a lungo andare si possono perdere i confini tra realtà e finzione, tra verità e menzogna, tutto si confonde in un unico insieme indistinto in cui non ha più senso stabilire delle differenze, ma solo delle scelte. E io ho fatto la mia. Quella di essere sempre altro da me, mai la stessa persona ma tante altre diverse da quella che sono, un caleidoscopio di personalità che interpreto senza ritrovarmici, cui do corpo, voce e anima senza identificarmi in alcuna di esse, facendo della finzione l’unica vera fede, della menzogna un’assoluta verità.

Lo so, può sembrare assurdo, ma a forza di mentire non so più come stiano veramente le cose, ignoro se esiste un’altra realtà, vivo solo nella mia mimesi, come se fosse l’unica dimensione possibile, fatta di tante identità tutte inventate. Così finisco col non essere più me stesso e nemmeno qualcun altro, credo in quello che interpreto eppure sento di non riconoscermi, sono cosciente di fingere ma poi mi persuado di ciò che faccio, mento e sono convinto di dire la verità.

Per questo tutto quello che recito potrebbe essere una finzione veritiera come un’autentica menzogna, o nessuna delle due, tanto nella loro antitesi finiscono con l’identificarsi, nel loro escludersi a vicenda in fondo si riconciliano. Dopo tutto non fa alcuna differenza. Verità e menzogna sono la stessa cosa e se proprio si riesce a percepire qualche distinzione, poi finiscono sempre col confondersi.

Ormai non so più quando fingo o quando sono solo me stesso, quando interpreto una parte o quando non faccio alcunché. Oscillo sempre tra due estremi che mi sono estranei, senza che in mezzo ci sia una giusta misura per capire dove realmente mi trovo. Così, per non sbagliarmi, invece di cercare a tutti i costi una mia identità, la rifuggo, invece di andare in fondo al mio io, mi ci sottraggo, rifugiandomi in personalità altrui e fingendo altri ruoli per evitare di incontrare me stesso.

Lo so, mi contraddico, prima sostengo di essere al fondo sempre uguale e poi di non esserlo mai, di avere sempre la stessa identità e poi di averne infinite, ma ormai non so più qual è la verità, anzi credo proprio che non esista, per me ormai conta solo la menzogna. In fondo è l’unica cosa certa. Ciò che sappiamo dubitiamo che sia vero e ciò che non sappiamo è molto probabile che sia falso. Così, se non si ha certezza di alcuna verità, non rimane che il conforto della menzogna, ma non come rinuncia o come sconfitta, piuttosto come riscatto di tutto ciò che è ignoto, inverosimile, fittizio.

Solo che a forza di mentire ho cominciato a credere a tutto quello che dicevo, a persuadermi che le mie stesse finzioni non fossero solo credibili ma anche indubitabili. Poi però mi sono accorto che mentivo non solo quando recitavo ma anche quando ero fuori da ogni ruolo. Dicevo sempre il falso quasi per sfida, per dispetto, finché ho iniziato a farci l’abitudine, a non accorgermi che non dicevo più nulla di vero, non perché non ero me stesso, ma perché esserlo significava mentire su tutto.

Il guaio è che adesso non saprei dire se quello che dico ha un fondo di verità o meno. Certo, secondo la logica dovrebbe essere tutta una menzogna e quindi smentire il fatto che menta, in base a quel paradosso del mentitore che afferma di mentire: se dice la verità, sta mentendo e dunque l’affermazione è falsa, ma se non dice la verità, sta sempre mentendo e dunque l’affermazione è vera. Così se riconosco che mento potrei dire il vero e il falso allo stesso tempo, ma per me la menzogna in quanto tale rimane l’unica verità, e proprio perché non so più di mentire che sono convinto di quello che dico.

Lo so, anche questa potrebbe essere una parte, quella dell’ignaro mentitore che alla fine è più sincero di un bambino, eppure giurerei che questo sono io, anche se mi credo sempre qualcun altro, dopo tutto non riesco a immaginarmi diversamente, per quante parti possa interpretare non sono più capace di uscire da me stesso e dal mio modo di essere profondamente autentico mentendo.

Forse non ha senso quello che dico, alla fine affermo una cosa e la nego subito dopo, sostengo fatti contrari e poi li sconfesso entrambi, non riesco a decidermi, mi sembra che tutto sia plausibile e insieme improbabile, fino a confondere i piani di realtà, a smarrire il senso delle cose, a dubitare perfino di me stesso.

Perché questo è il punto, tra tante identità alla fine non ne ho nemmeno una mia, non solo mi sfugge chi sono, ma anche cosa faccio, cosa dico, cosa penso. A volte mi sembra di sdoppiarmi, di uscire da me stesso e di vedermi dal di fuori, sono sempre io eppure mi osservo come fossi un altro con cui però non riesco a interagire, è una sensazione sconcertante, che ti prende nelle viscere senza darti scampo.

