Rosalba DI PERNA- L’universo pittorico di Rosario Genovese





Arti visive

 

 

A GUARDAR LE STELLE

Giove, 2010

L’universo pittorico di Rosario Genovese

 

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Ci emozioniamo di fronte alle stelle, all’unità dei pianeti e all’umanità in essi ospitata. Queste trasposizioni spaziali del semper idem, rotonde, compatte ma gassose, sospese negli spazi siderali, sono il soggetto delle opere di Rosario Genovese. A guardarle avvertiamo una sensazione di stupore e tenerezza e anche un senso di radicale contraddizione. Vi leggiamo, infatti, un equilibrio di arcaico e contemporaneo sorprendente, già a partire dai supporti lignei utilizzati dall’artista. Una scelta non casuale, quella di una consistenza materica che fa parte del voler conciliare moderno e classico, con grandi superfici di legno (materiale tipico dell’età greca) e la più moderna tela collocata sopra. Ma anche un uso preciso dei colori, di perfezione e imperfezione che si danno la mano, con un richiamo all’imperfetto dato dagli acrilici, dentro cui ritroviamo sfumature e filamenti, tesi anch’essi a quel senso di imperfezione del decorativo.

Inoltre una monocromia, non quella neutra tipica dell’arte del secondo ‘900, ma che esalta il colore, squillante e vibrante, in una suggestione da immaginario fantascientifico con un look alla Kubrick. L’artista catanese ci guida quasi come un auriga verso la sua moderna odissea nello spazio mettendoci davanti forme e immagini da war room di Ken Adam. Si tratta di profondità stellari piatte, coppie A+B che cercano nel “tu” il proprio “io” e quindi stelle imperfette, ma perenni, che come le storie della mitologia ellenica «non avvennero mai, ma sono sempre». In questo rivivere il mitico – classico in vesti postmoderne c’è chiaro un richiamo alla psiche del cosmo, di cui Genovese si fa portavoce a mo’ di uomo dentro il cerchio del pentagramma e dello zodiaco di Agrippa.

Un Cadmo contemporaneo, insomma, salvatore dell’armonia dell’universo e fondatore della città di Tebe sulla geometria dei cieli, colui che, come narra la leggenda, ricevette in dono da Zeus “tutto il perfetto”. Ma che cos’è il perfetto se non appunto la bellezza delle cose mescolate, la simmetria composta da parti in contesa fra loro, la contesa dei contrari, delle parti del discorso che di questo ordine deve parlare?   Laddove perciò avevamo pensato che Genovese potesse ridare un Kósmos al Chaos, si trattava di un ordine non simmetrico, cui rinvia altresì la circolarità delle installazioni.

Il cerchio si chiude, quasi però, perché è figura geometrica che lascia sempre uno spiraglio aperto, un punto di fuga verso l’infinito. In questa soglia, che è forse il mistero dell’aura, s’inserisce l’artista stesso, il quale dovendosi trovare un posto, fra certezza e incertezza, affida il suo destino a un cielo fattosi opera d’arte. Proprio come noi, sempre e da sempre confusi, de-siderosi fra il nostro bisogno di stabilità e quello di evoluzione, cerchiamo nelle orbite astrali e nelle loro danze astratte di investigare il futuro, poiché esse sono l’ultimo approdo di fronte allo smarrimento: punti fissi ma mobili.

Ecco, queste stelle dipinte, fra movimento e stasi, sono forme mitiche, costellazioni capaci di farci orientare persino in senso cabalistico, ricordandoci di accogliere il momento presente (Jetzzeit) non come passaggio, ma in bilico nel tempo e immobile. Apparizioni oggettuali e materiche che, per quanto possano muovere esegesi ed esercizi di maggior o minor forza esplicativa, rimangono lì, astri appunto, sfingi mute, che né assentono, né dissentono rispetto al nostro incontenibile delirio verbale. Presenze immote (?) che ci costringono piuttosto a lasciarle essere, a interrompere la nostra naturale tensione conoscitiva, o, extrema ratio, a ignorarle passando-oltre. Pure presenze. In realtà non ci indirizzano per nulla. Questo è il punto. Perché in esse esperiamo piuttosto la possibilità di sospendere lo Streben che ci fa quotidianamente volti a qualcosa di non ancora perseguito.

Infine, l’universo pittorico del nostro artista ha sicuramente un sole, il suo sole è nell’arte, intorno alla quale girano gli istanti vissuti, le cose raccolte, l’esperienza individuale, la volontà di assegnare nomi propri che ci permettano di abitare il mondo rovesciando la prospettiva: il nuovo, il fascino del futuro e l’ignoto sono ora nello sguardo, nelle “folgorazioni figurative” di Rosario Genovese, fugaci bagliori e immagini che balenano oltrepassando l’immobilità degli orizzonti, fulmini sferici, corpi luminosi di passaggio nella notte che vanno a perdersi altrove, lasciando noi – diadi umane – a stento a guardare, le stelle.

 

[…]e quelle anime liete

si fero spere sopra fissi poli,

fiammando, volte, a guisa di comete.


Autore: admin

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