Sauro BORELLI- La giovane Rohrwacher (in concorso a Cannes con “Le meraviglie”

 

 

Il mestiere del critico



IL NUOVO FILM DELLA GIOVANE  ROHRWARCHER

“Le  meraviglie”, in concorso a Cannes


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A volte la naturalità è più sorprendente delle eccentriche novità. E il caso del nuovo film di Alice Rohrwacher Le meraviglie, un film “duro e puro” ove una vicenda affiorante – si direbbe – dalla terra, dislocata in un clima psicologico-ambientale tutto inedito, fermenta su se stessa tirando in campo, passo passo, figure, situazioni isolate, eppur vivide, in un’esistenza marginale, da fine (o inizio) del mondo. Un mondo che si disvela gradualmente nei gesti, nei toni misurati, severi di una quotidianità fatta di fatica, di bisticci, di risorgenti sogni e fantasie.

C’è, a capo di tutto, un ruvido capofamiglia tedesco, Wolfgang, che male amministra il piccolo, fervido gineceo della moglie-madre (un’inquieta, dominante Alba Rohrwacher) e delle quattro figliolette capeggiate dalla volitiva Gelsomina (una bravissima Maria Alexandra Lungu), più alcuni altri personaggi di nomade fisionomia (Cocò e Martin) confinati in una casaccia sprofondata nella campagna persa tra Lazio e Campania e intenti a una vita di lavoro (l’apicoltura) e di ininterrotti tentativi di inventarsi un orizzonte esistenziale insieme vergine e innovatore.

Tutto accade, procede, si intriga con il passare dei giorni delle stagioni apparentemente in un’atmosfera amorfa, dominata dagli scarti d’umore sempre intolleranti del brutale Wolfgang; le contingenti incombenze dell’ostico mestiere di accudire, governare le arnie delle operose api fornitrici di miele; gli accidentali incontri con i vicini poco amichevoli; le suggestioni venute dall’esterno – soprattutto la scoperta della televisione impersonata dalla presentatrice-fata Milly Catena (una spiritosa Monica Bellucci) – in un flusso di volta in volta naif o semplicemente desolato di emozioni, sentimenti ridotti al grado zero della vita.

Wolfgang, la moglie e madre, le quattro ragazzine – in ispecie Gelsomina, fantasiosa protagonista di giochi e sogni in libertà (come le api che padroneggia come piccole amiche o l’esibizione tutta originale di una pur desolante trasmissione televisiva) – si stagliano così, in una calibrata progressione narrativa, come una favola arcaica, eppure ancora attuale, che appunto dal passato modula vanamente toni e tempi secondo una dinamica spenta in persistenti indugi e in prevaricanti influssi dell’invadenza consumistica.

Tutto s’incrina, tutto decade e soltanto l’ostinata tensione degli sfortunati ma stoici interpreti di questo apologo melanconico svolta verso una abdicazione totale scomparendo nel buio, nell’indistinto di un improponibile ripristino di amore per la terra, per la genuina passione di un’esperienza irripetibile.

Si è detto, scritto a proposito di questo originale film Le meraviglie che non c’è analogia, né affinità avvertibile con opere che già in passato – si citano L’albero degli zoccoli di Olmi, Il pianeta azzurro di Piavoli o, ancora, due lungometraggi di Diritti Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà – hanno affrontato la complessa tematica del mondo contadino. A noi sembra, peraltro, che Le meraviglie, proprio per l’intonazione generale di un racconto al contempo sobriamente definito e sofisticatamente raffigurato possa essere apparentato, anche alla lontana, ad un vecchio film di Pupi Avati, Le strelle nel fosso, a suo tempo salutato da chi, come si dice, ha intelligenza d’amore, con queste lusinghiere parole: “Nel ‘700 in una casa isolata nelle valli di Comacchio, abitata da Giove e i suoi figli, arriva la bella Olimpia che vi porta l’amore e la morte… una favola per adulti… di molti pregi: la luce dei paesaggi… l’arcaico e raffinato estro delle incursioni nel fantastico popolare”.

Ma poi, anche lasciando perdere possibili rimandi e richiami ad altri momenti creativi di particolare pregio, Le meraviglie viene ad imporsi autonomamente alla nostra attenzione soprattutto per alcune componenti specifiche di una perorazione concettuale più segreta, incisiva dell’esteriore impianto evocativo, poiché se è vero che dominante è nelle Meraviglie il sentimento nativo della natura, soltanto sublimando questo stesso sentimento, attraverso l’individuazione di forme e timbri più ravvicinati, sarà possibile registrare l’esistente come compiuto momento culturale.

Le meraviglie ci pone di fronte ad un cinema certo non prodigo di alcuna corriva suggestione, ma attraverso figure e vicende scarnificate traccia l’immagine di una poetica dell’essenzialità, dell’autentico slancio vitale che, pur vinto nel confronto-scontro col moderno, approda pur sempre ad un monito di moralità prezioso, esemplare.

Autore: admin

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