Sì, lo so, la chiamano spersonalizzazione o qualche accidente del genere, ma sono sempre congetture della psicoanalisi che poi non danno affatto l’idea di come stanno davvero le cose. Vedersi da fuori senza potersi parlare, sentirsi estraneo da sé senza riuscire a trovarsi, è qualcosa che va oltre la dimensione della personalità, ti coinvolge anche su un piano più irrazionale e profondo, di cui non percepisci i confini, smarrisci ogni prospettiva e finisci col naufragare dentro te stesso.

In altri momenti invece mi capita di perdermi dentro la folla, non nel senso che non so più dove sono, ma nel senso che non ritrovo più me stesso in mezzo agli altri. O meglio potrei essere ciascuno di loro dal momento che la mia identità è quella di fingere, eppure sento che nessuno mi corrisponde. Volti anonimi e sfuggenti si sottraggono a ogni mia percezione, li osservo attentamente mentre loro mi ignorano, ne spio atteggiamenti e camminate, ne intuisco caratteri e umori, ma alla fine mi rimangono del tutto estranei. Sono talmente presi da se stessi da non accorgersi di essere scrutati, ignari di chi come me cerca di violarne l’identità con l’intuizione, di inventare vite che non sono loro, di mentire perfino intorno a ciò che non conosce.

Così alla fine mi accorgo che l’unico fantasma sono io, espropriato a me stesso, straniero alla vita, bugiardo, ambiguo, doppio, al punto di sentirmi tutti gli occhi addosso. Non sono io che guardo gli altri ma loro che fissano me, con sguardi traversi, rapinosi, improvvisi che sembrano rimproverarmi la mia alterità, come fossi un alieno in un mondo di eguali, che imita per non farsi riconoscere, mistifica per sfuggire a se stesso, fino a proiettarsi negli altri e a vedersi sdoppiato, se non addirittura moltiplicato. Così mi ritrovo in una folla di volti identici al mio che sogghignano, ammiccano, scherniscono e come in un gioco di specchi amplificano all’infinito la mia presenza, mostruosa ridondanza della mia identità, che prima non riuscivo a trovare e ora scorgo in tante facce somiglianti e insieme ostili.

Mi rendo conto che potrebbero essere paranoie, fissazioni, stupide insensatezze di una mente confusa, ma non riesco più a liberarmene… sono prigioniero di un gioco perverso in cui sono artefice e vittima, astuto regista di un’ingegnosa finzione e sventurato martire delle mie stesse menzogne. Ma ormai non trovo più il modo di disinnescare il congegno, di gettare la maschera o di smentire l’impostura, è come se avessi perso l’orientamento, il senso di una direzione. Un tempo mi sentivo tanto sicuro, incurante di qualsiasi inganno, ora dubito delle mie stesse sensazioni.

A tratti mi sembra addirittura di aver perso la memoria. Nel senso che mi capita di scordarmi le parti che interpreto, di fare confusione tra i diversi ruoli, di sovrapporre i piani di finzione senza che riesca più a capire chi sono quando fingo, cosa dico quando mento… ormai recito solo per istinto, secondo l’estro del momento, improvviso parti estemporanee, pronuncio menzogne peregrine.

Prima ricordavo tutto, quasi in modo maniacale, facce, espressioni, discorsi, avvenimenti. Registravo, manipolavo, restituivo pezzi di vita secondo piani ogni volta rinnovati dal caso, dal capriccio, dalla sfida verso un mondo che era tutto un doppio gioco, una finta fine a se stessa, occultata dalla prosaicità del suo realismo che faceva apparire le cose in una luce bieca, ottusa, priva di scintille che potessero illuminare le sue infinite variazioni. Ora invece, a forza di bluffare, ho perso il confronto col reale… confondo sotterfugi con rivelazioni, dimentico i nessi delle parti, inverto l’ordine delle bugie, finendo così col tradire me stesso, sempre più risucchiato da una spirale di controsensi e paradossi che mi stringono in una morsa infernale senza offrirmi clemenza né evasione.

Mi chiedo solo se a tutto questo c’è un rimedio, nel senso di una cura, una soluzione magica, un insperato tentativo per sottrarsi a tutto ciò. Non è che abbia fatto granché per venirne a capo, non so nemmeno se lo voglio veramente, eppure sento che le cose non vanno, che occorre fare qualcosa per cambiare, o meglio per salvarsi… ma sono anche molto confuso, ho paura di sbagliare e allo stesso tempo di rimanere inerte, comunque scelga sono perduto, non sono più in grado di decidere niente, nemmeno attraverso la finzione, o la menzogna, o l’inganno di me stesso.

Non so se sono un caso grave, o se sono almeno un caso, ormai non me lo chiedo più, cerco solo di capire se si può fare ancora in tempo, non so bene per che cosa, ma sento che non posso rimanere in questo stato. Eppure da solo non ce la faccio, qualsiasi cosa sia mi sento inadeguato, ormai non posso più fare a meno di un intervento esterno, o anche solo di qualcosa che accada, un evento, un incontro, una sorpresa, oppure di qualcuno che mi indichi una via, mi suggerisca un’intuizione, mi ricongiunga con me stesso… insomma, in una sola parola… mi aiuti, dottoressa.

Autore: admin

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