Caterina BARONE- Al Teatro Greco di Siracusa va in scena la nascita della Giustizia


 

Il mestiere del critico



AL TEATRO GRECO DI SURACUSA VA IN SCENA LA NASCITA DELLA GIUSTIZIA

E’ in corso di svolgimento l’annuale rassegna INDA- In cartellone “Orestea” (in due parti) e “Le vespe^ di Aristofane

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L’Orestea di Eschilo, in scena al Teatro Greco di Siracusa (fino al 22 giugno) per celebrare il centenario delle rappresentazioni classiche inaugurate dall’allestimento dell’Agamennone nel 1914 a cura dell’allora comitato promotore, trasformatosi poi nell’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA). Se celebrare l’evento con la realizzazione dell’intera trilogia è nella logica delle cose, meno comprensibile appare la scelta operata dall’INDA di dividere l’opera in due spettacoli, Agamennone e Coefore più Eumenidi, e affidarne la realizzazione a due registi diversi: Luca De Fusco per l’una, Daniele Salvo per le altre.


Il risultato è di necessità disomogeneo e non favorisce la comprensione del superbo disegno ideologico eschileo. Sono due spettacoli di impostazione e caratura diversa quelli che vengono presentati, entrambi comunque con protagonisti di ottimo livello e accolti con favore dal pubblico: il primo più intimistico e raffinato, il secondo orientato verso la spettacolarità. In comune hanno la traduzione, comunicativa e icastica di Monica Centanni, e la scenografia ideata dallo scultore Arnaldo Pomodoro (che firma anche i costumi): uno spazio astratto, abitato da elementi architettonici geometrici e da un maestoso portale bronzeo, a segnare la soglia di ingresso alla reggia degli Atridi, all’interno della quale si consuma la tragedia di una stirpe maledetta.

Nell’Agamennone, Luca De Fusco ha ricoperto il vasto proscenio con uno spesso strato di torba nella quale sprofondano, fino ad esserne a tratti sepolti, i componenti del Coro e alcuni dei personaggi della tragedia. Anche Agamennone (Massimo Venturiello) emerge da quella distesa terrigna levandosi da un carro che lo rinchiude a guisa di un sarcofago e che viene dissepolto dai gesti febbrili del Coro. Al suo fianco, l’indovina Cassandra (Giovanna Di Rauso), prigioniera eccellente, compagna del destino di morte che, per mano di Clitemestra, attende il condottiero vincitore di Troia.

È un segno forte quell’humus scuro che ingoia i personaggi assumendo in sé molteplici valenze semantiche: da tomba della ragione, uccisa dalla follia della guerra contro Troia, a ventre ancestrale che conserva e mantiene vivo il senso di quella saga antica per poi trasmetterla ai posteri in una genesi evolutiva. L’azione si consuma in una temporalità arcaica, primordiale e il contatto profondo con la terra crea il senso di una dimensione ctonia che permea il mondo dei vivi. Dolore e sofferenza invadono tutti i personaggi, a cominciare dalla sentinella (Marco Avogadro), angosciosamente presaga dei fatti sanguinosi che incombono. E non c’è trionfalismo nei reduci vincitori: né da parte dell’Araldo (Mariano Rigillo), che affranto rievoca le tribolazioni del lungo assedio, né dello stesso Agamennone che, levatosi a torso nudo dal carro, si riveste delle sue armi, impotenti a difenderlo, prima di entrare nel palazzo. A guidarlo verso la reggia lungo i tappeti rossi che visualizzano la sua hybris c’è il fantasma della figlia Ifigenia, la vittima della sua follia.

Su tutti svetta la figura di Clitemestra (Elisabetta Pozzi), ambiguamente persuasiva nei monologhi dell’inganno e poi feroce nell’attuazione della vendetta. La corazza dorata che veste al momento di accogliere Agamennone ne enfatizza la dimensione guerriera, di donna “dal maschio cuore”, che tuttavia nel finale dopo tanto sangue versato anela alla pace. Chiude la tragedia l’intervento di un Egisto (Andrea Renzi) nevrotizzato dagli eventi. La musica di Antonio Di Pofi, interamente suonata al pianoforte con sonorità percussive, è stata composta in dissonanza con l’atmosfera arcaica del dramma antico, mentre i movimenti del Coro e delle danzatrici (disegnati da Alessandra Panzavolta) tendono a evocare una dimensione atemporale.

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In Coefore e Eumenidi Daniele Salvo punta sull’espressività parossistica ed esasperata e sulla spettacolarità, così come aveva fatto per la messa in scena di Edipo re lo scorso anno. Il Coro delle coefore che accompagna Elettra (Francesca Ciocchetti) alla tomba del padre all’esordio della tragedia ha un forte impatto visivo ed emozionale: l’atmosfera è tesa e sacrale; il dolore delle schiave troiane ricoperte di abiti e veli neri si fonde con la disperazione della giovane figlia di Agamennone in un impasto sonoro dirompente, sostenuto dalla complessa sinfonia musicale creata da Marco Podda: echi arcaici e tonalità classiche in un amalgama che sfocia in suggestioni di tipo filmico.

Ma poi, alla ricerca dell’apice emotivo, che è la cifra stilistica dichiarata del suo allestimento, il regista percorre una climax ascendente fino ad arrivare a infrangere uno dei tabu del teatro greco: l’omicidio sulla scena. Oreste (Francesco Scianna) sgozza la madre (Elisabetta Pozzi) sotto gli occhi degli spettatori in una sorta di grand guignol che cerca una sua giustificazione nell’afflato tragico. L’apparizione delle Erinni, rivestite di una calzamaglia che le rende simili a scheletri colorati, aggiunge nuovo combustibile all’incendio della violenza e del furore.

Si arriva così all’ultimo atto, quello che nelle Eumenidi rappresenta la fondazione del diritto occidentale come superamento dell’arcaica legge del taglione. Qui la tragedia, che si apre con l’intervento perturbante della Pizia (Paola Gassmann) sconvolta dalla visione di Oreste assediato dalle Erinni, si dipana attraverso statue monumentali, coreografie ad effetto, soluzioni spettacolari, come l’apparizione e la traslazione del dio Apollo (Ugo Pagliai) su un dolly cinematografico o l’introduzione sulla scena di una gigantesca bilancia. Tutto è giocato sulla magniloquenza, fatta salva la parte di Atena, affidata a Piera degli Esposti, che conferisce misura e pacatezza all’immagine della dea fondatrice dell’Areopago. Una rappresentazione “peplum”, dunque, curata nei dettagli e che mette a frutto la capacità del regista di orchestrare movimenti complessi sulla scena (le coreografie sono di Alessio Maria Romano) e al tempo stesso di intercettare i gusti del grande pubblico: ma è questa la strada giusta per mantenere viva la tradizione classica nella sua essenza contenutistica?

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Completa il ciclo la messa in scena delle Le Vespe di Aristofane, un’opera dove il pensiero critico dell’autore sull’esercizio della giustizia nell’Atene della fine del V secolo si unisce a una riflessione sulla vecchiaia e sul ruolo che l’anziano occupa nella società. Le Vespe non è tra le migliori opere del commediografo ateniese e presenta una frattura tra i due diversi nuclei tematici, sebbene incarnati entrambi nel personaggio del protagonista, Vivacleone. Un gap drammaturgico che Marco Avogadro cerca di superare giocando sulla leggerezza e sull’incalzare delle gags, ed evocando equivalenze, ma non improbabili identità, coi nostri giorni. Lo sostiene in questo la traduzione di Alessandro Grilli, attenta al contemporaneo, ma non sostitutiva dell’antico.


Punto di forza dello spettacolo è la presenza in scena della Banda Osiris, alla quale è affidata la parte musicale, stralunata e irriverente. Incursioni sonore e fisiche movimentano l’azione e ne accentuano la connotazione surreale e satirica: brani d’opera riveduti e corretti, frammenti di musica classica, canzonette, la fanfara dei bersaglieri e molto altro in un potpourri che crea una drammaturgia parallela a quella verbale. Il protagonista (Antonello Fassari) contrasta col figlio, Abbassocleone (Martino D’Amico), sostenuto dal Coro dei vecchi (li guida Francesco Biscione sulle coreografie di Ivan Bicego Varengo), come lui appassionati dei processi: vespe ronzanti, appollaiate nelle celle della parete alveare che fa da sfondo alla scena, mentre i servi Sosia (Sergio Mancinelli) e Santia (Enzo Curcurù) danno manforte al giovane padrone. Tutto si conclude con la danza scatenata di Vivacleone in mutande: privato ormai della sua principale occupazione, il vecchio folleggia pateticamente, ebbro di musica e di vino.



Autore: admin

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